Trilobiti 206# “…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare…”

100_4946

“…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare…”

…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare,
sentendo e assaporando sulla schiena
le bestemmie dei pesci e di ogni
azzurra creatura;

…ed è non guardandolo in viso
che ho soverchiato l’amore
per poi sottomettermi all’ansia
di non rivederlo tornare…

Di nuovo ti do le mie spalle
per farne tuo specchio, oh mare,
ma dimmi, dimmi soltanto
da che pensieri vengon le tue rughe,
quali quesiti vengono a portare
(quali stanchezze) nei detriti, nei pesci
morti di vecchiaia sulla riva…

Tu sai che il peggior vizio
si chiama “prima volta”
e vizio alle tue onde non concedi:
soltanto un perpetuo cadere
sull’orlo d’un sognato trabocco…

Dandoti le spalle, mare, ti respiro,
chiudendo nei miei occhi il tuo rumore,
fissando le case oltre la spiaggia…

e come l’anziano signore
sospende in cortile il lavoro,
toglie dal capo il berretto
al passaggio del feretro in strada,

così, d’improvviso,
sospendo la mia vita,
mi denudo, mi volto, ti guardo,
e or che ti conosco,

come in una morte vicina e non sentita
mi tuffo riverente nella tua azzurra apparenza.

tratto da Sulla riva del foglio di D’Annibali Gianluca

Vorrei

Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c’è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d’ un rabbuiarsi e del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
e per farmi da te spiegare cos’è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l’ universo…..
…………
Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l’ oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all’ infinito

e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

She’s got her ticket

Dodici anni fa.
Il telefono squilla, io rispondo e rimango immobile con la cornetta stretta nella mano e non riesco più a pensare, i pensieri si staccano come coralli da una collana, e non riesco a prenderne più nemmeno uno, sono sparsi per terra alla mia testa, alla mia anima che ha perso la voce, ho capito solo il tuo nome seguito dalla parola “coma”.
Poi non sento più la voce dell’interlocutore dall’altra parte, non è più una voce, non è più niente, penso a cosa sia successo e non ascolto più, creo nella mente immagini, mie, tutte sbagliate.
Il casco che si stacca, tu che cadi dallo scooter. Non so perché, io ho visto esattamente questa scena nella testa. Ma non è andata così. No.
Quando qualcuno muore, inizia a non contare più il come sia successo, ma solo il fatto che sia accaduto. Eppure io ci penso al come sia successo a te.
Penso che avremo potuto non farlo succedere.
Avrei voluto che qualcuno mi preparasse a tutto questo, avrei voluto saperlo prima che stava succedendo. Non siamo mai pronti per far rompere la diga del dolore, non siamo pronti ad accoglierlo, a farci invadere in ogni parte, a dare un senso alla morte. Ad accettare la perdita.
Io non ero pronta, no.
E’ da allora che non riesco ad ascoltare più Tracy Chapman.
Come se riascoltarla, potesse riportare quel flusso di dolore di nuovo in circolo.
Che stupida che sono, se ci penso, il vuoto è sempre lì, allo stesso posto e insieme al vuoto ci sei tu, che sei rimasta uguale a prima.
Per te gli anni non sono passati, continui ad avere 17 anni e ne avrai 17 anche tra vent’anni.
Mi viene in mente quell’ultima volta in cui ti ho vista, avevi gli occhi stanchi, ma vivi, pieni del fuoco della vita, i capelli biondi raccolti in una treccia. Ripenso al tuo sorriso mentre stringevi quel cd di Tracy Chapman e mi parlavi dei testi delle sue canzoni.
Chissà se hai saputo che al tuo funerale, proprio tuo fratello ha letto il testo di She’s got her ticket con la voce rotta dal pianto.
“lei ha il suo biglietto
penso che lo userà
penso che stia per volare via
nessuno dovrebbe provare a fermarla
e persuaderla con il loro potere
lei ha detto che ha preso una decisione…ma lei sa dove il biglietto la porta e lei troverà il suo posto al sole”.

Io spero che tu lo abbia trovato il tuo posto al sole. Ti voglio bene Maria.
Ovunque tu sia adesso, rimani in me con la stessa forza.

Trilobiti 205# Conoscenza della notte

Io sono uno che ha conosciuto la notte.
Ho fatto nella pioggia la strada avanti e indietro.
Ho oltrepassato l’ultima luce della città.

Io sono andato in fondo al vicolo più tetro.
Ho incontrato la guardia nel suo giro
ed ho abbassato gli occhi, per non spiegare.

