A lezione di stupore

Mentre spiegavo la vita di Manzoni a B., o almeno questo era il mio intento, visto che lei lanciava occhiate disperate al suo astuccio dove aveva riposto il cellulare, le ho detto che il nonno materno di Manzoni era Cesare Beccaria, e poi mi son fermata, perché mi è sorto un lecito dubbio e le ho chiesto: sai chi è Cesare Beccaria? lo hai mai sentito nominare?
E B. dice: ma chist’ mo’ chi è?
Scommetto che se invece le avessi chiesto, sai quali sono le ultime applicazioni dell’iphone? avrebbe saputo dirmi pure la postilla più insignificante!
Lo so, non tutti i ragazzi delle superiori sono così, ci mancherebbe.
Ma dopo quella che non sapeva chi fossero i Beatles, e quello che non sapeva chi fosse Che Guevara e quell’altra che non aveva mai sentito neanche nominare Hemingway e tristezza delle tristezze, mentre spiegavo una ballata medievale inglese, ho portato ad esempio Geordie cantata da De Andrè, volevo pure fargliela ascoltare, perché il deficit di attenzione tra i ragazzi oggi è al massimo dei livelli, visto i bombardamenti di ipad, iphone, android e tutte le tecnologie che ci sono in giro, e allora avevo pensato che ascoltare una ballata, è molto più interessante che leggerla soltanto da un libro di scuola e se poi a cantarla è Faber, lo è ancora di più, bè quando ho visto l’espressione di R. dopo che le ho proposto questa cosa, sguardo che stava per: sei vecchia, perché io questo De Andrè non lo conosco e quindi vuol dire che è roba antica.
Allora ho messo via il cd e ho spiegato accademicamente cosa fosse una ballata medievale.
Poi non venitemi a dire che non ci ho provato!

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Improvvisa vertigine

Ieri mentre ero sul bus, il mio ipod ha scelto per me questa canzone, casualmente?
Quando metto la funzione “brani casuali”, mi piace, perché magari io non ci stavo pensando, ma avevo bisogno proprio di alcune parole, di una determinata musica, che poi puntualmente arriva.
Vero è che quelle canzoni le ho caricate io sull’ipod, ma magari in altri periodi della mia vita, perché c’è la musica che ascolto sempre, ma c’è anche quella che ascolto solo in particolari momenti.
Io non me lo chiedo se sono felice. Paura della risposta? ma no. Forse è solo che le improvvise vertigini non arrivano quando le cerchiamo o ce le aspettiamo. Si generano da sole, ovviamente quando neanche le stavamo aspettano, poi arrivano, no? Almeno spero. 🙂
Buon sabato a tutti!

Maybe Tomorrow

Quando per caso mi imbatto in una canzone, e penso: ecco qui, stai dicendo proprio quello che sento, anzi, lo stai pure cantando. Oggi la canzone è questa qui.
Le nubi al bordo del sentire si diradano, si frantumano sfumando dietro la vita, che è più forte di qualsiasi altra cosa e non si lascia schiacciare.
Ci son stati momenti in cui davvero il vuoto ha preso il sopravvento.
Ed è lì che ho capito che se anche i cazzi sono di chi lo sta vivendo il periodo di merda, in questo caso, la sottoscritta, bè ci sono svariati modi per farsi stritolare bene dalla bufera.
Uno è quello di svalvolare, di lasciare che il dolore, fluisca a ruota libera, fino a perdere la concezione di quello che si è, o almeno si è creduto di essere fino a quel momento. Perché poi a dirla tutta, io davvero mi riconosco solo a tratti e questa non credo sia una cosa positiva.
Un altro è quello di cercare di annaspare, risalgo un po’, ma non ne sono convinta, e se ne accorge pure quel bastardo che mi sta dando i remi in testa per farmi allontanare da qualsiasi riva, perché lui lo sa bene che non c’è nessuna convinzione in questo mio procedere senza una direzione.
Poi ci sono gli altri: quelli che mi dicono le cose giuste e vi assicuro che sono davvero giuste, ma sono io che sono strutturata male, ho un meccanismo dentro che si inceppa quando meno me lo aspetto e disperde ogni certezza che avevo duramente conquistato. Coloro che cercano di rassicurarmi, lo so che mi vogliono bene e che vorrebbero uscissi fuori dal vortice, ma nonostante abbiano tutte le migliori intenzioni di questo mondo, non si rendono conto che in realtà io non ci sono. Non ci sono affatto. E quindi non c’è parola che possa farmi stare meglio, perché in quel momento io non sento e fino a quando non avrò riacquistato la facoltà di sentire, non potrà arrivarmi proprio nulla, nemmeno il discorso più giusto e sensato. Per questo chiedo scusa, e ringrazio per la pazienza e l’affetto che ricevo anche quando mi meriterei solo due schiaffi in faccia.
Mentre accadono tutte queste cose..
Poi un giorno mi sveglio e mi sembra che il mattone che il signor Maldivivere mi ha mezzo sul petto, non c’è più.
E così, mi sembra anche di riuscire a respirare di nuovo.
Lo so che non è finita qua, ma per adesso mi basta un pezzetto di cielo in cui poter vedere oltre il buio. Che poi tanto pezzetto non è..almeno in questi ultimi giorni, è molto più grande di quanto potessi sperare.
Mi sembra addirittura di avere sembianze umane e di essere quasi un po’ come gli altri. Quali altri direte voi? bè, restringiamo il campo, che ne dite se quegli altri sono proprio quelli che stanno leggendo questo post?
p.s. certo, se poi non lo legge nessuno, allora mi accontento di assomigliare a Dexter.
Dolce notte.

