Ragione e sentimento della mala educaciòn

Tutto parte da quegli immensi prati verdi della campagna inglese, ed io rannicchiata sul divano a calpestare quell’erba, si insinua l’emozione, mi capovolge, mi mette a testa in giù, mi scuote convulsamente, mi fa sentire piccola ed indifesa come Marianne sotto la pioggia tremante.
Poi inizio a singhiozzare, forte..un pianto che viene da un’altra me, dove le lacrime non sono solo lacrime ma solchi scavati col fuoco del sentire.
Un pò di quel groviglio che mi attanagliava dentro si è sciolto..lo sento disperdersi evaporare, allora rido..rido..rido, quasi non riesco più a fermarmi.
Sto impazzendo? sono sull’orlo di una crisi di nervi? sono solo il risultato contorto di questi giorni ruvidi?
Certo è che sono strana davvero, lo penso, sì..lo penso e me lo ripeto.
Dopo questo mi ritrovo nel mio letto a sentir parlare di schiavi e padroni, di perversioni e di cinghie strette ai polsi, di soggetti dominanti, di fetish, di esibizionisti e di voyeur, di luna di fiele e tacchi conficcati nella carne.
Penso a quanto è varia l’umanità, a quante innumerevoli sfumature ci sono nelle preferenze sessuali, a quanto mi faccia impazzire il culo di Emanuelle Seigner in quella determinata scena del film.

Ed il bello è che passo da Ragione e sentimento alla maleducaciòn come se fossero due sequenze dello stesso film, di un modo di sentire, che ora so..non contrastano affatto, ma convivono, interagiscono, si compenetrano, come le mie varie me, come le sensazioni che si mischiano, si lottano, danzano fino a scoppiare per poi distendersi in un abbraccio con le coperte.

Spiccioli dell’anima #6 Un punto che non c’è è un vuoto a perdere

Ecco un nuovo spicciolo dell’anima che oggi quandolibuttivia ha condiviso con noi.

Ho ritrovato quel disegno in cui dormivi stesa al sole
dentro alla cesta delle robe inutili
che di buttar non ho mai avuto il cuore
ci si affeziona
e poi è tutto un ricordare le cose
meglio di com’erano davvero
di quando avevamo qualche anno di meno.

Trilobiti 123# La cellulite non esiste

La cellulite è come la mafia.
Non esiste.
Se la sono inventata dal niente.
O meglio, c’è sempre stata, ma, guarda un po’, per dieci milioni di anni non ha mai dato fastidio a nessuno.
È come se domani decidessero di dare un nome alle venuzze nell’occhio, chiamandole, chessò, fluppolite, e convincessero tre miliardi e mezzo di persone a scavarsi le orbite.

tratto da La ballata delle prugne secche di Pulsatilla

Trilobiti 122# Quando si pensa alla propria sventura tra due forchettate

Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte.
Un momento specifico.
Un momento che non sia occupato né dal lavoro, né dal mangiare, né dalla digestione, un momento perfettamente libero, una spiaggia deserta in cui si potrebbe starsene tranquilli a misurare l’ampiezza del disastro.
Con queste misure davanti agli occhi, la giornata sarebbe migliore, l’illusione bandita, il paesaggio chiaramente delineato.
Ma se si pensa alla propria sventura tra due forchettate, con l’orizzonte ostruito dall’imminente ripresa del lavoro, si prendono delle cantonate, si valuta male, ci si immagina messi peggio di come si sta.
Qualche volta, addirittura, ci si crede felici!

tratto da Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac

Trilobiti 121# Madrigale appassionato

Vorrei stare fra le tue labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.

Vorrei stare nel tuo petto
per sciogliermi in sangue.

Vorrei nella tua chioma
d’oro sognare per sempre.

Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio, dolente.

Che la tua carne fosse la mia carne,
che la mia fronte fosse la tua fronte.

Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo corpo breve

ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.

Affinché ti innamori
di me con passione così forte
da consumarti cercandomi
senza che mai potermi trovare.

