Il Vocaboletano – #15 – Taluorno

Ed oggi tocca al gattosocio…

Shock Anafilattico

Siamo giunti al 15esimo episodio del Vocaboletano! Come cos’è? È il corso di napoletano facile presentato da me e crisalide. L’avevo già detto? Va bene, non ditemi che è diventato un taluorno

Con questo termine si suole indicare una noiosa ripetizione, costante e fastidiosa, puntuale come una cambiale. Anzi, proprio una cambiale può essere considerata un taluorno. Può esserlo una rata. Le bollette. Il traffico sulla tangenziale delle 8 del mattino. Anche il collega assillante e fastidioso con l’alito di toner esaurito può esser qualificato come un taluorno.

Un tipico detto napoletano è Ogni gghiuorno è taluorno. Ascolta l’audio.

Non c’è una ipotesi unica sulle origini del termine. Una vorrebbe farla derivare dal un latino un po’ barbaro tal+urnus, per l’appunto ripetizione. Si tratta di una forzatura, a mio avviso.

L’ipotesi più plausibile è quella che ricollega taluorno al latorno, una litanìa ripetuta e incessante cantata durante…

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I light U

Se per caso vi trovate nei pressi del Passante ferroviario di Porta Venezia a Milano, vi consiglio di rallentare il passo e di darvi il tempo di godere di una mostra fotografica, realizzata proprio in quel posto da un gruppo di fotografi creativi, uno dei quali è un mio carissimo amico. Non vedrete soltanto foto, ma camminerete per un attimo a fianco delle persone fotografate, che hanno raccontato la loro storia che farà da cornice alla loro immagine ritratta dal fotografo.

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Se vi va di saperne di più, date un’occhiata al progetto cliccando sul link di seguito:

I light U

FRAMES FOR UNDERGROUND STORIES
Un progetto di fotografia narrativa di BarettoBeltrade

Il progetto
Un tunnel sotterraneo nel Passante ferroviario di Porta Venezia, a Milano: le persone passano in continuazione, ognuna proviene da un punto e va in un altro punto su una linea che ogni volta collega lavori, amori, doveri, desideri, divertimento, amicizie, impegni e mille altre cose. Infiniti punti, infinite linee: un tessuto sterminato che non si può calcolare, si può solo immaginare, anzi si può riassumere per immagini.
“I light U – Frames for underground stories” costruisce uno di questi possibili riassunti: nell’arco di alcune settimane, tra dicembre 2016 e marzo 2017, chiediamo alle persone che passano in quel punto di fermarsi e di raccontare il percorso che stanno facendo, di spiegare cosa c’è a un capo e all’altro di quella linea che stanno percorrendo e di lasciarci un’immagine, un ritratto fotografico. Poi ognuno riprende il suo viaggio: ma in quel punto della stazione resterà la mappa dei percorsi e la collezione delle storie e dei ritratti che sono stati illuminati in quel momento.

An underground tunnel in the bypass “Passante di Porta Venezia”, in Milan: people come and go all the time, each of them is coming from a point and goes to another point on a line that connects jobs, loves, duties, wishes, fun, friendships, commitments and a thousand of other things. Infinite points, infinite lines: an endless fabric that cannot be calculated, you can only imagine, or you can summarize it with pictures.
“I light U – Frames for underground stories” builds one of these possible summary: within the time frame of a few weeks, between December 2016 and March 2017, we ask people passing by to stop and tell the path they are on, to explain what’s at both ends of that line; then we ask them to leave an image, a photographic portrait. Afterward, each of them resumes his journey: but at that point, at the bypass, there will be the map of all the routes and the collection of all the stories and portraits that were lit at the time.

mostra

Il Vocaboletano -14#- Crai

Siamo già arrivati al quattordicesimo appuntamento dialettale. So che leggendo il titolo del post avrete pensato che sono reduce dai postumi di bevute pasquali e che quindi ho sbagliato a digitare la parola di oggi, e invece devo contraddirvi, perchè il termine che ho scelto per voi è proprio CRAI, che oltre ad essere una catena di supermercati (ed è forse lì che l’avete intercettata qualche volta),  è anche un vocabolo che noi usiamo nel quotidiano. Devo aprire una breve parentesi prima di continuare, dicendovi che questo termine viene usato non in tutta la Campania, ma sicuramente in alcune zone del salernitano, compreso il buco in cui vivo io e scendendo più giù verso il Cilento. In effetti la cosa bella del nostro dialetto è che muta a seconda della zona in cui ci si trova, non solo da città a città, ma anche da paese a paese, si possono percepire differenze nella pronuncia, aggiunte o cambi di suffissi e prefissi, in pratica ci si capisce un pò in ogni luogo, ma non si parla allo stesso modo. Vi dico questo perchè molti campani potrebbero strabuzzare gli occhi e dire: ma questa che diavolo ha scritto? Volevo farvi fare una deviazione verso i luoghi da cui provengo io e farvi notare quanto a volte ci sia l’influenza della Lucania o della Calabria nel nostro dialetto.

