72

Bilal era nato nel 1972 a Parigi. Era svanito in qualche dimenticanza il ricordo del viaggio dalle colonie francesi d’Africa verso la patria dei diritti, della rivoluzione e della baguette. Anche dell’aglio, ma Bilal non lo digeriva e, quindi, lo rimuoveva da qualsiasi paradigma percettivo. Quella notte era stata movimentata, come quasi tutte le notti da nomadi fra locali alcoolici e nasi imbiancati per la neve che non scende dal cielo. Ci si ritrova con un corpo sconosciuto accanto, mentre il mattino spunta con le prime voci della città. Un corpo senza nome, di poca memoria. I resti di acrobazie sentimentali provvisorie galleggiano sul pavimento delle stanze. Qualche lucido flash prende vita: il “72”, storico locale della città vecchia, ha offerto quella carne ad un rallegramento breve e dimenticabile. Un biglietto di generici saluti sul comodino. Un bacio di convenienza che non sveglia. Una porta chiusa con morbidezza. La città scorre sotto i passi del disordine organizzato. Rumori che distraggono silenzi. Occhi smezzati, consumati, fabbricati dalla moltiplicazione delle cose. Vetrine che riflettono solitudini affollate. Bilal camminò pensando al briefing con gli architetti coreani che lo attendevano nello studio per cui lavorava da tre mesi. Era molto apprezzato per la sua professionalità al limite di una fastidiosa pignoleria, fortunatamente associata ad un’ironia sfociante – talvolta- nel sarcasmo. Prendeva costantemente in giro la sua collega italiana: “Come fai ad avere un nome da uomo?”. “Andrea è anche un nome femminile!”. Prima di entrare al numero 72 dell’antica strada sulla quale s’affaccia il suo ufficio, Bilal si fermò a colazione nel bistrot che lo attraeva per i colori che facevano silenzio. Lì ritrovava il passato che non passa e parla ancora degli scrittori spiantati che, fra le 72 sedie rimaste per tradizione, elemosinavano un’idea alla linea del bicchiere sempre più vuoto o all’ultimo filo salito dal sigaro della creazione stitica. L’ispirazione nasceva da misteriose strade irrazionali, ma quella mattina aveva bussato a lontani altrove. Chiamò in studio per comunicare un ritardo, da coprire secondo la libera improvvisazione dei colleghi, in preda ad una crisi isterica per la novità poco piacevole. Bilal cercò risposte nella corsa. Il movimento del corpo come sentiero di rinascita, affioramento di positività. Correre con cravatta, valigetta e scarpe eleganti non era una scena consueta che possano ammirare i frequentatori del parco verdissimo che spacca i polmoni di chi ogni giorno lo frequenta. E furono sguardi saturi di risolini inaspettati al suo passaggio. Bilal corse molto, uscendo dal percorso urbano e ritrovandosi nella campagna aperta sotto il cielo bloccato dal sole prestato al giorno. Non avendo la bussola ed essendo felice per aver trovato l’idea della presentazione che i coreani attendevano, cercò la via del ritorno. La fortuna ti tende la mano se la schiavizzi. E lui ne approfittò: un tir merci in avvicinamento. Lui era vestito come un manager capitato per caso nella vita di quel camionista, che si fermò intuendone le difficoltà d’orientamento. Bilal accettò il passaggio, chiedendo una velocità sostenuta per raggiungere lo studio e incontrare i coreani col suo sudore cristallizzato nei vestiti. L’autista era un taciturno dai pensieri sottovento. La barba coltivata dal caos. Bilal notò che il numero 72 continuava ad accompagnarlo anche nell’identificazione di quel tir. Cercò un dialogo per stemperare la tensione silenziosa fra i sedili, ma la barzelletta non fu capita. Scoprì, per sfinimento dopo numerose domande, che l’autista andava al mercato vicino al suo quartiere. Anche se gli sembrò strano che un tir potesse entrare nel centro storico e scaricare la sua merce. “È scalo della grande distribuzione, non del commercio al dettaglio”, pensò. Ma il dubbio prese altre direzioni, superato dall’attenzione verso il segnale d’ingresso al suo quartiere. Era un divieto, ma il tir lo superò con scioltezza e ghigno definitivo dall’autista. Bilal fece notare il segnale, ricevendo un pugno sul naso. Spostandosi per evitare il secondo pugno, Bilal scorse la cintura esplosiva al torace del guidatore. Si tuffò su di lui e il tir zigzagò fra i tavolini del bar, che saltavano come birilli brilli di un flipper in cura psichiatrica. Non sapeva di avere una forza tale nelle braccia, Bilal. Dopo ripetuti colpi, riuscì a scaraventare l’autista fuori dallo sportello. Ma ormai troppo tardi per evitare l’impatto con il mercatino. Fra i numerosi morti, anche lui, additato come kamikaze e terrorista che combatteva una personale guerra santa come un tarlo che scava dall’interno il sistema che vuol sgretolare.
Nel Paradiso destinatogli, Bilal trovò la Grande Luce ad indicargli la strada. In uno spazio senza tempo, trovò le 72 vergini a lui destinate. Costoro erano belle, di pelle bianca, alte 60 cubiti e larghe 7, trasparenti, eternamente giovani, voluttuose, con seni larghi e tondi, le vagine appetenti, occhi larghi e belli. Vedendolo indifferente a tanto splendore erotico, una voce gli chiese: “Bilal, sei stato premiato con 72 vergini. Sono tue, entra nella loro carne e abbi godimento senza fine, giorno e notte, per tutta l’eternità”. Gli occhi di Bilal si allargarono in un sentimento che dal dubbio si fece paura. “Bilal”, gridò ancora la voce, “perché non vuoi giacere con le 72 vergini che aspettano il tuo sesso con eterna voluttà?”.
“Perché io sono gay!”.