Affinchè tu te ne vada gridando
il mio nome ai tramonti,
domandando di me all’acqua,
bevendo triste il fiele
disperso lungo il cammino
dal mio cuore nell’amarti.

E io allora entrerò dentro
al tuo corpo dolce e fragile,
diventando io, donna, te stessa,
e restando in te per sempre,
mentre invano tu mi cercherai,
da Oriente a Occidente,
sino a quando, infine, ci arderà
la grigia fiamma della morte.

Federico García Lorca

Horcynus Orca (….otto giorni in venti anni….)

Ecco a voi il Secondo capitolo dello spazio curato da Gianluca, buona lettura!

Il post che segue l’avevo pubblicato un bel po’ di tempo fa sul mio blog, ma non ho la costanza per curare un blog, quindi l’ho lasciato lì, a morire lentamente, disattivo… Approfitto di questo spazio lasciatomi dalla Signorina Crisalide per riproporlo qui. Lo faccio perché si tratta di un argomento al quale tengo particolarmente. A dir la verità non si tratta di un argomento, ma di un Libro. Ho scritto volutamente con la “L” maiuscola, poiché uno scrittore italiano ha dato alla luce, poco meno di quarant’anni fa, uno dei più grandi romanzi di tutti i tempi…e purtroppo (per colpa delle leggi del mercato e non solo) pochi lo conoscono o non sanno affatto della sua esistenza. Vabbè, non mi dilungo, inizio a dire ciò penso del libro più bello che io abbia mai letto:
Horcynus Orca, di Stefano D’Arrigo.
Un romanzo che dovrebbe stare alla letteratura italiana (e mondiale) del ‘900 come I Fratelli Karamazov di Dostoevskij sta alla grande letteratura Russa e mondiale del IXX secolo……..ma, a quanto pare, non è proprio così, dato che Horcynus Orca oltre ad essere pressoché sconosciuto all’estero, è anche sconosciuto, ai più, in Italia.
Non so se esistano o no colpe da attribuire a questo scarso apprezzamento da parte del grande pubblico, e sinceramente non mi interessa neanche saperlo, ma da lettore e osservatore non posso fare a meno di notare che il suddetto romanzo, dopo esser stato per alcuni anni di difficile reperibilità, da due anni circa è addirittura fuori catalogo e quindi quasi introvabile. Sinceramente credo che questo sia, a dir poco, vergognoso…e sia una grandissima sconfitta per editori, lettori e per l’intera letteratura italiana.
Dico questo perché Stefano D’Arrigo (Alì Terme, 1919 – Roma, 1992) ci ha regalato un capolavoro assoluto, un romanzo i quali personaggi sono stati accostati a quelli dei grandi poemi epici come l’Odissea e l’Eneide; un romanzo pervaso di un simbolismo che ci riporta al Leviatano o al Moby Dick di Melville. Un romanzo completo, che abbraccia l’intera esistenza umana, che non tralascia alcun aspetto della vita, che, come una poesia di oltre 1000 pagine, si presta a diverse ed affascinanti interpretazioni.
Un romanzo, in poche parole, perfetto, scritto da un uomo che aveva coscienza di quale capolavoro la sua penna stava creando; e a testimoniare ciò vi è l’attenzione e la cura messe dall’autore nella stesura del testo: un testo che per venire alla luce nella sua versione definitiva ha impiegato quasi venti anni. La breve storia della nascita di un grande romanzo che credo meriti di esser raccontata: dopo aver esordito nel panorama letterario scrivendo un libro di versi (Codice Siciliano), D’Arrigo, nel 1956, scrive in quindici mesi un romanzo intitolato “La Testa Del Delfino” col quale nel 1959 partecipa al Premio Cino del Duca aggiudicandosi il primo posto. A tale successo segue immediata la proposta da parte della Mondadori di un contratto per la pubblicazione integrale del romanzo: D’Arrigo accetta e si mette a lavoro, rivedendo ulteriormente le pagine del suo scritto da consegnare in tempi brevi alla casa editrice e cambiandone il titolo in “I Fatti Della Fera”. Nel settembre del 1961, il manoscritto definitivo viene spedito all’editore e subito dopo, come da contratto, la casa editrice manda all’autore le bozze da correggere entro un mese per poi poter procedere finalmente alla stampa e alla pubblicazione del romanzo…ma D’Arrigo a corregger quelle bozze impiegherà un po’ più di un mese: impiegherà quasi quindici anni, aggiungendo centinaia e centinaia di pagine al manoscritto, il quale uscirà solamente nel 1975 col titolo, questa volta definitivo: Horcynus Orca.
