Ultimo post, forse.

Scrivo a malincuore questo post, perché credo che sarà l’ultimo che scrivo.

Dico credo, perché ormai sono talmente inaffidabile, umorale, pazza che non posso assicurarvi sia così. Ma visto che non so se poi avrò la forza necessaria o ci sarò per scriverlo, preferisco farlo adesso, che ancora un po’ di lucidità alberga in me.
E’ che mi son sempre chiesta perché  all’improvviso alcune persone abbandonavano i loro  blog e non davano spiegazioni della loro scelta.
Immagino che per ognuno sia diverso, ma a me non piace lasciare le cose in sospeso. E quindi eccomi qui per salutarvi decentemente, penso che ve lo devo.
Il blog per me è come una casa, e se una casa la si abbandona,  non ci sarà più nessuno ad aprire porte e finestre per far entrare il sole ed arieggiare, cadrà la polvere sui mobili e su stanze che prima erano piene di vita, di persone, in questo caso di parole, di vissuto, di emozioni e dell’essenza di chi con la propria anima ha riempito ogni angolo di quella casa, condividendo, musica, libri, film, pensieri, paure, emozioni, vissuto e dolore.
Eccoci al punto cruciale. Il dolore.
E’ un anno che sto male. Son passati mesi che avevano lo stesso colore e di cui non ricordo nulla, come se avessi vagheggiato in una nebbia fitta senza fine.
A vedermi non si direbbe che sto male, sembro la solita Marilù, che ti dice sì, se le chiedi un favore o se vuoi vederla per un caffè.
Dicono che sono io. Ma in realtà di me non è rimasto nulla, se non l’involucro.
Dicono che sono viva.
Ma in realtà è difficile sentirsi vivi quando ci si sente imprigionati in qualcosa che non ha un volto.
Continuare a scrivere qui, vorrebbe dire perpetuare questo mio malessere che non si attenua scrivendo. E di piangermi addosso non mi piace e di vomitare addosso a chi legge il mio sentire, non è giusto.
in realtà, io sto scrivendo, ma quello che scrivo non lo condivido con nessuno e neanche lo rileggo. Lo metto da parte, e spero che mi possa aiutare un poco a non soffocare. Non ho il coraggio di scrivere qui quel che sento e penso in questo periodo.
In questi ultimi giorni tutto è peggiorato ulteriormente e il tasto di accensione della mia anima è fisso su off.
Scrivo  per una persona che non leggerà mai una sola parola,  gli scrivo perchè vorrei condividere il male che mi affligge, scrivo perché ho un traffico interiore talmente intricato e doloroso che l’unico modo per non dare di matto è quello di fermare i miei pensieri su un foglio, anche se poi so che a lui non importa una cippa di me. Ma questa è un’altra storia.
Non pensate che stia scrivendo le mie memorie.
Non mi aspetto che qualcuno voglia ancora qualcosa da e di me.
Non mi aspetto che qualcuno mi possa comprendere, quando io sono la prima a non capirmi.
Mi dicono che  le cose importanti sono altre e che se scavo sul fondo un briciolo di forza per uscire da questo buio, posso trovarlo.
Io ormai non ci credo più. So che forse gli altri hanno anche ragione a dirmi le cose che mi dicono, ma gli altri non sono in me, gli altri non sono me e per quanto una parte lontana di me può recepire i loro messaggi, io mi sento altrove ora. In un nessun luogo.
Non sento nulla. Se non quel fitto dolore che inquina e sporca ogni angolo del mio sentire.
Non mi riconosco più in nulla e chi vorrebbe vivere con una perenne estranea? Io no.
Mi ritrovo a 38 anni a non sapere più chi sono.
A non avere strade da percorrere. Anche se tutti mi dicono che ho una vita davanti, che non mi devo arrendere, che devo rialzarmi e combattere. Le mie forze le ho già sprecate tutte, pensavo di aver già dato in quanto a sofferenza, e invece mi ritrovo di nuovo sotto le macerie. E non so reagire. C’è che mi dice che non ci ho provato neppure a farlo, che non l’ho fatto con convinzione, ma io non sono di ferro, ho una sensibilità che mi fotte ogni secondo. Ed è proprio il mio essere così che stavolta mi sta davvero uccidendo.
Lo so, vi sembro drastica, ma vorrei farvi vivere un solo istante dentro di me, e allora forse capireste a che punto sono arrivata.
L’anno che è passato è stato difficile, duro, direi orrendo, un susseguirsi di giorni trascinati a forza per non crollare definitivamente.
Ho scoperto di saper fingere benissimo. Di saper accantonare le cose che mi fanno male e di saper fare le cose per gli altri.
Perché se dovessi decidere per me, io rimarrei a letto tutto il giorno, con le finestre chiuse al buio, senza parlare o sentire nessuno per mesi. Fino a spegnermi.
Ma non lo posso fare.
Perché gli altri si aspettano che io mi alzi la mattina e faccia tutto quello che c’è da fare. Ed io lo faccio e so che fino a quando lo faccio solo  per gli altri, non farò grandi passi avanti. Perché è per me che dovrei farlo. Io so tutto, lucidamente i discorsi che gli altri mi han fatto in questo periodo, li comprendo, ma non li sento. Non li sento miei. E’ come se si parlasse della cosa giusta da fare, quando poi in realtà non ho più fiducia in nulla. Soprattutto in me. Altro tasto dolente.