Alessandro Errico

La rivolta delle tartarughe

img-20160827-wa0035La scorsa estate non so per quale strana ragione mi hanno regalato due tartarughe d’acqua. Io non so nulla di tartarughe, se si tratta di cani, potrei scrivere un trattato, ma sulle tartarughe, buio completo. Non sapendo di che sesso siano, ho deciso di assegnargliene uno io, e per me  sono un maschio e una femmina: Almo e Frida. Ho visto video su internet, fatto ricerche per capirne il sesso, ma è tutto troppo complicato, allora ho pensato di chiedere alla veterinaria, e lei sapete cosa mi ha detto? “Mi spiace, ma io non so nulla di tartarughe.” Il mio pensiero è stato subito, ma perchè le tartarughe non sono animali? Tralasciando questo passaggio ho deciso di non arrendermi, e  ho iniziato a chiedere a chiunque, a persone che avevano avuto tartarughe in passato, persone che le hanno viste cadere dal balcone, ovviamente erano quelle da terra, e probabilmente non è che avessero manie suicide, ma forse pensavano ci fosse uno scalino e non il vuoto  sotto di loro, ma le informazioni che mi hanno dato sono tutto e il contrario di tutto. E allora ho capito che  imparerò a conoscerle da me, sempre che sopravvivano a questo inverno. Ho appreso che sono delle nuotatrici provette, perchè  le ho viste nuotare come delle forsennate ogni volta che mi avvicinavo per darle da mangiare. Si tuffano dal mini faraglione che c’è nella vaschetta e litigano tra loro. Avete capito bene, litigano. C’è una delle due, che io ritengo sia la più prepotente, ma non è esattamente con questo termine che la chiamo quando fa la guappa della situazione, ed io immagino sia una  femmina, lei dà delle energiche zampate all’altra per impossessarsi del gamberetto secco, e poi a volte addirittura glielo strappa di bocca. Per questa ragione ho deciso di farle mangiare separatamente, altrimenti una muore di fame e l’altra si ingozza e spadroneggia, imponendo la sua dittatura sullo scoglio di south turtelland. Il problema è sorto col letargo. Ora immaginate la mia sorpresa quando ho appreso che le tartarughe vanno in letargo. E i dubbi su come avvenisse questa cosa e su come io dovessi preparare il giaciglio per questo avvenimento si sono fatti spazio in me a dismisura.Il punto è che innanzitutto io ignoravo completamente che le tartarughe andassero in letargo,  in effetti, mi sento ignorantissima, e poi nella mia testa il letargo era quello degli orsi, che si accucciavano in qualche albero cavo per l’inverno e rispuntavano fuori a primavera, ..ma le tartarughe, boh? Ecco che mi assento per dieci giorni e la persona a cui le avevo affidate mi dice che non mangiano più, aggiungendo” forse sentono la tua mancanza e per questo hanno smesso di mangiare.” Ma voi ve le immaginate le tartarughe che mi aspettano al di là del vetro della vaschetta e che non mangiano dal dispiacere del distacco? E dai..no, non ce la posso fare! Quindi sono andate in letargo! Ma immaginavo che il letargo comportasse che stessero ferme, immobili in un angolo. E invece no, loro si muovono, si spostano, nuotano, ma non mangiano. E questo sarebbe il letargo? Per me questa è una sorta di rivolta. Vogliono una vasca più grande, dotata di bar, con tanto di bancone e cocktail di gamberetti, con ciuffi di insalata che spuntano dai loro drink a base di pesce, vogliono due faraglioni come quelli di Capri, perchè giustamente ognuna ha bisogno di una propria postazione per tuffarsi, vogliono due grotte per potersi rincucciare quando non vogliono vedere nessuno, compresa me e soprattutto vogliono un rappresentante nel consiglio di tortuga, che possa proteggere i loro diritti e assicurasi che quando andranno in pensione possano ritirarsi ad Akumal nello Yucatan, trasformandosi in tartarughe marine, e passando gli ultimi anni della loro vita tra i fondali più spettacolari che ci siano al mondo. Scopro quindi che c’è un masaniello anche tra le tartarughe, anzi due. E che sono toccati proprio a me!

