Anamnesi dell’anima

Oggi pensavo al fatto che se per caso entrasse qualcuno in casa mia per farsi un’idea di me soltanto guardando quello che mi circonda, potrebbe capire ben poco o avere tanti indizi ingarbugliati e caotici a complicargli le idee e a farlo desistere dal suo intento. Mentre ci pensavo, mi è venuta in mente una scena del film Il santo, in cui Val Kilmer entra in casa della tipa a cui deve rubare una formula per la fusione fredda, e si fa un’idea di lei, del suo modo di vivere, della sua personalità da quello che vede nel suo appartamento.
Dai post-it attaccati ovunque, le ante dell’armadio sempre semiaperte ed anche i cassetti, mai chiusi completamente, questo senso di non concluso, di lasciato in sospeso, un po’ come me, come la mia vita, (ma non ti preoccupare, cassetti, ante e cofanetti aspettano solo che ti degni di chiuderli tu, non c’è nessuna dietrologia o interpretazione speciale).
E poi i sonagli, gli elefanti, pile di libri e cd, tanto di me..tanta parte di anima di Marilù attraverso il mio caos. L’anamnesi dell’anima dentro gli oggetti, i colori, che ci circondano, che scegliamo in anni e anni di vita vissuta.
Ieri Battisti mi ha fatto perdere una scommessa, in un solo giorno, nell’arco della stessa mattinata ho perso due scommesse! Ora ho due pegni da pagare.
La scommessa era che nella canzone Io vivrò senza te, quando canta ..”qualche cosa farò, qualche cosa farò, sì, qualche cosa di sicuro io farò, piangerò..”
Ecco io insistevo sul fatto che al posto di “piangerò”, Battisti cantava: “io vivrò!”
ma poteva mai essere? che mentre si lacerava dell’assenza di lei, lui viveva, andava avanti, e che lei, grandissima stronza che lo ha lasciato, doveva solo attaccarsi al tram! Ecco, io dentro di me in quella frazione di secondo in cui ho dovuto decidere, ho pensato proprio questo.
Ma pensandoci bene, soprattutto nel mio settimo giorno col male perennemente in agguato, come ho potuto essere così ottimista?
Oggi la tipa del negozio di detersivi mi ha detto: ma come sei bella truccata e coi capelli sciolti!
Ed io ho pensato: se volevi farmi un complimento grazie, ora posso anche lanciarmi contro il primo bus che passa, perché in pratica mi hai detto che normalmente sono un cesso, ma grazie, oggi ne avevo proprio bisogno! 🙂
Io invece avrei voluto dirti che quando vengo nel tuo negozio e tu sei perennemente attaccata al pc, a fare non so quale giochi e mi ignori quando ti chiedo: dov’è l’ace denso blu? visto che tu non ti scomodi neanche di togliere i detersivi dagli scatoloni, sai cosa non ti dico?
che il pc te lo farei ingoiare con tutto il mouse! e qui l’anamnesi dell’anima prende tonalità di rosso sangue!
OM…OM…OM..
concludo con una vecchia canzone dei Litfiba, quando ancora si potevano ascoltare.

“Sto oscillando su una lama tra orizzonti e vertici”

Resta
Una parte di me
Quella piu`, quella piu` vicina al nulla
Vicina al nulla

Bruchi e farfalle

Uno dei due creatori del nuovo fumetto della bonelli Orfani, Roberto Recchioni, ha scritto questa prefazione al primo albo, visto che mi sono ritrovata molto nelle sue parole, ho voluto condividerle con voi.

“C’è qualcosa di sbagliato nel mondo di oggi. Non so bene cosa sia. C’è qualcosa che non va nei nostri occhi, vediamo le cose in maniera diversa e Dio sa che non è quella giusta. Stiamo vivendo al limite. Stiamo vivendo al limite”.
Grossomodo così cantava Steven Tyler nel singolo Livin’ on the Edge degli Aerosmith, nell’ormai lontano 1993. Due anni prima James Cameron aveva raccontato il giorno del giudizio nel suo Terminator 2 mentre, appena un anno dopo, in quel funesto 1994, Kurt Cobain avrebbe messo in scena il suo personale armageddon, sparandosi un colpo di fucile in bocca.
Erano anni cupi quelli della mia adolescenza.
Alle nostre spalle l’edonismo sfrenato e irresponsabile degli anni 80, davanti a noi un feroce doposbornia che non avrebbe risparmiato nessuno.
Crescere in quegli anni significava aggirarsi tra le macerie del Muro di Berlino, camminando sopra le rovine del sogno-incubo americano.
Mentirei se vi dicessi che Orfani non ha niente a che fare con il mio passato che, triste a dirsi, trova così tanti paralleli con il nostro presente.
Ma quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla.
Poco importa se è una farfalla dalle ali d’acciaio. Buona lettura.
Ci vediamo dall’altra parte dell’apocalisse.

