I’d rather go blind

Il paesaggio del mattino presto è quasi gotico d’inverno.
Gli alberi spogli tendono i loro rami come braccia scarne che cercano ti toccare un cielo sporco di nuvole e a tratti imbronciato, poco materiale umano, il volume della strada è ancora basso.
Pozzanghere da scansare e vetri appannati.
L’imperatore ha scelto di sedersi dietro di me e così non ho potuto osservarlo come faccio di solito.
Chissà se lui da questa nuova postazione, si è sporto per vedere che libro sto leggendo.
Quando scendiamo dal bus, lui è esattamente davanti a me, cammina a passo spedito(anche troppo spedito ), non mi sono accorta che ho cambiato il mio solito tragitto e che sto seguendo il suo. Mi ritrovo nella Feltrinelli, un po’ frastornata, eppure sono circondata di libri, mai luogo più appropriato per me, ma all’improvviso vedo l’imperatore che fa capolino da uno scaffale di libri gialli e incrocia il mio sguardo, e io?
Sorrido e penso: ma che cazzo sto facendo?
Esco di corsa dalla libreria e mi tuffo nel traffico di Napoli che si sta svegliando.
Ed il pensiero che mi accompagna è che sono una stalker mancata!

Ask

Stasera son corsa ad ascoltarla, perché è da oggi pomeriggio che mi risuona dentro, nonostante sia da tanto che non la ascoltavo, mi trasmette sempre uno stato d’animo positivo questa canzone, mi ricorda Kostas, la sua perenne tosse da fumatore incallito, quando lo vedevo arrivare lungo il viale con lo zaino in spalla e il sorriso aperto, e poi il Palarock, l’odore dell’appartamento a fianco che era un misto di tabacco e di stantio, ricordi appesi ai muri, nascosti sotto la carta da parati a fiori anni ’70, confidenze sui davanzali assolati, le miriadi di bottiglie vuote sulla credenza in cucina, le pile di riviste scientifiche, mucchi di dischi in vinile e la fretta di crescere, le ore passate a parlare, a capire, a conoscerci, a volerci bene. La tua barba rassicurante, il tono della tua voce che spesso risento in me quando ho bisogno di risalire e di scrollarmi di dosso gli abissi.
Certe canzoni si portano dentro i legami che abbiamo avuto e che ancora abbiamo con chi ci ha lasciato un pezzo di sé, contagiandoci di vita per rimanerci dentro, in luoghi senza tempo, dimensioni interiori che sopravvivono nonostante la vita ci corrode.
Buonanotte a chi è nei paraggi.
Marilù

Cosmopolis

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“Il futuro è sempre qualcosa di integro e uniforme. Nel futuro saremo tutti alti e felici, – disse lei. – Ecco perchè il futuro fallisce. Fallisce sempre. Non potrà mai essere il luogo crudele e felice in cui vogliamo trasformarlo.” pg 79

In Cosmopolis Delillo offre saggio della sua limpida capacità di creare e ricreare mondi. Il libro, all’apparenza snello, è invece denso e multiforme.
Scrittura postmoderna direbbe qualcuno. Oppure molto di più. Sembrerebbe Delillo abbia lavorato per sottrazione, inserendo scarni ma ramificati periodi che tracciano, come un
delta di un fiume, numerosi percorsi e sottotracce. Ci sono frasi beffarde che nella loro ineffabile bellezza rimangono cristallizzate in attesa di essere riscoperte. Ci sono spunti di riflessioni lanciati come coltelli roteanti. Ci sono ipotesi e suggestioni, ci sono manie e pericolosi abissi aperti sul nulla. C’è il nulla appunto che rivaleggia col tutto. Ed il tutto è stanco, vuoto e già visto. Il nulla è affascinante, invitante e trasgressivo. Ci sono tutte le sensazioni, anche quelle mai provate e da provare. Ci sono cortocircuiti mentali ed ossimori a cui non c’è scampo. Ci sono koan, ci sono stranezze ed inestricabili percorsi fra sinapsi. E’ una lettura che non lascia indifferenti.
Il libro scava, non offre facili certezze, insinua molti dubbi e perplessità.
E’ davvero questo tutto quello che siamo riusciti a fare?
Una città-mondo pronta a collassare?

Fabry

Ringrazio il mio amico Fabry per il suo contributo al mio blog e non solo per questo, lui lo sa.