Io ho trattenuto il passo e il mio respiro
quando da molto lontano un grido strozzato
giungeva oltre le case da un’altra strada,

ma non per richiamarmi o dirmi un commiato;
e ancor più lontano, a un’incredibile altezza,
nel cielo un orologio illuminato

proclamava che il tempo non era giusto, né errato.
Io sono uno che ha conosciuto la notte.

Robert Frost

Sogni e sintomi

Vic spostava un cofanetto sulla scrivania e creava giochi con le luci sul soffitto mentre parlavo al cellulare, quasi non riuscivo a concentrarmi sulla telefonata, per quanto prendeva la mia attenzione questa scena.
Poco sonno, notte ansiosa.
Tolgo un cuscino, poi lo riprendo, ho caldo, sposto le lenzuola, mi metto su un fianco, poi mi rigiro, mi rimetto supina. Poi sull’altro fianco e intanto la luce del giorno che arriva inizia ad insinuarsi nelle fessure degli infissi mi ricorda che ho dormito pochissimo.
Ripercorro i sogni da cui mi sono destata.
Ero in una scuola in attesa di un concerto..ci sono gli strumenti musicali pronti per l’uso e zaini di altre persone per terra.
La mia borsa cade e cadendo si sparpagliano sul pavimento una miriade di portachiavi senza le chiavi agganciate. Li prendo e li rimetto in borsa.
Intanto arrivano altre persone e si siedono sui banchi di scuola che sono stati spinti verso il muro. Tra questi c’è Memory un mio vecchio amico di serate alcoliche e trasferte pazze. Non lo vedo da anni. Nel sogno lo abbraccio forte e poi riprendo il mio posto per il concerto.
Indovinate di chi è il concerto?
Di Max Gazzè!
Ma non riesco a vederlo, perché prima arriva un tizio che inizia a picchiare mio cugino che magicamente si è materializzato nella stanza.
Io ho paura.
Qualcuno riesce a placare gli animi.
Flash.
Sono a casa.
Bussano al citofono.
Guardo attraverso la porta vetro e vedo che il cancello elettronico si sta aprendo anche se non sono stata io ad aprirlo.
Stanno entrando uomini vestiti di nero armati di bastoni.
Non riesco a contarli, sembrano tanti.
Una sorta di arancia meccanica rivisitata.
Io non trovo le chiavi per chiudere la porta.
Panico.
Poi non so come, ma riesco a chiuderla e nel frattempo chiamo la polizia, ma quando devo dirgli dove abito, non me lo ricordo.
Clacson in strada, stavolta non è il sogno ma la realtà, Samì abbaia, io mi sveglio, col cuore in gola.
Almeno i sogni potrebbero darmi tregua.

The child inside

Stadio Olimpico, Roma.
la mia prima volta in questo stadio.
Quando sto per entrare mi sembra di sentire tutte le urla, i cori dei tifosi alle partite, dei fan degli innumerevoli concerti che si son tenuti lì.
E’ già un’emozione solo varcare quei cancelli.
Tutti quelli che entrano corrono a prendere i posti sotto il palco, io me la prendo con comodo, ne ho visti troppi di concerti schiacciata alla transenne. Mi sistemo sul prato centralmente, tanto da avere il palco di fronte e mi siedo per terra, perché c’è da aspettare.
Intanto lo stadio si riempie a poco a poco.
Suonano i Motel Connection, ma io nemmeno li sento, aspetto solo che inizi il concerto, mentre tutti gli altri ballano e si preparano per il vero spettacolo.
Il sole sta andando via e il caldo è quasi sopportabile.
Quando mi alzo e mi guardo intorno, vedo lo stadio pieno, sia negli spalti che nel prato, rimango sbalordita.
Ora si sta esibendo Matthew Dear e l’attesa si fa ancora più trepidante.
Subito dopo le 21 arrivano sul palco i Depeche Mode. Il pubblico è in delirio, iniziano con Welcome to my world, poi Angel..
Dave Gahan si toglie la giacca e rimane in gilet.
E’ in formissima, balla come un matto, fa pirouette, ha gli occhi truccati e un sorriso che ti manda k.o.!
E’ carismatico da morire.
Quando canta Walking in my shoes, lo stadio vibra.
Poi Precious, Black celebration.
Policy of Truth, Should be higher.
Brividi a seguono brividi, non mi sembra di essere nemmeno più lì, la tipa a fianco a me, sembra una molla, salta e si muove a destra e a sinistra come una molla, ogni tanto rulla una sigaretta e poi comincia di nuovo a molleggiare.
Le emozioni si accumulano, si dilatano: quando un gruppo con le sue canzoni, hanno fatto da colonna sonora alla tua vita, non può essere altro che così.
E’ il momento di Barrell of Gun, meravigliosa!
Poi Dave Gahan esce e lascia il testimone a Martin Gore che canta The child inside, a questo punto ho come la sensazione che l’intero stadio trattenga il respiro, si è creata un’atmosfera surreale, tutti sono abbracciati a se stessi, a quella voce, a quelle emozioni che generano quelle note. La tipa a fianco a me è immobile, ha gli occhi lucidi, come me.
Poi Gore esegue Shake the disease e ancora si trema.
Arriva Heaven, seguita da Soothe my soul.
A Pain that I’m used to, A question of time, Secret to the end.
Lo stadio esplode..arriva Enjoy the silence, tutto il pubblico canta all’unisono l’intera canzone, dando vita ad un effetto sonoro da paura!
Poi arriva Personal Jesus e tutti cantano e ballano energicamente.
ancora Goodbye, poi Somebody, Halo.
E quando arriva Just can’t get enough si è giunti al massimo del delirio.
Intanto Gahan si è tolto anche il gilet e si muove sinuoso ad ogni pezzo.
I feel you e cresce ancora l’intensità emotiva.
Si giunge al termine del concerto con Never let me down again
e la tensione in circolo si placa.
Sono ubriaca di sensazioni e di emozioni.
Inizio a respirare di nuovo.
Piano piano lo stadio si svuota, sono tutti esausti, ma felici.
Sudati, stravolti, con gli occhi colmi di gioia.
Che serata ragazzi! ce ne vorrebbe almeno una al mese per poter ricaricare l’anima!

