Il Vocaboletano – #11 – Ammuccarsi

Siamo arrivati all’undicesimo appuntamento di vocaboletano, oggi tocca al gatto-socio, che ci ha fatto una grandissima, gratissima sorpresa! A voi la lettura del post.

Shock Anafilattico

Se qualcuno vi dicesse che questa è l’ultima puntata del Vocaboletano e voi gli deste credito, beh, vi sareste ammuccati una bufala!

Il Vocaboletano portato avanti da me e crisalide invece cresce con nuovi termini e prosegue (le puntate precedenti sono disponibili qui), con una novità: oggi tento l’esperimento di inserire anche l’audio, per far comprendere meglio l’uso dei vocaboli.

Oggi parliamo di ammuccare (o ammoccare), molto più spesso utilizzato nella forma riflessiva ammuccarsi.

Non ha nulla a che fare con le mucche: viene dal latino ad+bucca, dove poi la d e la b sono diventate delle m. Ha lo stesso significato dell’italiano imboccare, ma nell’uso dialettale ha assunto un senso figurato, riferito al mettere in bocca le parole agli altri.

Bisogna fare però attenzione! Chi si ammucca qualsiasi cosa gli venga detta è considerato un ingenuo, un credulone. Ammuccarsi, infatti, significa prestar fede…

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Quello che non c’è

Non so se vi è mai capitato di credere in qualcosa, in qualcuno e di scoprire dopo tempo, che non avevate capito un bel niente. E di ritrovarvi a guardare ad una persona, a dei fatti, ad un vissuto, ad un sentimento e sentirvi dei perfetti idioti senza speranza. Perchè quella persona non era affatto quella che vi aveva fatto credere di essere (per anni). Che quel che provava non esisteva e che quindi forse mai era esistito (forse, ma ormai non so più nulla). Ci son persone che non pensano alle conseguenze delle loro azioni, ma che vanno avanti come dei caterpillar e non si interessano minimamente se con le loro azioni, con le bugie, con le omissioni, con le vigliaccate ti stanno distruggendo, facendo letteralmente a pezzi. Perchè quello che so io è che il disgregamento di qualcuno parte proprio da dentro, uno ti punta al cuore e spara. Se forse si è reso conto di non aver preso bene la mira, allora ritorna indietro e ritenta, corregge il tiro e stavolta ci riesce. Bum!
Ti fa fuori e si lancia con trepidazione in una nuova vita, dove tu non esisti più, nel caso ve lo foste dimenticati, io sono morta. E no, devo ammettere che alcuni proprio non ci pensano al fatto che il loro agire vuol dire distruggere la vita di qualcun altro. Ma in fondo che se ne fregano? tanto loro stanno vivendo adesso il loro momento splendido, e neanche ci pensano al fatto che hanno ucciso qualcuno. Se ci penso oggi e ci ripenso domani, il risultato non cambia, i fatti sono fatti e il nastro non si può riavvolgere. Forse se fossi stata più attenta, meno partecipe, meno coinvolta, meno Marilù, forse a quest’ora non sarei morta. Ma questo non è un film, è vita vera ed io non sono brava a prevedere a manipolare, a fare la stratega. E soprattutto non sono brava a non essere me. Sono come sono e adesso anche se non sono, so di poter dire ad alta voce: vaffanculo! A tutti quelli che non ci pensano prima di sparare.

Il Vocaboletano – #10 -‘Nziria

Siamo già arrivati al decimo appuntamento col nostro corso di napoletano! E spero vivamente stiate facendo tutti dei progressi e che vi stiate esercitando ogni giorno, perchè son certa che questo corso possa tornarvi utile in qualsiasi situazione di vita quotidiana, magari anche inaspettata, anche perchè non dovete sfoggiare la vostra conoscenza del napoletano solo se vi trovate in campania, ma potete usufruirne anche altrove, per esempio nel villaggio di Kandovan nella zona orientale dell’Azerbaijan, insomma il mio consiglio è: “sparatevi le pose” in ogni dove!

La parola che ho scelto per voi questa settimana è ‘Nziria.

Chi di voi non ha mai preso una ‘nziria per qualcosa o per qualcuno? soprattutto quando eravate bambini?

