Il Vocaboletano -#6-Pànteco

Buonasera a tutti, eccoci arrivati al sesto appuntamento col corso di napoletano a cura della sottoscritta e del gattosocio Gintoki, so che vi state dando da fare e che la vostra pronuncia sta migliorando di giorno in giorno, ma la strada da percorrere è ancora lunga, quindi armatevi di pazienza e prendete confidenza con la nuova parola di questa settimana che è PANTECO.

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Quando ti dicono: mi è preso o’ pànteco, vuol dire che hai avuto una sofferenza enorme per qualcosa, un malessere, ma anche uno spavento che ti ha quasi provocato un dolore fisico. Se andiamo ad analizzare il verbo:

spantecare, o ancora meglio spantecà : vuol dire soffrire, macerare nel dolore, stare sulle spine, spasimare, smaniare. Lo spanteco è soprattutto d’amore. Si usa spesso per indicare il male d’amore dovuto all’altro che si nega. “Me staje facenn’ spantecà!” Non molto usato per il dolore fisico, ma più per un dolore a livello interiore, sentimentale. E da questo ne deriva anche lo Spantecamiento, ossia lo struggimento nei confronti sempre di questo sentimento negato.

  Il verbo deriva dal Pantecà con cui si indica anche il perdere i sensi, svenire, dal latino ex-pantecare o panticàre formato da ex (da, fuori da) + panticare (dal latino pantex, pancia) ed esprime una sensazione che viene dal ventre. Infatti lo spànteco parte come una sensazione di malessere che parte dal tratto intestinale. Si trovano corrispondenze nel provenzale pantajiar e nel catalano pantexar.

Quindi ricapitoliamo: se mi spavento enormemente per qualcosa, mi è preso un pànteco.

Se mi innamoro o desidero ardentemente qualcuno che non mi si lascia agguantare, allora questo qualcuno mi sta facendo spantecare o anche spantecà, provocandomi uno spantecamiento o spanteco.

Nella speranza che non vi stiate spantecando per nessuno e che non vi sia preso un pànteco nelle ultime 24 ore, vi auguro una dolce notte e lascio il testimone al mio gattosocio Gintoki, dandovi appuntamento al prossimo mercoledì.

Che te lo dico a fare

Oggi parlando con Gintoki, mi ha proprio citato questa frase e ci stava alla grande nel discorso che stava facendo e mi è venuta in mente una sfilza di volte in cui questa frase ci starebbe a pennello!
Inizio ora, ma penso che riprenderò questo post anche in futuro, futuro molto vicino.
Tra i momenti in cui potrei dire queste parole, mi viene in mente:
– il tipo che frequenti è di nuovo nella fase: follia andante, ed io: ma che te lo dico a fare!
oppure:
-ho perso una mattinata per andare dal gestore del gas e risolvere il casino che hanno fatto, ma l’ufficio è chiuso, ovviamente solo stamattina, ma che te lo dico a fare!
-Una delle mie migliori amiche mi dice che devo trovarmi un uomo e anche al più presto, perchè ormai sono vecchia, ma che te lo dico a fare!
-Ho i capelli che sembrano un cespuglio di more, ma che te lo dico a fare!
Dormo al massimo tre ore a notte, ma che te lo dico a fare!
-Ho smesso di prendere le benzodeazepine, perchè oltre a farmi dormire mi rallentavano qualsiasi processo mentale o sensazione o stimolo di qualsiasi gamma, ma che te lo dico a fare!
– Ho smesso di andare dal mio doc, perchè oltre al fatto di aver raggiunto una consapevolezza piena del disastro che ho dentro, sono consapevole anche che molto probabilmente le cose devono andare così e non le cambia lui o qualcun altro, ma vanno allo sfascio da sole, e che te lo dico a fare!
-La gente continua a dire un sacco di balle spaziali e tu continui a crederci, ma che te lo dico a fare!
-Mi hanno prenotato un aereo al posto del treno, pur sapendo che odio la trafila pre-volo, ma che te lo dico a fare!
-Nonostante non abbia più 15 anni, mi sento ancora in una fase adolescenziale in cui mi sento a disagio in questo mondo, fuori posto e a dirla tutta una disadattata totale, ma che te lo dico a fare!
– la maggior parte delle persone che frequento pensa che io sia felice, ma che te lo dico a fare!
Ho capito che potrei continuare all’infinito e che il mio sociogatto, o gattosocio ha messo in moto un meccanismo folle e aggiungo e che te lo dico a fare! Grazie Gin!