Romanzo affascinante e misterioso sin dal titolo, poiché se sappiamo che il nome zoologico dell’Orca è, appunto, “Orcynus Orca”, l’orca “orcinosa”, colei che porta la morte, l’assassina (l’aggettivo “orcino”, del resto, significa demome proveniente dall’inferno), non sappiamo perché l’autore inserisce l’ H davanti a tale espressione. La spiegazione più plausibile e interessante l’ho trovata nella tesi del giornalista e critico letterario Walter Pedullà, secondo il quale è probabile che, poiché quell’ H fa si che le prime due lettere del titolo (HO) facciamo pensare alla formula chimica dell’acqua, D’Arrigo potrebbe aver voluto in questo modo “segnalare un identificazione dell’Orca col mare sulla base del binomio vita / morte”.
Il mare, appunto, perché di un romanzo marinaresco si tratta, di un romanzo che narra, come scritto nel risvolto di copertina, l’Odissea di un giovane eroe moderno, ‘Ndrja Cambrìa, marinaio della fu Regia Marina durante la seconda guerra mondiale, che percorre a piedi le coste della Calabria per entrare in Sicilia, sullo Stretto di Messina, a Cariddi, dove vive il padre dopo la scomparsa della madre Acitana. Lo stretto di Messina, lo “Scilla e Cariddi” della mitologia greca (come lo chiamerà sempre l’autore nel corso della narrazione) fa da cornice allo svolgimento del romanzo, con i suoi vecchi pescatori, i suoi fantasmi, le sue misteriose e sibilline figure femminili, un faccione di gesso di Mussolini che funge da pitale e che si logora lentamente, ufficiali inglesi e americani, ecc… Il mare fa sentire fortissima la sua presenza nell’intera opera e nell’andamento della scrittura, che sembra muoversi regolata dal flusso delle correnti marine, una narrazione che simula l’aspetto del mare dello Stretto in rema, con i suoi “bastardelli”, i suoi “spurghi” e le sue misteriose correnti secondarie; una scrittura figlia di lunghissimi studi e sperimentazioni da parte dell’autore, alimentati dalla ricerca di “fare coincidere i fatti narrati con l’espressione, la scrittura con l’occhio e con l’orecchio, rifiutando qualunque modulo che apparisse parziale, astratto o intuitivo, cioè non completo e assoluto […] …Fino a che la totalità lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che, sulla pagina finita, la scrittura ‘parlasse’ “.
I registri usati da D’Arrigo per ottenere tale “prodigio” sono svariati e vanno dall’uso dell’italiano colto e letterario, a quello dei neologismi, passando per l’italiano comune; d’Arrigo inventa quasi una nuova lingua, facendo convivere dialetto, discorso diretto e indiretto libero, neologismi, ecc. con una naturalezza propria solamente ai grandi scrittori.
Horcynus Orca, un capolavoro assoluto. A mio avviso uno dei romanzi più belli del ‘900, un’opera completa alla quale il suo autore ha dedicato molto tempo della sua vita e nella quale ha riversato tutto sé stesso con devozione, competenza, ispirazione, amore e professionalità; un romanzo sul senso e l’ambivalenza della vita e della morte, ambientato in un periodo storico importante e delicatissimo per l’Italia e per l’intero Mondo , una storia che si svolge in soli otto giorni narrata in oltre mille pagine di splendida letteratura, un romanzo che non risparmia aspri giudizi alla guerra che sta volgendo al termine e al regime fascista che lentamente si sta spegnendo; un romanzo che si spinge “oltre” i fatti narrati, che guarda avanti, che denuncia (servendosi di un avvolgente simbolismo) il male che contraddistinguerà la seconda metà del secolo, con l’avvento dell’edonismo più sfrenato, del dominio del dio-denaro, di un pensiero unico e furbescamente dittatoriale dettato dalle leggi del mercato, del progresso, di quella che oggi chiamiamo globalizzazione; di un Potere che è destinato a morire e a trascinarsi dietro, nella morte, l’uomo e i suoi valori più profondi, la sua individualità, le tradizioni, i particolarismi…