Napoletano

Oggi mi succede di essere nominato scrittore italiano. Sovrappensiero e automaticamente correggo: scrittore in italiano. Perchè è lingua seconda, messa accanto e in sordina rispetto alla prima voce, il napoletano. L’italiano è una lingua raggiunta, la amo. Per l’altra non uso il verbo amare. Al napoletano voglio bene e lui pure a me ne vuole. Gli proteggo la siepe, non ci faccio entrare l’italiano, adesso è per me una riserva naturale. Gli voglio bene perchè mette forza di raddoppio alla parola ” ammore”, al posto del più delicato amore, e nel “dimmane” che dev’essere migliore del solito domani. Gli voglio bene perchè al contrario dell’indicativo “abbiamo”, toglie peso e presunzione al verbo avere, dicendo “avimm”. Mi piace che non esiste in napoletano la parola eroe e che “guappo” sia spesso una recita incruenta. Gli voglio bene perchè raddoppia “primma” e “doppo” e dà così più consistenza al prima e al dopo, al tempo passato e a quello venturo. Mentre il presente è un frattempo che si riduce a “mò”, sillaba di momento. E sono affezionato al suo verbo andare che è il più veloce del mondo, “i'”, più corto del già svelto “ire” latino. Perchè quando te ne devi andare, ” te n’ia i'”, subito.

Trilobiti 243# Tratto da Alzaia di Erri De Luca

 

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Ευχαριστώ (Efharisto)

Il più delle volte quando mi parli, non ho la benchè minima idea di cosa tu stia dicendo, ma ti sorrido, e non lo faccio per farti capire che ho fatto un corso serale di greco moderno nel frattempo, e che quindi sto capendo ogni tua parola, ma ti sorrido, perchè penso sia poco gentile strabuzzare gli occhi ogni volta che apri bocca, e allora indosso uno dei pochi sorrisi rimasti incastrati in qualche versione precedente di me, e spero soltanto che quando ti dico grazie, non ti stia ringraziando di mandarmi affanculo, anche se è lì che generalmente vorrei andare.

L’albero del senza parole

Quando arrivo vicino all’ape car, Biobà (per chi non lo ricordasse, è il mio spacciatore di frutta e verdura ambulante), sta borbottando qualcosa, mentre scuote la testa di continuo e con un certo vigore, ed io mentre mi avvicino a lui gli chiedo cosa sia successo, visto che l’ultima volta i suoi borbottii erano bestemmie, poichè suo figlio aveva comprato una smart su internet che dopo neanche un giorno aveva preso fuoco mentre era in mezzo al traffico nell’auto con sua nonna.
Alla mia domanda, Biobà risponde: se mi davano 100 euro, lo avrei acceso io l’albero di Natale, e gli avrei fatto risparmiare 8900 euro.
Io non capisco di cosa stia parlando, e lui mi chiede quasi urlando!” Ma non lo sai? non lo sai che il comune ha dato 9000 euro a Manuela Arcuri, solo per accendere l’albero di Natale in piazza? E mentre lo urla, fa il gesto in chiave comica dell’Arcuri che accende l’albero. Io rimango perplessa e guardo la frutta nelle cassette. Sono disgustata.
C’è da aggiungere qualcosa? E no, direi proprio di no.
Senza parole.

Regalo di Natale

Manuel aveva una gran voglia di fragola. E aveva pure cinque anni. Andò al centro commerciale con la mamma. Le fragole erano finite. Da sei mesi. C’erano solo quelle cinesi. Ma poco importava: Manuel la gran voglia di fragola ce l’aveva sulla pancia, non dentro la pancia. Ammesso che le voglie si possano avvertire nel territorio intestinale. I soliti giocattoli da fine anno. L’atmosfera delle vacanze odorava già di prossimità. I corridoi fra gli scaffali luccicavano ad intermittenza. Come un presepe postmoderno con un mazzo di banconote nella culla della capanna. E tutti i pupazzetti col codice a barre. O a sbarre. Manuel camminava osservando il mondo da un’altezza di merce obbligatoria, quella che può stare in basso perché si deve comprare per forza, per necessità e non ha bisogno di un’altezza d’uomo. Appunto! Lui era un bambino. Teneva la mamma per mano. Guidato dalle dita che lo stringevano con attenta leggerezza. Così come si fa con un telecomando. Le canzoni sotto l’albero si confondevano con gli avvisi delle commesse alle casse. Il carrello circumnavigava gli scaffali come una zattera di frontiera accanto alla scogliera.