Essere me.
Ho sempre pensato di essere una persona piena di risorse, piena di vita, piena di interessi. Di avere un’anima fiammeggiante e tanto, ma tanto da dare agli altri e anche a me stessa. Oggi ho scoperto che sono una stupida, che mi sono illusa di essere così, ma che in realtà non sono niente, non sono abbastanza, e soprattutto non merito di essere amata. Mi sento un’ingrata nei confronti della vita e nei confronti di chi ha creduto in me, soprattutto la mia famiglia. Mi sento di aver di aver deluso tutti, soprattutto me.
 Che buffo che ora stia piovendo a dirotto, il tempo adatto per questo stato d’animo.
Mi sento a tratti squilibrata, perdo il controllo, ho accessi di rabbia e altre volte sono assente, come un telefono muto. Non so quante lacrime possa contenere una persona. Ma io non ho mai pianto tanto come in questo ultimo anno. Si contano sulle dita di una mano i giorni in cui non ho pianto, non che sia un problema, figuriamoci. Ormai non mi controllo più, piango per strada, all’improvviso, senza anche che mi sia stato detto nulla. Immagino di avere un esaurimento nervoso, o altro. Non so. Sono il mio medico e se dovessi darmi una diagnosi adesso, direi che sono spenta e che non c’è molto da fare per una che sta così.
ho gli occhi gonfi anche ora perché ho pianto tutta la notte e son cerchiati di rosso perché son stanca, sfinita, esausta.
Ora sto prendendo le gocce ogni giorno, con dosaggio aumentato, e perlomeno mi sento meno pazza durante il giorno, a tratti intontita, assente, senza un briciolo di forza.
Tutto è attutito. La rabbia, la paura, il dolore.
poi a tratti si acuisce il tutto e do di matto.
Penso che se esistessero i manicomi, io ora ci sarei di sicuro dentro. Forse è così che funziona. Un giorno ti capita una cosa e ti spezzi e non ritorni mai più ad essere come prima.
Pensavo di essere una persona forte e invece sono fragile e come una foglia al vento mi son fatta portare via.
E per quanto voglia oppormi all’onda, essa mi tira sempre più giù.
Vorrei chiedere scusa a un po’ di persone. Ai miei genitori, in primis, perché penso avrebbero voluto una figlia diversa da me, ma purtroppo gli son capitata io.
A mio fratello che è il mio guerriero preferito e che ho sempre considerato un supereroe e che so che non si aspettava mi arrendessi così. Perdonami Brother e ascolta la canzone dei subsonica “nei nostri luoghi”, è lì che siamo e lì rimarremo sempre.
Ai miei alunni, che tanto mi hanno dato in questi anni e in cui spero di aver immesso qualche seme di vita e di libertà.
Ai miei amici, quelli che ho perso per strada, ma che continuo a portare dentro, quelli che son rimasti attaccati a me, nonostante mi abbiano vista cambiare fino quasi a non riconoscermi più e nonostante tutto mi hanno continuato a volere bene.
A tutte le persone che mi hanno accompagnata, supportata nel viaggio della vita e a quelle che mi hanno accompagnata in questo viaggio al termine della notte. Ai bloggers che hanno condiviso con me, il mio sentire, a quelli che hanno commentato, a quelli che hanno solo letto, a quelli che si son fatti una risata o anche che si sono ritrovati in qualche mio post. Grazie infinite, di essere passati di qui e di aver lasciato un po’ di voi.
Alle due persone che mi son state vicine in questi mesi difficili, a uno di loro dico: che mi dispiace che mi hai conosciuta proprio nel periodo peggiore della mia vita.
All’altro dico, che non è un caso che ci siam ritrovati proprio in questo pezzo di vita e che so che riuscirai a trovare la tua strada.
A Gianluca, che mi ha aiutato a rendere migliore questo blog, che mi ha donato la maggior parte dei trilobiti che ho raccolto, che ha reso la mia vita vibrante e vera per quel tratto che ha fatto insieme a me.
Che altro dire? siamo giunti ai saluti finali.
Non mi son mai piaciuti gli addii.
Io sono una di quelle persone  che non si volta mai indietro quando ci si saluta alla stazione, perché mi fa male il distacco.
Come ho detto all’inizio non so bene se questo è l’ultimo post, o meno. So che ci tenevo a salutarvi, nel caso andassi via.  Perché ora c’è poco da scegliere, o il buio mi inghiotte o ne esco, ma non ho idea di cosa accadrà, sono troppo stanca, per pensare, per rialzarmi, per ricostruire.. Se ci risentiamo qui, allora vi racconterò come sono uscita dal tunnel, se non accadrà, allora vi porterò dentro di me.
Non so dove mi porterà questo nuovo viaggio, avrei tanto voluto avere fede per non aver più paura.
Avevo tante altre cose da dirvi, ma forse è meglio smettere adesso.
Vi abbraccio con tutta me stessa.
Marilù
p.s. la posta ancora mi funziona: crisalide77@hotmail.com
nel caso, lì ancora mi potrete trovare.
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8 thoughts on “Ultimo post, forse.