Possiamo tradurre ‘nziria con la parola “capriccio”, anche se dobbiamo dare le giuste sfumature a questo vocabolo ed ora le analizzeremo tutte. Questo termine, dunque, vuole indicare testardaggine, cocciutaggine, ostinazione nel volere qualcosa e si usa in riferimento soprattutto ai bambini, o a persone immature, a chiunque faccia storie per nulla, nel qual caso: e pigliat’ a ‘nziria.
Le origini di questa parola sono da ricercare nel latino “insidiae“, derivazione di insidēre ossia: star sopra, star fermo su (e quindi impuntarsi), composto di “in” e “sidere”, ovvero stare seduto (sulle proprie posizioni).

Indica, soprattutto nei bambini, un particolare e tipico stato d’animo manifestato con atteggiamento ostinato, lamentele e capricci prolungati, pianti insistenti e apparentemente immotivati. Si dice “piglià ‘a ‘nziria“, “tené ‘a ‘nziria“.
Molte volte si manifesta nei neonati quando si avvicinina l’ora del sonno, in cui iniziano a piagnucolare insistentemente e questa si chiama: ‘nziria ‘e suonno, che si placa solo con il riposo.

Altre ipotesi circa l’origine del termine vedrebbero la sua derivazione dall’unione di “in” ed “ira”, quindi “andare in ira” = ‘nziria’. Qualcuno sostiene anche una discendenza dal greco “sun-eris” col significato di “dissidio”. Ma l’idea più probabile sembra essere quella che vede la discendenza semantica dal latino.
Altri modi di definire la ‘nziria sono zirria o zirra e colui che ne è affetto è ‘nziriuso o zirruso.

In riferimento agli adulti, ‘nziria indica una situazione in cui dal capriccio iniziale, si passa ad uno stato d’animo irrequieto e frenetico, come se nulla riuscisse a darti pace, si batte sempre sullo stesso punto, si protesta, si brontola,si mettono in atto una serie di moine incessanti per riuscire nell’intento desiderato, una sorta di cocciutaggine spinta fino all’estremo, un’insoddisfazione che non trova via di uscita, una provocazione continua, un desiderio intenso ma inopportuno. Un atteggiamento che infastidisce, e talvolta sfinisce, non solo la persona che mette in atto il “capriccio” ma anche chi gli sta intorno.
Vi lascio con una canzone degli Almamegretta che si intitola proprio ‘nziria.
Così potrete sentire il Raiz come pronuncia questo vocabolo.
Nel ritornello lui canta:

“te ress pure ll’anema si sta ‘nziria ‘ncuorp putisse aquieta’
ma nun mor maje, chesta ‘nziria nun mor maje, cresce semp chiù assaje
ma nun mor maje…”

Vi do appuntamento al prossimo mercoledì dando la voce al gottosocio Gintoki.

Buddha Toy

Prima di tutto incomincio col chiedere scusa a tutti i buddisti che leggeranno questo post, a mia discolpa posso solo dire che all’epoca dei fatti ero  solo una bambina,  (lo so, non è una giustificazione) e solo ora mi rendo conto che da bambina facevo già cose “strane”, oltre ad essere una lanciatrice di sassi, avevo  come compagno di giochi proprio Buddha (ma non sapevo neanche lontanamente fosse lui) ed insieme a lui avevo anche  un’amica immaginaria, di cui vi parlerò in un altro post. So che state dubitando della mia sanità mentale, e avete ragione a dubitarne,  poichè faccio parte dei cosiddetti insani, quindi è giusto ripercorrere insieme le tappe della stranezza che mi ha sempre contraddistinto. Vi presento uno dei miei giochi preferiti di quando ero piccola:

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Questa statua di pietra fu regalata ai miei genitori quando si sposarono, ignoro le ragioni  per le quali fu scelto proprio Buddha da uno degli invitati al matrimonio, forse come un buon augurio di spiritualità e di rettitudine alla coppia che si apprestava a mettere su famiglia. Fatto sta, che i miei genitori sono ferventi cattolici e hanno posto questa statua in giardino ed  è lì che io ho fatto diventare questo uomo (la cui identità all’epoca mi era del tutto sconosciuta, non a caso lo chiamai Babushka), lo feci diventare un mio gioco. Attualmente spunta tra i libri su una delle mensole della mia libreria ed è lindo e pulito, ma in quel periodo era diventato una sorta di cavia, come una bambola da vestire e truccare, allora lo adornavo con coroncine di fiori, orecchini pendenti, parrucche fatte da petali e fili di erba, gli facevo impacchi di terra bagnata che solidificandosi lo facevano diventare marrone scuro, un vero moro,  e poi per ripulirlo gli facevo docce con la pompa da giardino, gli costruivo vestiti e copricapo di ogni genere e con qualsiasi materiale a disposizione, gli dipingevo le unghie dei piedi e delle mani di ogni colore possibile e immaginabile e gli parlavo, come se parlassi ad un amico che mi ascoltava in silenzio e che sopportava tutti i miei esperimenti senza protestare e senza alzarsi da quel trono che lo accoglieva comodamente e dal quale mi aspettavo che un giorno si sarebbe alzato per prendermi a calci in culo. Solo anni dopo ho scoperto che il mio Babushka era in realtà Buddha e che aveva fondato una dottrina etico-filosofica che poi si è trasformata in una religione, la quarta per numero di credenti al mondo, dopo il Cristianesimo, l’Islam e l’Induismo, le stime riguardanti la popolazione di fede buddhista possono variare anche significativamente a seconda della ‘Via’ specifica a cui si aderisce: le stime più accettate vanno dai 350 ai 550 milioni di praticanti

Immaginate il mio stupore a distanza di anni da quel tempo dell’infanzia, quando ho scoperto la reale identità del mio fidato amico Babushka!  Avevo un amico non famoso, ma famosissimo e lo ignoravo beatamente. E lo so, son sempre la solita lentona, ci arrivo davvero sempre in ritardo alle grandi verità. Ma meglio tardi che mai, e scusami Babushka, se ancora adesso fatico a chiamarti Buddha.

Il Vocaboletano – #9 – La capera

Shock Anafilattico

Come ogni mercoledì, torna l’appuntamento col vocaboletano!


Come recitava un popolare stornello, Sarà capitato anche a voi…: in questo caso, di avere a che fare con una capera.

Una figura talmente nota che Verga le dedicò un romanzo: il famoso Storia di una capera.

Io, ad esempio, ne ho un esemplare in ufficio. Si chiama Mitja, detto Minchia da quando una volta, sentendo appunto esclamare “minchia!”, si voltò pensando di essere invocato. Non c’è affare che non lo riguardi, non c’è cosa in cui non si senta autorizzato a mettere il becco.

Se arriva un pacco, lui zampetta verso di voi per scrutare cosa abbiate acquistato, se state pranzando lui entra nel cucinino a guardarvi nel piatto. Se qualcosa su di voi è sfuggito all’attenzione degli altri, lui glielo riferirà.

A questo punto dovrebbe essere chiaro cosa sia una capera. È l’impiccione inveterato, che non si interessa dei…

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Del karma e dei lanciatori di sassi

La vita è strana, gira e rigira e il karma prima o poi ti riacciuffa e si esemplifica nelle sue vesti più sfavillanti. Azioni e conseguenze, il principio di causa-effetto, tutto ritorna prima o poi, i conti si pagano, anche a distanza di anni, anche quando ci eravamo totalmente dimenticati delle nostre azioni e del peso che esse avevano avuto in una determinata situazione e sulle persone intorno a noi.

Il cattivo tempo di questo inverno a fatto volare via un pò di tegole dal tetto, creando infiltrazioni che hanno iniziato a far deteriorare il soffitto di alcune stanze. Il tipo che è venuto a riparare il tetto è la risposta al mio karma. Per farvi comprendere questo discorso, dobbiamo andare indietro negli anni, all’epoca io ero una bimba che aveva poco più di 7/8 anni, ed ero una LANCIATRICE DI SASSI, ed ero anche molto brava in questa arte. Ai tempi delle superiori e dell’università, ogni volta che partecipavo ad una manifestazione a favore della Palestina libera, nella mia testa inciampavo nei lanciatori di pietre palestinesi e pensavo:  anche io ero una di loro. La differenza era che loro lo facevano per una giusta causa. Io no. Io ero una disturbatrice, facevo parte di un gruppo di bambini, anche essi disturbatori e forse anche disturbati in qualche parte dell’anima e della testa, e avevamo come obiettivo una casa specifica. Un capanno davanti ad una casa, capanno fatto di lamiere, capanno contenente gli attrezzi da lavoro per il campo. Ed ogni sacrosanto giorno, appena faceva buio, ci appostavamo dietro muretti, su balconi, e iniziavamo il lancio spietato contro il capanno. Il rumore che veniva fuori da questa sassaiola, era infernale. E puntualmente il proprietario di casa usciva fuori con un fucile, e ci minacciava urlando che ci avrebbe fatto saltare la testa con una fucilata, ovviamente lo diceva in dialetto e con un tono molto convincente. Io trovavo questa cosa divertentissima, se devo dirla tutta, il momento prima di lanciare le pietre, ero euforica ed eccitata, piena di adrenalina. Mi rendo conto solo adesso, che ero un’idiota, e me ne sono resa conto ancora di più, quando ho visto chi era il tipo che è venuto a ripararmi il tetto. Indovinate un pò? Era uno dei due figli del signore che ci minacciava col fucile, ergo io avevo tempestato casa sua di sassi innumerevoli volte e ora scherzo del destino, è proprio lui a riparare il mio tetto. Ditemi voi se questo non è karma..