Crai vuol dire domani. E per farvi comprendere meglio quel che voglio dire, vi faccio entrare in un libro che ha mostrato il sud Italia in una maniera in cui non era mai stato fatto prima. Mi avvalgo delle parole di Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli per spiegarvi il mio Crai.

“Io pensavo a quante volte, ogni giorno, usavo sentire questa continua parola, in tutti i discorsi dei contadini. – Ninte, – come dicono a Gagliano. – Che cosa hai mangiato? – Niente. – Che cosa speri? – Niente. – Che cosa si può fare? – Niente -. La stessa, e gli occhi si alzano, nel gesto della negazione, verso il cielo. L’altra parola, che ritorna sempre nei discorsi è crai, il cras latino, domani. Tutto quello che si aspetta, che deve arrivare, che deve essere fatto o mutato, è crai, Ma crai significa mai……………..

…….Il mutarsi dei giorni era un semplice variare di nuvole e di sole: il nuovo anno giaceva immobile, come un tronco addormentato. Nell’uguaglianza delle ore, non c’è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti. Tutto.il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago « crai » contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo. Come talvolta il linguaggio inganna, con le sue interne contraddizioni! In questa landa atemporale, il dialetto possiede delle misure del tempo più ricche che quelle di alcuna lingua; di là da quell’immobile, eterno crai, ogni giorno del futuro ha un suo proprio nome. Crai è domani, e sempre; ma il giorno dopo domani è prescrai e il giorno dopo ancora è pescrille poi viene pescruflo, e poi maruflo e marufIone; ed il settimo giorno è maruficchio. Ma questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, ma piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie dei crai.”

Per quanto riguarda la pronuncia, questa volta ho chiesto la collaborazione di una cilentana doc, mia cognata Ivana, a cui dico GRAZIE per aver contribuito ad arricchire il nostro vocaboletano.

Traccia audio: crai, piscrai, piscriddu

 

Se invece ci spostiamo esattamente nei paesuoli più interni del salernitano, ossia dove vivo io esattamente,  l’uso della parola Crai dalle mie parti assume un ulteriore sfumatura, noi la usiamo in questo modo: quando vogliamo dire che te la stai prendendo comoda, che stai rimandando una cosa, senza preoccuparti minimamente di agire, allora diciamo che la stai prendendo ” a crai, a crai”, in pratica si ripete due volte il termine, per sottolineare che rimandi di domani in domani il da farsi. Altro modo in cui potreste sentirla, è un contesto semplicissimo, se qualcuno vi chiede per esempio quando lo hai visto? o quando devi fare una determinata cosa? allora la risposta potrebbe essere Crai addimano, ossia domani domani, in pratica esattamente domani.

Traccia audio: a crai, a crai

Son felice di avervi donato questa settimana una nuova sfumatura del nostro dialetto vivo e creativo. Lascio il testimone al gatto-socio e vi do appuntamento al prossimo mercoledì.

 

 

Pasqua e dintorni, tristezza inclusa

Mi sembra ora di aver tolto le palline dall’albero di Natale e già mi ritrovo casa piena di pastiere e di casatielli. Prima ero solita fare l’albero di Pasqua,  ossia appendevo pulcini e uova colorate vicino ai rami di nocciolo che allestivo in casa in un tripudio di colori primaverili, ma da pochi anni a questa parte ho pensato che era meglio lasciar perdere, perchè è stato in questo periodo che sono morta ed è stato in questo periodo che son successe le cose peggiori (almeno negli ultimi anni) e se tra queste  cose dobbiamo annoverare il giorno della mia nascita, allora lo facciamo.  Io sono nata il 28 marzo, e in questo stesso giorno Virginia Woolf decise di porre fine alla sua vita, calandosi nel fiume Ouse. E’  capitato spesso negli anni che il mio compleanno coincidesse con Pasqua e dintorni. L’anno scorso per esempio era il giorno di pasquetta ed io avevo la febbre a 39 e dopo pochi giorni è successa una cosa molto brutta, non a me, ma ad una persona a cui tengo tantissimo e questo fatto si è trascinato poi per mesi e mesi ancora. Vero è che adesso dal 2014 posso anche dire che non aspetto Pasqua con piacere, ma che anzi, spero passi presto, come tante altre cose che invece non son passate affatto, e forse mai passeranno, ma che continuano a logorarmi dentro lentamente. Non voleva essere un post triste, ma mi rendo conto che il mio tono potrebbe sembrare tale. Volevo dirvi che mentre fuori è primavera, dentro è pieno inverno, ho un anno in un più e non mi ritengo più matura o più responsabile, o più realizzata o più felice dell’anno precedente. Anzi..posso ben dire che il cielo è basso sui pensieri e sull’anima e che le nuvole son dense e risucchianti. Ma potevo dire a tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri che in realtà non c’era un cazzo di niente da festeggiare? meno male che esiste il prosecco ghiacciato e che qualcuno conserva ancora un sorriso spensierato. Qualcuno c’è che ancora crede. Che crede in Dio e in lui trova conforto, che crede nell’amore o nella persona che ha scelto per la vita. Che crede nella vita o in qualunque cosa in cui possa trovare vita. Io credo in quelle persone che credono, ma io non sono più una di quelle che crede. Una volta lo ero. Ero una  convinta credente nella vita. Adesso…meglio lasciar perdere, il discorso si sta inoltrando in un posto che è meglio evitare, almeno oggi. Voglio mostrarvi quel che contrasta tutto il mio dire e il mio sentire.