Dalla quantità di acquisti cresceva il passaparola di amici e vicine di casa spettegolanti. Carrello pieno uguale molti ospiti. Carrello star bordante uguale invitati anche per la sera del 31. tombola compresa. E se finissero i fagioli per coprire i numeri, resterebbero le lenticchie. Sempre tradizione è! In qualche corridoio il single-che vive il Natale come una triste orchite bilaterale da festeggiare con la propria solitudine- spera di non essere intravisto da amici o vicini di casa, che invece lo puntano per ricamare giudizi taglientissimi sul suo carrello vuoto, quasi come il frigorifero. Egli, vedendosi scoperto, si gioca l’ultimo stipendio di settembre (ha finito di lavorare in un call center con un contratto trimestrale) per comprare i panettoni più costosi, gli spumanti con l’etichetta finto francese che li camuffa da champagne e il cotechino che se avvicini l’orecchio senti il mare in cui è stato pescato (proviene da un maiale transgenico, allevato nelle suinerie subacque e alimentato con pesce parlante, trans pur’esso; il maiale ha le squame da vivo e te le regalano se compri tre confezioni per 12 persone). Tutta merce che finirà avariata nell’attesa delle colombe pasquali.

Manuel non aspettava il Natale per celebrare una nascita avvenuta con fecondazione spiritualmente assistita. Non aveva cognizione di cosa fosse un dogma. Camminava guardando la distrazione, la velocità inconsapevole dei passi. E, svoltato l’angolo degli articoli per la casa, eccolo lì. Il protagonista di tante favole che la mamma gli aveva raccontato. Cercò di ricordare se avesse visto le renne parcheggiate in terza fila. Nulla. Forse sceso dalle stelle. O salito dalle stalle. Ma stalle con le renne non ne riusciva a immaginare. Neppure nelle favolerie concilia-sonno. Fu invaso dal rosso e da un’onda di barba bianca. E la mamma scattò la foto. Lui sorrise e strappò un pezzetto di barba, sorpreso dalla facilità con cui era venuta via. Senza che babbo Natale provasse dolore. “Che fosse finto? No, non può essere. Sarà stata una magia. Anzi: babbo natale è un quasi Dio, quindi non ha mai dolore”. Si mise in tasca il ciuffetto di barba e smise di pensare ai dubbi. I suoi occhi scivolavano nel cestone pieno di regali, come se le pupille fossero calamite. Ma l’incantesimo non funzionò. I regali restarono lì. Provò a stringere gli occhi con più forza, ma il magnetismo interiore non attrasse alcun giocattolo. “Voglio un regalo” gridò a Babbo Natale. Ma partirono alcuni colpi. Panico. Urla. Babbo Natale col mitra in mano gridava: “Questa è una rapina. Tutti a terra”. E, ridendo, sparava in aria. Tutti si stesero al pavimento, come indiani ad ascoltare un treno ancora lontano. La paura era un sentimento irresistibile. Manuel rideva tremando. La mamma lo stringeva. Sapeva che non poteva essere quello il regalo che aveva chiesto. Era troppo strano e poco divertente. E aveva troppa stima per Babbo Natale per credere che non lo avesse ascoltato. Ma continuava a ridere. Senza motivo. Dopo ogni sventagliata di mitra si sentiva il suo risolino soffocato dalla mano della mamma. Sparava e correva, l’uomo rosso e bianco. Scivolando su un carrello e trovando tutti i semafori verdi fra gli scaffali. Nel carrello finirono tutti i registratori di cassa. Tredici. O forse quindici. Da uno, i carrelli divennero tre. Babbo Natale si dirigeva verso l’uscita, dove un furgone lo attendeva per caricare i regali di un Natale molto ricco, quando il silenzio di terrore fu bloccato da un tonfo: Babbo Natale al pavimento. Con un colpo di scopa era stato tramortito dalla Befana. La rivincita della vecchietta sbeffeggiata dal calendario. Gli fu addosso in breve. Ma la corpulenza del bianco barbuto, rinvenuto dopo il contact down, ebbe la meglio; seppur dolorante, riuscì a venire a capo di una colluttazione che non ricordava aver visto nascere. Imbracciò il mitra e fece secca la Befana. Si alzò, con la barba sanguinante e trascinò i carrelli verso l’uscita. La Befana restò a terra: era un vigilante al terzo giorno di lavoro, assunto a tempo determinato (tre mesi rinnovabili). Babbo Natale, portando via l’ultimo carrello, guardò Manuel e si ricordò della richiesta. Si avvicinò a gli regalò il mitra.

Manuel lo sapeva che babbo Natale era un grande.

Glielo aveva detto la mamma.

Alessandro Errico