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Bè a proposito di karma, non potevo non mettere questa colonna sonora dei Radiohead.

Il Vocaboletano – 8 -# o’ Panaro

Siamo arrivati all’ottavo appuntamento con la nostra rubrica dialettale, il termine che ho scelto per voi questa settimana è:  o’ panaro. Dal latino panarium, ossia paniere,  cesta di pane.  Il panaro classico è quello di vimini intrecciato.

cesto

E voi vi starete per caso chiedendo: ma quante volte una persona comune usa un panaro nell’arco di una giornata o di una settimana? Domanda lecita, e la risposta che posso darvi io, è che se vivete in campagna come me, allora lo usate quasi quotidianamente per raccogliere verdura o frutta dall’orto, ma se vivete anche in città, nello specifico a Napoli, nel centro storico, vi assicuro che un panaro può salvarvi la vita, o almeno può risparmiarvi un’enorme fatica ogni giorno. I cosiddetti panari cittadini di oggi si sono giustamente adattati ai tempi, si sono evoluti, sono diventati di plastica resistente e sono di ogni colore possibile. Questo vocabolo mi è caro, perché quando vivevo a Napoli, il panaro era un fedele compagno di ogni abitazione, legato da una cordicella alla ringhiera dei balconi, dal primo piano in su, al secondo, al terzo e su su, fino ad arrivare ai piani più alti, nei palazzi dove non c’è l’ascensore ed ogni scalino vale per tre,  il panaro diventa  indispensabile,  un piccolo montacarichi per la spesa e le necessità quotidiane. In passato le massaie “acalavano”, ossia facevano scendere il panaro con dentro i soldi richiesti per la merce acquistata, e i venditori ambulanti mettevano nel panaro i prodotti acquistati.  Un modo di dire popolare, che io uso molto spesso è: Avimmo perduto a Filippo e o’ panaro la cui traduzione letterale può essere sintetizzata in “Abbiamo perso Filippo e la cesta”. Con questa espressione,  si vuole indicare una situazione di incertezza in cui, il troppo indugio, comporta una perdita di entrambe le scelte a disposizione, comportando così, oltre al danno, anche la beffa. L’espressione si fa risalire ad un’antica farsa pulcinellesca che racconta che un nobile di nome Pancrazio, dopo aver affidato una cesta piena di cibo e leccornie al suo servo Filippo, si dirige verso casa aspettando l’arrivo dell’uomo. Una volta in possesso della prelibata cesta però, il malfido servo Filippo, in compagnia dei suoi amici, se ne andò a spasso per la città divorando tutte le prelibatezze contenute nella sporta. Una volta dilapidata ogni pietanza Filippo, intimorito dalle possibili reazioni del padrone, si diede alla fuga, lasciando il padrone tradito e affranto a crogiolarsi nel dolore di aver perso oltre al servo, un’intera cesta di cibo. Quindi se stai indugiando tra due possibili scelte e nel frattempo le perdi entrambe, puoi tranquillamente dire:” ho perso a Filippo e o’ panaro”.

Panaro però ha anche un’altra accezione nel nostro dialetto, ed è il fondoschiena,  il lato b,  0’culo!

Quindi se qualcuno ti dice: che bell’ panaro ca tien! ti ha appena detto che hai un bel lato B.

Se invece hai appena vinto un ambo sulla ruota di Napoli, allora “tien proprio nu panaro gruosse assaje”, ossia hai avuto una gran fortuna, per dirla un pò più elegantemente!

E per finire: un panaro piccolo è detto “panariello”, come il comico toscano, ma il panariello nello specificio è il cestino che contiene i numeri della tombola!

panariello

Lascio il testimone al gattosocio Gintoki, sperando di non avervi annoiati.

Buonanotte a tutti!