Rimanendo in tema di Pasqua, di vita, di cibo, di primavera…di me.

Il pergolato di glicine che mi ricorda quello a casa dei nonni materni

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Casatielli dolci e salati

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Pastiere a go go

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Almo e Frida sono ufficialmente usciti dal letargo

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Il giorno del mio compleanno, anche il calendario sembra mandarmi messaggi

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Il Vocaboletano – #13 – Zèza

Shock Anafilattico

Come altre parole in napoletano, zèza trae origine dal mondo del Teatro e affonda le sue radici nella commedia dell’arte tra Cinquecento e il Seicento.

Zèza non è altra che il diminutivo di Lucrezia, capricciosa e caricaturale moglie di Pulcinella, ingannato da lei con moine e smorfie e comportamenti maliziosi.

È un vocabolo che si presenta invariato nella versione maschile e femminile, cambiando solo l’articolo che lo accompagna: o zéza e à zèza.

Il significato non è però il medesimo in senso stretto.

Nella sua versione femminile la zèza ripropone i caratteri del personaggio di Lucrezia. È ‘na zèza infatti, colei che cerca di farsi notare a tutti i costi, si perde in ciance, smorfie, moine, a volte in ammiccamenti gratuiti e leziosi. È la classica persona che magari si finge dolce e un po’ svampita per attirar simpatia e sembrar carina.

Clicca per ascoltare l’audio

Diverso è il caso in cui…

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Napoliteca

Non lo immagino proprio cosa abbia pensato Silvia,  la ragazza belga , mentre un gruppo di fedeli in processione portavano per i vicoletti di Napoli un mezzobusto di una madonna col bambino e correvano come se dovessero raggiungere in un tempo brevissimo un invisibile traguardo divino con al seguito una banda di suonatori che improvvisava non Tu sei la mia vita, ma canzoni alla Bregovic. Ogni tanto rivolgevo lo sguardo di lato per assicurarmi che Silvia non fosse stata risucchiata dalla calca del sabato sera, ma la vedevo concentrata, a non perdermi e ad intercettare allo stesso tempo, ogni friggitoria, pasticceria,  pizzeria, palazzo d’epoca della zona percorsa, e quando incrociava il mio sguardo mi sorrideva e diceva: “Troppa gente, troppa gente quì!”

Io le avrei voluto dire che se veniva nel periodo natalizio e si avventurava per san gregorio armeno, allora questa “troppa gente” di aprile sarebbe stata una bazzecola.  Io vivevo proprio nella strada dei presepi, a piazza San Gaetano in questo  palazzo rosso vittoriano, al quinto piano, ultimo piano senza ascensore ovviamente. Adesso quell’appartamento è diventato un bed and breakfast.

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Quando Silvia ha addentato una frittatina di pasta, le ho chiesto quale piatto fosse tipico a Bruxelles e lei mi ha detto les mules.

Ora tenete conto che io non conosco affatto il francese e che non sono mai stata a Bruxelles e che il mio sguardo le ha palesato la mia totale incomprensione di quella parola e lei mi ha aggiunto: “nero!” Convinta che questo particolare mi avesse illuminata, ma io ancora perplessa me ne son rimasta zitta ed io ho pensato: ma che diavolo è sta cosa nera che si mangia?

e poi l’altra ragazza che era con noi,  che era già andata più avanti ed ha sentito tutto, ha urlato: son le cozze Marilù!

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Scoperto l’arcano! piatto tipico  belga: cozze e patate!

Piatti tipici napoletani, son talmente tanti che non basterebbe un post per elencarli tutti. Ed ora non ditemi che son di parte!  Ma evidentemente lo sono! Ma visto che siamo in periodo di pastiera pasquale, vi aggiungo alla lista invisibile di piatti tipici campani, proprio quella, anche se in questo momento mangerei volentieri una graffa!