p.s. è pazzesco anche che ogni anno io e Fabry andiamo a vedere lo stesso gruppo, però lui a Milano e io e a Roma.
Chissà che un giorno non riusciamo ad andarci insieme ad un concerto!

Cari vecchi Depeche Mode…

San Siro è immenso.
E sotto, il palco è un miraggio.
Dal terzo anello la prospettiva è davvero diversa.
I Maxischermi (ma poi nemmeno tanto maxi) mi consolano di poter scorgere qualcosa di quello che accadrà tra poco laggiù, senza per forza dover disporre di un telescopio.
La posizione è bella, centrale, ed istantaneamente vengo ipnotizzato dall’afflusso delle persone: vedo gli spalti gremirsi, osservo le persone operosamente industriarsi a trovare il sedile di competenza. Laggiù, dove un tempo c’era il campo da gioco, è tutto un brulicare di gente. Ma c’è tranquillità, all’apparenza inspiegabile, una tranquillità colma di attesa per lo spettacolo.
Poco dopo le 21, i volti si accendono, gli altoparlanti fanno scoccare il loro temibile suono, simile alle trombe di Gerico: guardo la struttura sperando regga alle vibrazioni.
I Depeche sono in gran forma, fin dalle prime note, così come il mio vicino che muove scompostamente la testa come se fosse ad un concerto di heavy metal, lanciando saltuariamente, ma con una certa costanza, delle urla al limite del growl.
Iniziano con “Welcome to my world” tratto dalla loro ultima fatica ed è un pezzo memorabile per aprire il concerto: sonorità tipiche Depeche Mode, voce di Dave spettacolare.
Vanno avanti così, snocciolando episodi come “Walking in my shoes” che galvanizzano l’intero stadio. Quando arriva il primo episodio in cui Martin Gore prende giustamente la ribalta cantando, chitarra e voce, un paio di pezzi lenti, il vicino impazzisce ed inizia ad urlare come un ossesso “Maaaartin”. Io ed il mio amico ci guardiamo esterrefatti, ma ci divertiamo un mondo.
Sono sicuro che fra “Enjoy the silence” e “Personal Jesus” lo stadio rischi di venir letteralmente giù: tutti sono in piedi e cantiamo a squarciagola senza ritegno con Dave che duetta con noi in modo molto coinvolgente. Nel frattempo non mi sento più le mani a furia di battere il tempo, ma non è cosa di cui mi preoccupo.
Altro momento epico su “Policy of truth” con la folla in preda ad un visibile entusiasmo.
Appena Dave rimane a dorso nudo il vicino urla “nudo!!!!!!” al che, il mio amico, impercettibilmente, ma sensibilmente si sposta verso di me.
E poi il concerto cavalca a spron battuto verso il finale, con il gruppo che non concede i bis.
Ma sono le 11:45, direi che hanno fatto abbondantemente il loro dovere.
I visi raggianti scorrono via nel caldo della notte.
Noi camminiamo fra strade colme di gente, felici di aver spolverato il passato.
I Depeche Mode hanno fatto la storia.
Oggi c’eravano anche noi.

Fabry