Punti di giuntura

le tue parole di oggi per me..

“Impossibile non vedere i punti di giuntura tra di noi come soffici cicatrici e accarezzarle. Essere sicuri di noi. Sono felice di averti incontrato in questa mia vita. Sai che sei bella? Nell’anima, nelle gesta, nei sorrisi, nel corpo. Lo ripeto…son felice di aver incontrato una stella in tutto questo buio galattico…”

io mi sento così impefetta, non riesco neanche a percepire un raggio di quello che tu vedi in me.
Grazie per questo tuo abbraccio che arriva, anche senza braccia.

L’amore trasparente

Non pretendo più di aver ragione
se parlo di vestiti e di carezze
le braccia lungo i fianchi farò cadere
pregare no che non vorrei pregare
pregare no che non vorrei pregare.

Non vergognarsi della propria malinconia
è un compito penoso anzi uno strazio.
L’amore trasparente non so cosa sia
mi sei apparsa in sogno e non mi hai detto niente
mi sei apparsa in sogno e non hai fatto un passo.

Nemmeno un gesto nemmeno lasciamo andare
meglio di chi improvvisa a malincuore
meglio di chi improvvisa senza amare.

Sarà la vita che monta e poi riscende
tutto questo splendore trasparente
luce elettrica che dopo il buio sempre si accende
se abbiamo assolto tutti i sentimenti
dimenticato tutti i fuochi spenti.

Ma sono pazzo del mondo e sono pazzo di te
e sono pazzo del mondo questo è odio e amore
sono pazzo del mondo questo è odio e amore
anche per te.

Sarà il destino che splende e poi riscende
tutto questo rumore che si sente
acqua libera che sempre si spande.

L’amore trasparente non so cosa sia
mi sei apparsa in sogno e non mi hai detto niente
ti ho dormito accanto e mi hai lasciato andare
sarà anche il gioco della vita ma che dolore
sarà anche il gioco della vita ma che dolore

Trilobiti 58# un piccolo rituale settimanale

Avevamo, Mamed e io, un piccolo rituale settimanale, molto saggio: ci incontravamo la domenica, fra le otto e le nove, al caffè, per parlare. Affrontavamo i problemi del momento, di solito politici, poi ci piaceva raccontarci pettegolezzi senza importanza. Ogni tanto, dei vecchi compagni di liceo o dell’università si univano a noi e partecipavano al nostro rituale. Evitavamo i commenti sulla politica. Sapevamo che in questo caffè c’erano più informatori della polizia che clienti. Era l’epoca in cui il paese viveva in stato d’emergenza, in cui i dissidenti venivano arrestati; alcuni sparivano. La polizia sosteneva di cercarli, ma tutti sapevano che era un altro ramo di quella stessa polizia a farli sparire. Il nostro incubo era sparire. Svanire in fumo. Essere ridotti a una zolla di terra, a un pugno di cenere. Non essere dichiarati morti ma solo dispersi nella natura. Persi e mai ritrovati. Persi e mai sepolti. Mi ricordo di una madre impazzita, che camminava per le strade, la foto di suo figlio in mano, rifiutandosi di rientrare in casa prima di aver ritrovato il suo bambino. Dormiva sul marciapiede, di fronte al commissariato. Un giorno scomparve. Si disse che fosse stata fatta sparire anche lei. Vivevamo con questa paura nello stomaco, e non ne parlavamo mai.

tratto da L’ultimo amico di Tahar Ben Jelloun

Periferia delle sensazioni

Periferia delle sensazioni.
son lì che guardano da lontano.
con che prospettiva distorta arrivano?
eppure ci sono.
slittano in un eco.
le sento.
mi voglio avvicinare.
e mentre mi avvicino..le riperdo.
e mentre le riperdo..le ritrovo..
e mentre le ritrovo mi rendi conto che..
forse..
erano altre..
altre ancora..
allora aspetto.
aspetto cosa?
che diventino solide?
che si materializzino in qualcuno? qualcosa?
aspetto me.
me, che non arrivo.
quell’io che sfuma e si riaccende..sfocato, livido, spaccato, inutile..si sbriciola.
quell’io che a volte non è percepibile.
quell’io ingombrante che vorrei isolare.
ma sono sempre io.
quell’io è me.
sono lo stesso io.