  1. ilgattosyl ha detto:

    voltare pagina non è mai facile…ma quel libro sembra essere stampato addirittura sulla ghisa.
    Spero di rivederti da queste parti…più serena e felice…perchè anche se ti pare impossibile, arriveranno anche quei momenti.
    un abbraccio

  2. medusa ha detto:

    Avevo inziato a seguire il tuo blog da poco, attratta dal titolo… Cèline mi si è piantato nel cuore. Ho letto queste righe piangendo, leggendo cose che temo potrei scrivere io. E lo so che non serve a nulla perchè il nero assorbe tutto, ma io ti capisco. E non ti dirò che basta farsi forza, perchè non è vero. Mi riconosco nelle tue parole, non ho memoria della maggior parte dei giorni degli ultimi 16 mesi. Vaghiamo, tra sensi di colpa e un vuoto che attutisce tutto, così senza senso. Siamo vive, respiriamo. Spero tornerai a scrivere, vorrà dire che una crepa c’è in questa tristezza che tutto spegne, e che da lì ricomincia la vita.

  3. lois ha detto:

    Ci sono i tempi e le stagioni della vita cara Marilù, ce lo diciamo da molto tempo sia qui che da me. Abbiamo fatto molti passi insieme in questo percorso “anomalo” sul web poi inevitabile tutto scorre, tutto cambia e tutto può mutare. Ma credo che anche questo faccia parte delle nostre vite. Tutto sommato questo è uno spazio che al contrario di quanto si immagini rispecchia molto le nostre vite reali… per ora prenditi il tuo tempo poi magari tra qualche tempo ci ritroveremo ancora qui con uno spirito un po’ più sereno e con lo sguardo lontano da quel vetro dietro il quale mi immaginavo di vederti: “Muto e deragliato / Sul vetro che vede / Pensieri ed occhi / Senza esser visto”.
    Un abbraccio. Lois

  4. anellidifum0 ha detto:

    Marilù, una delle cose che ho imparato nella vita è che il segreto per andare avanti e, un giorno, tornare a sorridere, è accettare. Accettare i rovesci e cercare di migliorare da dentro al rovescio. Può essere impossibile farlo da soli, considera l’aiuto di un terapeuta per un breve periodo, se ne trovi uno bravo può fare miracoli. Coraggio.

  5. Prenditi tutto il tempo che ti serve poi riparti da zero, magari diversa, magari anche peggiore…ma riparti con una scorza sulla pelle ancora più grossa…un bacio

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