Trilobiti 223# Mistero di strada

“…Le dicevo che le masse muoiono per niente, anche se la loro morte, lo riconosco, li rende parte di una visione estetica che a volte la storia possiede. Pensi alle migliaia di persone che morirono a Barcellona per difendere la causa repubblicana. Cos’hanno ottenuto? Una monarchia, il che in fondo era un grande trionfo, dopo quarant’anni di dittatura. Ma questa monarchia, con grande sensibilità sociale, non li aiuta nemmeno a cercare i loro morti. E’ riuscita, certo, a far sì che le masse ottenessero una seconda vittoria: i cosiddetti governi di sinistra. Però, amico mio, il primo governo di sinistra comprese anche che c’era un mercato – naturalmente, superiore a lui – e stracciò le norme sacrosante della sicurezza sul lavoro pur di non perdere il mercato. Il secondo governo di sinistra, schiavo di multinazionali, ha ridotto i costi di licenziamento per le aziende. Mi dica lei che cazzo ci hanno guadagnato i morti. Gli unici ad avere ragione sono i realisti, come me, per esempio. Vede: io pensai tanto tempo fa che una seconda morte non mi sarebbe costata nulla, e in effetti non mi è costata nulla. D’altra parte, non vedo quali libertà individuali abbiano ottenuto le masse. Le loro libertà individuali sono zero, nessuna”.
Escolano lo guardava senza riuscire a capire.
“No, non mi guardi così, e rifletta su quanto ha perduto. Ha ottenuto qualcosa, come per esempio i matrimoni tra omosessuali, ma non credo che lei, dopo la separazione da sua moglie, abbia intenzione di sposarsi con un uomo. Ha perso il diritto di fumare. Cazzo, pure quello di fumare. Ha perso il diritto di parlare per strada con una prostituta, anche se solo per dirle che ora è. Per non parlare della povera prostituta, figlia del popolo redento, che dovrà comunicare con i clienti attraverso l’alfabeto Morse.
Come cittadino pacifico, avrà una serie di limiti che nemmeno la dittatura le imponeva. I veri dittatori sono coloro che impongono i regolamenti, glielo dico io, ma contro di loro non si fanno le rivoluzioni. Al contrario, a volte li si applaude e, naturalmente, li si paga”.

Tratto da Mistero di strada di Francisco Gonzàles Ledesma

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Trilobiti 222# il desiderio di essere come tutti

“Ora noi possiamo sentirci, in mezzo alle comunità, soli e diversi, ma il desiderio di rassomigliare ai nostri simili e il desiderio di condividere il più possibile il destino comune è qualcosa che dobbiamo custodire nel corso della nostra esistenza e che se si spegne è male. Di diversità e solitudine e di desiderio di essere come tutti, è fatta la nostra infelicità e tuttavia sentiamo che tale infelicità forma la sostanza migliore della nostra persona ed è qualcosa che non dovremmo perdere mai”.

Natalia Ginzburg

NATALIA

Trilobiti 221# le acque hanno volti

Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi
gli occhi assorti nel buio del respiro,
chi si è immerso nel fondo di pupilla
di una cernia intanata
dimenticando l’aria, chi ha legato
all’albero una tela e ha combinato
la rotta e la deriva, chi ha remato
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo

(E. De Luca, Opera sull’acqua

Ashes in winter light

Una gatta gravida miagola tra i bagagli e i bus alla fermata, si guarda intorno spaesata e mi fa ripensare alla notte scorsa, ai miagolii continui sotto al mio balcone, alla pioggia battente che non accenna a diminuire, a Samì che è scattato come un razzo all’inseguimento di una famiglia di gatti e si è andato ad inzozzare nell’orto che sembra Woodstock in questi giorni.
L’imperatore non c’era, avrà avuto sogni premonitori che lo hanno allontanato dai suoi impegni consueti? I suoi occhi oceano mi guardano anche quando non c’è.
La testa appoggiata al vetro del finestrino, mentre Napoli si allontana e diventa un insieme di luci che sembrano fiammelle appoggiate su un letto ornato di lenzuola nere.
Le case nel semibuio non hanno pareti, tetti, finestre, appaiono tutte uguali, sembrano tutte posticce, come la scenografia di un teatro, le strutture si annullano e si confondono, si sbriciolano, un po’ come accade alla volontà, alle paure, ai pensieri taglienti, alle preoccupazioni quotidiane, agli uomini.
C’è una strana stanchezza in giro. Sorrisi forzati, poca leggerezza.
O sono io a sentirmi così e a vedere quel che mi circonda in questo modo?
Non la si può chiamare tristezza, o forse sì.
Sapete cosa penso? che la maggior parte della gente ha paura di essere triste.
Come se fosse una malattia inguaribile o addirittura infettiva.
Io non la temo, a volte mi lascio avvolgere da lei, perché so che poi avrò la forza di allontanarmici. Almeno spero. Poi però penso che è un vero spreco farsi fottere dalla tristezza anche solo per un giorno, perché in realtà non sappiamo quanta vita abbiamo davanti.
Adesso sto sorridendo, perché è tutto un’eterna contraddizione, quando tiro fuori quel che ho dentro, mi sento meglio, che siano cieli neri o campi assolati, il risultato è sempre lo stesso. Fino a qui tutto bene.
Vorrei sapere come state voi?
Ognuno di voi che ha letto questo post, tu..proprio tu che stai leggendo adesso i deliri di questi matta, come stai?
Dolce notte…