Il Vocaboletano – #5 – Fareniello

Shock Anafilattico

Ridendo e scherzando siamo arrivati alla quinta puntata del corso di napoletano facile, tenuto da me e crisalide77. Vi ricordiamo che la versione che trovate in edicola è priva di olio di palma, di glutine, di grassi insaturi, di glutammato e di proteine animali. Però è radioattiva perché stampata su fogli di amianto.


Ieri era San Valentino per chi non se ne fosse accorto: spero che, durante la giornata, nessuna fanciulla sia stata importunata da chi sperava di far conquiste amorose con modi stucchevoli. In una sola parola: da un fareniello.

Si definisce in questo modo il bellimbusto che si profonde in smancerie, fa mille pose e moine per apparir simpatico a tutti i costi, ottenendo al contrario di risultar sgradevole. Cascamorto lezioso e untuoso, il fareniello crede di essere intrigante e supera ogni limite di decenza. Interessato solo ad apparire, si piace e si compiace unicamente di sé stesso.

Origini
La storia…

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Dubbio

“Se non lui, chi?, si chiese il Dubbio.
A chi altri poteva andare a raccontare quello che era
successo, quello che aveva visto, quello che…
Lui solo.
Ma dormiva, la finestra di casa sua era buia.
Per forza, così a occhio saranno state le tre,
tre e mezza.
Tuttavia il Dubbio sentì che non poteva fare altrimenti.
Scrutò per bene la fila di campanelli.
Poi presa la mira, calcò l’indice destro sul bottone
e udì in sottofondo il dlin dlon del citofono
che avrebbe svegliato il dottor Lonati.”