Trilobiti 217# Adùmas, un cinghiale e un piede

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Vestiva una tuta mimetica che aveva un certo numero di anni, comprata al mercato del sabato, in un banco di oggetti di surplus militare. Ai piedi un paio di anfibi, sladinati da un pezzo. In testa, a coprire un’ampia calvizie, un berrettuccio a visiera, sempre di tela mimetica.
Si chiamava Adùmas.
Doveva quel nome curioso al padre, lui con un nome molto comune, Giuseppe, morto quando Adùmas era un bambino. L’aveva sorpreso, in pieno inverno all’aperto, una bufera di neve mentre cercava di superare il passo per raggiungere casa. Si portava dietro un carico di non proprio lecito per i tempi e quel passo lo aveva attraversato chissà quante volte, con vento, pioggia o neve.
L’avevano trovato un paio di giorni dopo, finita la bufera. Era raggomitolato in posizione fetale, sepolto dalla neve.
L’Appennino non sarà come le Alpi, o le Rocky Mountains, ma ogni tanto, come tutte le montagne, richiede le sue vittime sacrificali, la vita di chi, in un momento d’orgoglio o d’incoscienza, si ritiene più forte di loro, e l’uomo, più forte dei monti, non lo è quasi mai.
Era stato minatore di galleria, in giro per l’Italia a scavar tunnel. Nella sacca della sua roba c’erano sempre un paio di camicie, un paio di maglie, calze e mutande.
C’era anche una copia de I tre moschettieri, che si portava dietro e leggeva e rileggeva.
Non era un uomo di grandi letture, ma le storie di quegli spadaccini lo avevano sempre affascinato. Così, quando gli nacque il figlio, aveva pensato di chiamarlo come uno dei suoi eroi. Nella scelta lo aveva bloccato l’indecisione: D’Artagnan o Aramis? Athos o Porthos?
Aveva deciso per il nome dell’autore. Sulla copertina c’era scritto
A. Dumas.
E Adùmas fu, senza far caso a quel puntolino che per lui non voleva dire niente.

tratto da Malastagione di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

p.s se per caso vi state chiedendo dove siano finiti il cinghiale ed il piede che sono menzionati nel titolo del trilobita, allora vi conviene leggere il libro, è il titolo del primo capitolo e mi piaceva lasciarlo così com’è.

Sono antica

E’ l’era della comunicazione, tutto scorre veloce.
Siamo abituati a piogge di mail, chat: un diluvio di chiacchiere, spesso inutili.
Si è perso il gusto dell’attesa, quella delle lettere scritte su carta.
Controllare la buca della posta ogni giorno, aspettando di intravedere quella busta, diversa dalle altre, dalle bollette, dalla pubblicità. La trepidazione di tenere la busta tra le mani, dopo che è passata, chissà tra quante altre mani, prima di arrivare fino a noi.
Aprire la busta lentamente ed estrarne i fogli, intrisi di parole, che non sono più parole, ma fili che si intrecciano su lunghe distanze con il nostro interlocutore, bruciandole, annientandole nel momento in cui l’inchiostro raggiunge il foglio, producendo intarsi di emozioni, di confessioni, di sentimenti, di vita.
Scorrere i fogli attraversati dalla grafia, che contraddistingue ognuno di noi in maniera diversa, scivolare lungo le parole, le frasi, emozionarsi.
Le lettere sono più umane.
Lo so, ci mettevano giorni per arrivare, ma volete mettere una lettera su carta con una mail?
Stiamo perdendo molto ogni giorno.
Mi sento sempre più lontana da tutta questa velocità, che non apprezzo, ma di cui usufruisco anch’io, altrimenti adesso non starei scrivendo su questo blog. La tecnologia se da una parte rende tutto più semplice, accorciando i tempi, velocizzando lavori, rapporti, conoscenze, spese, burocrazia, qualsiasi cosa, da un’altra parte, però sembra che ci abbia tolto quell’aspetto umano che rivestiva tutto.
Anche l’attesa, quando si sta conoscendo qualcuno, quando si sta condividendo un pezzo di strada, anche quella scompare con internet e si porta via tutto quello spazio nel mezzo, che potrebbe essere considerato una perdita di tempo, ma che per me è parte del vivere, almeno di come era vivere le cose prima di adesso. Tutta questa tecnologia non ha cambiato anche noi e il nostro modo di sentire le cose?
Lo so, sono antica. Così mi hanno definito miss 16 anni e mr 17 anni nelle ultime settimane.
A me sembra strano comunque che un ragazzo di 17 anni non conosca Sting, ma io sono antica, dovrò farmene una ragione! 🙂

All the lonely people

Avrei voluto dirti senza dirti.
A volte basterebbe un abbraccio, o anche solo un sorriso che venga da quel pezzo di cielo soleggiato che ci portiamo dentro, nonostante fuori è buio.
Poi non sono riuscita a dirti molto e forse neanche a trasmetterti qualcosa nei miei sussurri.
Sono ancora seduta sullo scalino ad aspettarti, raggomitolata con la testa piegata sulle cosce.
E lo so che presto ti sentirò arrivare, ed aprirò gli occhi per riabbracciarti ancora.

All the lonely people
Where do they all come from?
All the lonely people
Where do they all belong?