Horcynus Orca è, come ho recentemente letto un articolo di critica letteraria, “il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rimedio in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità celesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci”. Ma non è un romanzo senza alcuna speranza, poiché dei paralleli destini dei protagonisti (l’Orca e ‘Ndrìa) forse la morte non s’è presa tutto…forse ha lasciato qualcosa, alla radice della vita, che neanche la Morte stessa è capace di estirpare… Forse…dico “forse”, perché dopo la lettura di questo capolavoro, dopo essersi lasciati trasportare dal frusciare delle sue pagine/onde in capitoli sospesi fra il realismo più classico e atmosfere da Mille E Una Notte, nessuno può dirsi depositario di un’oggettiva interpretazione del romanzo. Ognuno può trovare le sua risposta al “cosa rappresenta realmente l’Orca, cosa ‘Ndrìa, il padre, la sibillina Circina Circè, il paese delle Femminote, il mare, ecc…” Ognuno può, nuotando nel geniale simbolismo del romanzo, avere personali spunti interpretativi…come accade con la poesia: una sublime poesia di 1082 pagine, lunga otto giorni…e scritta in venti anni…
Ora, dopo questa mia breve dichiarazione d’amore al romanzo in oggetto, lascio che a chiudere questa pagina sia la penna di D’Arrigo, siano alcune righe, un piccolo assaggio di Horcynus Orca:
“… ripigliò a muoversi scuroscuro all’orbisca e inaspettatamente, fatti pochi passi, trovò finalmente uno sbocco sulla marina: sentì sulla faccia una leggerezza d’aria, l’oscurità davanti sgombra di case, e il respiro del grande animatone gli soffiò all’orecchio e gli si girò intorno come un filo sottile, in giri e giri di fili di bava che si pietrificava, come filamenti di una conchiglia che andavano e venivano con gli echi della sua animazione misteriosa e immensa. Se lo immaginò così, lo scill’e cariddi, con una sensazione fisica strana di disorientamento, come non lo ricordasse più come e dove era o come non fosse più, a causa di qualche nuovo, nuovo e ogni volta sempre peggio, terremoto, o più precisamente terremaremoto, dove e come lui lo ricordava, un animatone sgomentevole che col suo squasso di respiro occupava ogni tenebre, passaggio, apertura o spiraglio, tra lì e l’isola.
Gira e rigira, alla fine ci troviamo sempre davanti a un mare, e per andare dove siamo diretti, ci tocca superarlo. Eh, Mosè? C’è sempre un mare rosso, un mare vivo o morto, che si para davanti a chi va ramingo, in cerca di casa… Mentre gli andava incontro, se lo vedeva parato davanti così, come diceva Portempedocle, nientemeno, e pensava che non doveva essere la mancanza della barca a farglielo immaginare con le parole di Portempedocle, ma l’oscurità che glielo nascondeva alla vista e gli impediva di vederlo come realmente era.”

Trilobiti 120# La consistenza del tempo

Ci sono due scuole di pensiero circa la consistenza del tempo.
La prima sostiene che il tempo è altamente volatile e ogni più piccolo evento modifica il possibile futuro sulla terra.
La seconda ritiene che il tempo sia rigido: nonostante ogni sforzo, rimbalzerà sempre verso un presente determinato. Quanto a me, non mi curo di queste frivolezze. Mi limito a vendere cravatte a chiunque ne voglia comprare…

Tratto da Il caso Jane Eyre di Jasper Fforde