Tratto da Viva più che mai di Andrea Vitali
Trilobiti #255

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Velo

Quando Giorgio riceve la telefonata del domestico è al pc. Sta compilando la scheda di un paziente in dimissione e sbaglia alcuni dati. Una lacrima svirgola dall’occhio sinistro e si fa strada sul volto, mentre la barba resta incolta e ignorante del dolore che prova Giorgio alla notizia che la madre è in fin di vita. Raccoglie dei documenti dal cassetto e corre in Amministrazione per chiedere un permesso, subito accordato. Il filo di fumo non ha fretta di lasciare il pianeta. Sale con lentezza verso la confusione alle molecole d’aria. Quel paio di jeans non raccontano tutto di Silvia. Lui continua a guardarla camminare col culo timido, di chi accoglie clienti clandestinamente, in casa, per pagarsi le bollette e gli studi fuori corso. E’ un paradiso provvisorio che offre senza partecipare. Fa svuotare i clienti della propria rabbia e neanche li abbraccia. Si chiude in bagno e si lava con tale violenza da strappare lembi di pelle limpida e sporca. Le banconote sul comodino sono messaggi di non amore lasciati in silenzio. Briciole di rabbia e abitudine al nulla che attornia le cose. Giorgio ha sentito il profumo di Silvia nella scia del passaggio. Una camicetta dal bottone malandrino gli ha lasciato vedere un lembo di reggiseno nero. Ha avuto un flash: la domestica del palazzo. Lui bambino. Lei si piegava ad allacciargli le scarpe e lui affondava gli occhi in quel petto stretto nel pizzo nero. Le donne di Giorgio avevano avuto storie labirintiche. Essendo sentimentalmente precario, non approfondiva l’idea di fedeltà e costanza e cura. Restava custode di un vento casuale. Appoggiato ai movimenti del cuore senza tregua. Gli anni del liceo erano stati i più complicati. Le voci che giravano nel paese. Le amicizie prevalentemente maschili. I capelli non più corti. Le risatine al suo passaggio dal bar. I pantaloni stretti che lo fasciavano al cammino. Soltanto sua madre pianse in silenzio quando decise di andar via. La villa lo lacerava ancora nel profondo. I giochi proibiti che il padre gli aveva insegnato erano svaniti in pozze di dolore e sangue raffermo della memoria. Quella madre che ora attendeva nella pensilina del tempo il suo ultimo viaggio. Giorgio aveva saputo di Silvia da un collega della clinica. Ne aveva elencato le performances come si trattasse di una macchinetta a monetine: infili e ottieni il prodotto richiesto. Senza resto. “Quanto ti serve per una trasferta di due giorni?”. “Come, scusi?”. “Non mi va di perdere tempo. Osvaldo mi ha detto che potresti anche spostarti da casa”. “Mille e niente baci sulla bocca”. “Bene. Vuoi un anticipo?”. “Certo. La metà”. “Sono 4 e 50, possono bastare?”. “Bastano. Quando si parte?”. “Fra un’ora. Passo a prenderti. Vèstiti elegante”. “Cos’è, una festa con orgia finale?”. “Non proprio. Devo presentarti come mia fidanzata”. “Allora c’è un supplemento”. “Pure?! Ne parliamo dopo, dai. Mandami un messaggio con l’indirizzo”. “Osvaldo non te l’ha detto?”. “Mi ha spiegato la strada, ma si è confuso con le piazzette”. “Devo portare la bambina dai nonni e mi preparo. A dopo”. “Ciao”. La città ha vestiti di noia e silenzi ubriachi. Lampade di disordini malfermi. Sessanta minuti scivolano nell’olio del caso. La fretta fa un giro d’orologio e ritorna. Silvia è una finta serenità che gli siede accanto. Ha messo un profumo diverso dal mattino. O è una sensazione di volontà che la dipinge mutata. “Allora, questa festa? Dov’è? Dimmi”. “Mia madre sta morendo e voglio salutarla mostrandole che non sono da solo”. “E ti porti una puttana scadente? Ma che fantasia! Fermati all’angolo, devo prendere le sigarette”. Il fumo. Un ricordo quasi cancellato dalle labbra di Giorgio. “Se ti arriva la multa per eccesso di velocità, io non c’entro niente”. “Tranquilla. Ho voglia di arrivare presto”. “Io mi faccio una dormita. Svegliami quando arriviamo”. La solitudine, compagna preferita, aveva un vestito scuro fra il nero notte e il blu profondo. Raggomitolata sul sedile accanto al suo. Memorie di corpi intrecciati nella velocità del sesso condiviso. Pelle odorosa di tabacco. Sudore sfiorato dal vento. L’asfalto si nasconde sotto le ruote e scompare. L’ingresso della villa è aperto. I colori del tramonto ricamano colonne e capitelli. Un dolore rinnovato squarcia il petto di Giorgio. Le scale a doppia balaustra. Le finestre sul giardino. I suoni della nostalgia. Gli occhi di Gustavo incontrano per un millisecondo le pupille rancorose del figlio, che diventano dolciastre nell’abbraccio materno. La maschera dell’ossigeno filtra la voce e il sorriso, tenue. Intanto Gustavo, con un possente sorriso, si presenta a Silvia e fa da guida turistica nella propria dimora storica. Giorgio ricorda ogni oggetto della stanza che ora è un sudario in anticipo. Le cornici dei quadri, le tende alle finestre, le poltrone. Tutto lo inchioda al passato. Come un respiro che non nasce, una lama di luce che resta inespressa. Accorre il medico. Il suo sguardo si fa comunicatore del presagio che prende corpo. La stretta delle dita diventa assente. Il capo si sposta sulla sinistra. Morbido. Soffice. Giorgio è una pietra che fa passi nell’eco dei passi. Stanze vuote di vita. Cromìe impolverate. Foto sbiadite. Tira su col naso. Occhi rossi di contorno. Il legame unico con quei corridoi è svanito. Esce sulla scala a doppia balaustra per dare fiato al blocco dei sensi. Dietro le tende chiare della “Stanza degli arazzi” vede il padre dimenarsi dietro Silvia, stesa sul letto a mordere il cuscino. Vede se stesso. Stesso cuscino, lacrime da bambino. Un urlo agghiaccia il cielo del momento. Il sole si ferma a guardare, poi ricomincia a morire. Gustavo accorre all’urlo. Gli occhi si incontrano. Rabbia contro rabbia. Silenzio contro silenzio. Silvia esce dalla stanza coi capelli arruffati. Abbottona il vestito nella corsa. Giorgio prende un foglio dal taschino della giacca. Lo apre e lo sbatte in faccia al padre. Silvia riconosce il logo della clinica. Prende il foglio. Urla ingoiate dalle lacrime impastano nella mano quel foglio. “Cosa c’è scritto?” balbetta Gustavo. “Che la qui presente signorina ha fatto le analisi nel mio laboratorio ed ha appena scoperto di avere l’Aids. E anche tu, paparino caro”.

Alessandro Errico

P.s. vorrei ringraziare Alessandro per arricchire questo postaccio con i suoi intensi racconti, grazie Ale!