I’ve been down and

I’m wondering why

These little black clouds

Keep walking around

With me

With me

It wastes time

And I’d rather be high

Think I’ll walk me outside

And buy a rainbow smile

But be free

They’re all free

So maybe tomorrow

I’ll find my way home

So maybe tomorrow

I’ll find my way home

Trilobiti 216# Cada poema

In ricordo di Álvaro Mutis

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CADA POEMA

Cada poema un pájaro que huye

del sitio señalado por la plaga.

Cada poema un traje de la muerte,

por las calles y plazas inundadas

en la cera letal de los vencidos.

Cada poema un paso hacia la muerte,

una falsa moneda de rescate,

un tiro al blanco en medio de la noche

horadando los puentes sobre el río,

cuyas dormidas aguas viajan

de la vieja ciudad hacia los campos

donde el día prepara sus hogueras.

Cada poema un tacto yerto

del que yace en la losa de las clínicas,

un ávido anzuelo que recorre

el limo blando de las sepulturas.

Cada poema un lento naufragio del deseo,

un crujir de los mástiles y jarcias

que sostienen el peso de la vida.

Cada poema un estruendo de lienzos que derrumban

sobre el rugir helado de las aguas

el albo aparejo del velamen.

Cada poema invadiendo y desgarrando

la amarga telaraña del hastío.

Cada poema nace de un ciego centinela

que grita al hondo hueco de la noche

el santo y seña de su desventura.

Agua de sueño, fuente de ceniza,

piedra porosa de los mataderos,

madera en sombra de las siemprevivas,

metal que dobla por los condenados,

aceite funeral de doble filo,

cotidiano sudario del poeta,

cada poema esparce sobre el mundo

el agrio cereal de la agonía.

OGNI POESIA

Ogni poesia un uccello che fugge

dal luogo indicato dalla piaga.

Ogni poesia un vestito della morte,

attraverso strade e piazze invase

dalla cera letale dei vinti.

Ogni poesia un passo verso la morte,

una moneta falsa di riscatto,

un tiro al segno nel bel mezzo della notte

traforando i ponti sul fiume,

le cui acque addormentate viaggiano

dalla vecchia città verso i campi,

dove il giorno prepara i suoi falò.

Ogni poesia il tatto irrigidito

di chi giace sulla lastra di pietra delle cliniche,

avida esca animale che percorre

la melma morbida delle sepolture.

Ogni poesia un lento naufragio del desiderio,

uno scricchiolio di alberi maggiori e di sartie

che reggono il peso della vita.

Ogni poesia un boato di tele che precipitano

sopra il ruggito gelido delle acque

con il crollo del pallido paranco delle vele.

Ogni poesia tesa a invadere e a lacerare

l’amara ragnatela della noia.

Ogni poesia nasce da una sentinella cieca

che urla nel vuoto profondo della notte

la parola d’ordine della propria sofferenza.

Acqua di sogno, fonte di cenere,

pietra porosa dei mattatoi,

legno in ombra dei semprevivi,

metallo che suona per i condannati,

olio funereo a doppio taglio,

quotidiano lenzuolo funebre del poeta,

ogni poesia semina nel mondo

l’aspro cereale dell’agonia.

Disintegration

Oggi voglio essere la mia sporca me.
Sono stanca, sai? Stanca di cercare di mettere a posto le cose storte, quelle si piegano sotto il peso dei miei pensieri.
Stanca di avere questo stato d’animo di limbo.
E di non saper sorridere più con leggerezza.
Forse è finito qualcosa o semplicemente è cambiato qualcosa intorno a me e conseguentemente dentro di me.
Non sono brava ad accettare i cambiamenti senza guardarci dentro, senza capire il perché di questo cambiamento.
Forse è davvero infantile il mio atteggiamento, me ne rendo conto. E anche rendendomene conto, non riesco ad essere ottimista e guardare oltre ad oggi, a questo periodo.
Scossoni interiori.
Lo so, ho fatto un sacco di errori, vorrei potermi scusare con chi ho ferito.
Vorrei potermi scusare anche con me qualche volta.
E dire: mi dispiace Marilù, se non ti sono stata vicina abbastanza, se ti ho fatto sbagliare, sapendo che stavi facendo una gran cazzata. Se non ti ho aiutato ad avere fiducia in te stessa.
Se non ti ho aiutata a perdonarti.
Se quando sorridevi, ed il tuo sorriso era triste, io non sono andata oltre il primo strato del tuo sentire.
Se quando cercavi di riprenderti, io non ero lì.
Se quando ti lamentavi, io cercavo di pensare ad altro.
Se quando ti sentivi sola, non sono venuta una sola volta ad abbracciarti.
Vorrei poterti dire che quando eri piccola ed avevi un amico immaginario, quell’amico ero io.
Ma visto che mi hai soltanto immaginato, che sono stato frutto della tua fervida immaginazione, potevi almeno scegliere un amico migliore di me, non credi?
Dolce notte.

Citando Faulkner: “Non sforzarti di essere migliore degli altri, cerca di essere migliore di te stesso”.