Regalo di Natale

Manuel aveva una gran voglia di fragola. E aveva pure cinque anni. Andò al centro commerciale con la mamma. Le fragole erano finite. Da sei mesi. C’erano solo quelle cinesi. Ma poco importava: Manuel la gran voglia di fragola ce l’aveva sulla pancia, non dentro la pancia. Ammesso che le voglie si possano avvertire nel territorio intestinale. I soliti giocattoli da fine anno. L’atmosfera delle vacanze odorava già di prossimità. I corridoi fra gli scaffali luccicavano ad intermittenza. Come un presepe postmoderno con un mazzo di banconote nella culla della capanna. E tutti i pupazzetti col codice a barre. O a sbarre. Manuel camminava osservando il mondo da un’altezza di merce obbligatoria, quella che può stare in basso perché si deve comprare per forza, per necessità e non ha bisogno di un’altezza d’uomo. Appunto! Lui era un bambino. Teneva la mamma per mano. Guidato dalle dita che lo stringevano con attenta leggerezza. Così come si fa con un telecomando. Le canzoni sotto l’albero si confondevano con gli avvisi delle commesse alle casse. Il carrello circumnavigava gli scaffali come una zattera di frontiera accanto alla scogliera.

Dalla quantità di acquisti cresceva il passaparola di amici e vicine di casa spettegolanti. Carrello pieno uguale molti ospiti. Carrello star bordante uguale invitati anche per la sera del 31. tombola compresa. E se finissero i fagioli per coprire i numeri, resterebbero le lenticchie. Sempre tradizione è! In qualche corridoio il single-che vive il Natale come una triste orchite bilaterale da festeggiare con la propria solitudine- spera di non essere intravisto da amici o vicini di casa, che invece lo puntano per ricamare giudizi taglientissimi sul suo carrello vuoto, quasi come il frigorifero. Egli, vedendosi scoperto, si gioca l’ultimo stipendio di settembre (ha finito di lavorare in un call center con un contratto trimestrale) per comprare i panettoni più costosi, gli spumanti con l’etichetta finto francese che li camuffa da champagne e il cotechino che se avvicini l’orecchio senti il mare in cui è stato pescato (proviene da un maiale transgenico, allevato nelle suinerie subacque e alimentato con pesce parlante, trans pur’esso; il maiale ha le squame da vivo e te le regalano se compri tre confezioni per 12 persone). Tutta merce che finirà avariata nell’attesa delle colombe pasquali.

Manuel non aspettava il Natale per celebrare una nascita avvenuta con fecondazione spiritualmente assistita. Non aveva cognizione di cosa fosse un dogma. Camminava guardando la distrazione, la velocità inconsapevole dei passi. E, svoltato l’angolo degli articoli per la casa, eccolo lì. Il protagonista di tante favole che la mamma gli aveva raccontato. Cercò di ricordare se avesse visto le renne parcheggiate in terza fila. Nulla. Forse sceso dalle stelle. O salito dalle stalle. Ma stalle con le renne non ne riusciva a immaginare. Neppure nelle favolerie concilia-sonno. Fu invaso dal rosso e da un’onda di barba bianca. E la mamma scattò la foto. Lui sorrise e strappò un pezzetto di barba, sorpreso dalla facilità con cui era venuta via. Senza che babbo Natale provasse dolore. “Che fosse finto? No, non può essere. Sarà stata una magia. Anzi: babbo natale è un quasi Dio, quindi non ha mai dolore”. Si mise in tasca il ciuffetto di barba e smise di pensare ai dubbi. I suoi occhi scivolavano nel cestone pieno di regali, come se le pupille fossero calamite. Ma l’incantesimo non funzionò. I regali restarono lì. Provò a stringere gli occhi con più forza, ma il magnetismo interiore non attrasse alcun giocattolo. “Voglio un regalo” gridò a Babbo Natale. Ma partirono alcuni colpi. Panico. Urla. Babbo Natale col mitra in mano gridava: “Questa è una rapina. Tutti a terra”. E, ridendo, sparava in aria. Tutti si stesero al pavimento, come indiani ad ascoltare un treno ancora lontano. La paura era un sentimento irresistibile. Manuel rideva tremando. La mamma lo stringeva. Sapeva che non poteva essere quello il regalo che aveva chiesto. Era troppo strano e poco divertente. E aveva troppa stima per Babbo Natale per credere che non lo avesse ascoltato. Ma continuava a ridere. Senza motivo. Dopo ogni sventagliata di mitra si sentiva il suo risolino soffocato dalla mano della mamma. Sparava e correva, l’uomo rosso e bianco. Scivolando su un carrello e trovando tutti i semafori verdi fra gli scaffali. Nel carrello finirono tutti i registratori di cassa. Tredici. O forse quindici. Da uno, i carrelli divennero tre. Babbo Natale si dirigeva verso l’uscita, dove un furgone lo attendeva per caricare i regali di un Natale molto ricco, quando il silenzio di terrore fu bloccato da un tonfo: Babbo Natale al pavimento. Con un colpo di scopa era stato tramortito dalla Befana. La rivincita della vecchietta sbeffeggiata dal calendario. Gli fu addosso in breve. Ma la corpulenza del bianco barbuto, rinvenuto dopo il contact down, ebbe la meglio; seppur dolorante, riuscì a venire a capo di una colluttazione che non ricordava aver visto nascere. Imbracciò il mitra e fece secca la Befana. Si alzò, con la barba sanguinante e trascinò i carrelli verso l’uscita. La Befana restò a terra: era un vigilante al terzo giorno di lavoro, assunto a tempo determinato (tre mesi rinnovabili). Babbo Natale, portando via l’ultimo carrello, guardò Manuel e si ricordò della richiesta. Si avvicinò a gli regalò il mitra.

Manuel lo sapeva che babbo Natale era un grande.

Glielo aveva detto la mamma.

Alessandro Errico

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6 thoughts on “Regalo di Natale

  1. quarchedundepegi ha detto:

    Ho letto tutto questo racconto. Non posso dire se mi sia piaciuto o meno; un po’ troppo schizofrenico, ma con degli spunti surreali che diventavano “dei nostri giorni”.
    Mah!
    Chi è Alessandro Errico? Esiste davvero?
    Ciao… buona continuazione di dormita notturna.
    Quarc

    P.S.: Non mi hai scritto.

  2. Emanuela ha detto:

    bel racconto… a me è piaciuto tanto! complimenti!

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