Velo

Quando Giorgio riceve la telefonata del domestico è al pc. Sta compilando la scheda di un paziente in dimissione e sbaglia alcuni dati. Una lacrima svirgola dall’occhio sinistro e si fa strada sul volto, mentre la barba resta incolta e ignorante del dolore che prova Giorgio alla notizia che la madre è in fin di vita. Raccoglie dei documenti dal cassetto e corre in Amministrazione per chiedere un permesso, subito accordato. Il filo di fumo non ha fretta di lasciare il pianeta. Sale con lentezza verso la confusione alle molecole d’aria. Quel paio di jeans non raccontano tutto di Silvia. Lui continua a guardarla camminare col culo timido, di chi accoglie clienti clandestinamente, in casa, per pagarsi le bollette e gli studi fuori corso. E’ un paradiso provvisorio che offre senza partecipare. Fa svuotare i clienti della propria rabbia e neanche li abbraccia. Si chiude in bagno e si lava con tale violenza da strappare lembi di pelle limpida e sporca. Le banconote sul comodino sono messaggi di non amore lasciati in silenzio. Briciole di rabbia e abitudine al nulla che attornia le cose. Giorgio ha sentito il profumo di Silvia nella scia del passaggio. Una camicetta dal bottone malandrino gli ha lasciato vedere un lembo di reggiseno nero. Ha avuto un flash: la domestica del palazzo. Lui bambino. Lei si piegava ad allacciargli le scarpe e lui affondava gli occhi in quel petto stretto nel pizzo nero. Le donne di Giorgio avevano avuto storie labirintiche. Essendo sentimentalmente precario, non approfondiva l’idea di fedeltà e costanza e cura. Restava custode di un vento casuale. Appoggiato ai movimenti del cuore senza tregua. Gli anni del liceo erano stati i più complicati. Le voci che giravano nel paese. Le amicizie prevalentemente maschili. I capelli non più corti. Le risatine al suo passaggio dal bar. I pantaloni stretti che lo fasciavano al cammino. Soltanto sua madre pianse in silenzio quando decise di andar via. La villa lo lacerava ancora nel profondo. I giochi proibiti che il padre gli aveva insegnato erano svaniti in pozze di dolore e sangue raffermo della memoria. Quella madre che ora attendeva nella pensilina del tempo il suo ultimo viaggio. Giorgio aveva saputo di Silvia da un collega della clinica. Ne aveva elencato le performances come si trattasse di una macchinetta a monetine: infili e ottieni il prodotto richiesto. Senza resto. “Quanto ti serve per una trasferta di due giorni?”. “Come, scusi?”. “Non mi va di perdere tempo. Osvaldo mi ha detto che potresti anche spostarti da casa”. “Mille e niente baci sulla bocca”. “Bene. Vuoi un anticipo?”. “Certo. La metà”. “Sono 4 e 50, possono bastare?”. “Bastano. Quando si parte?”. “Fra un’ora. Passo a prenderti. Vèstiti elegante”. “Cos’è, una festa con orgia finale?”. “Non proprio. Devo presentarti come mia fidanzata”. “Allora c’è un supplemento”. “Pure?! Ne parliamo dopo, dai. Mandami un messaggio con l’indirizzo”. “Osvaldo non te l’ha detto?”. “Mi ha spiegato la strada, ma si è confuso con le piazzette”. “Devo portare la bambina dai nonni e mi preparo. A dopo”. “Ciao”. La città ha vestiti di noia e silenzi ubriachi. Lampade di disordini malfermi. Sessanta minuti scivolano nell’olio del caso. La fretta fa un giro d’orologio e ritorna. Silvia è una finta serenità che gli siede accanto. Ha messo un profumo diverso dal mattino. O è una sensazione di volontà che la dipinge mutata. “Allora, questa festa? Dov’è? Dimmi”. “Mia madre sta morendo e voglio salutarla mostrandole che non sono da solo”. “E ti porti una puttana scadente? Ma che fantasia! Fermati all’angolo, devo prendere le sigarette”. Il fumo. Un ricordo quasi cancellato dalle labbra di Giorgio. “Se ti arriva la multa per eccesso di velocità, io non c’entro niente”. “Tranquilla. Ho voglia di arrivare presto”. “Io mi faccio una dormita. Svegliami quando arriviamo”. La solitudine, compagna preferita, aveva un vestito scuro fra il nero notte e il blu profondo. Raggomitolata sul sedile accanto al suo. Memorie di corpi intrecciati nella velocità del sesso condiviso. Pelle odorosa di tabacco. Sudore sfiorato dal vento. L’asfalto si nasconde sotto le ruote e scompare. L’ingresso della villa è aperto. I colori del tramonto ricamano colonne e capitelli. Un dolore rinnovato squarcia il petto di Giorgio. Le scale a doppia balaustra. Le finestre sul giardino. I suoni della nostalgia. Gli occhi di Gustavo incontrano per un millisecondo le pupille rancorose del figlio, che diventano dolciastre nell’abbraccio materno. La maschera dell’ossigeno filtra la voce e il sorriso, tenue. Intanto Gustavo, con un possente sorriso, si presenta a Silvia e fa da guida turistica nella propria dimora storica. Giorgio ricorda ogni oggetto della stanza che ora è un sudario in anticipo. Le cornici dei quadri, le tende alle finestre, le poltrone. Tutto lo inchioda al passato. Come un respiro che non nasce, una lama di luce che resta inespressa. Accorre il medico. Il suo sguardo si fa comunicatore del presagio che prende corpo. La stretta delle dita diventa assente. Il capo si sposta sulla sinistra. Morbido. Soffice. Giorgio è una pietra che fa passi nell’eco dei passi. Stanze vuote di vita. Cromìe impolverate. Foto sbiadite. Tira su col naso. Occhi rossi di contorno. Il legame unico con quei corridoi è svanito. Esce sulla scala a doppia balaustra per dare fiato al blocco dei sensi. Dietro le tende chiare della “Stanza degli arazzi” vede il padre dimenarsi dietro Silvia, stesa sul letto a mordere il cuscino. Vede se stesso. Stesso cuscino, lacrime da bambino. Un urlo agghiaccia il cielo del momento. Il sole si ferma a guardare, poi ricomincia a morire. Gustavo accorre all’urlo. Gli occhi si incontrano. Rabbia contro rabbia. Silenzio contro silenzio. Silvia esce dalla stanza coi capelli arruffati. Abbottona il vestito nella corsa. Giorgio prende un foglio dal taschino della giacca. Lo apre e lo sbatte in faccia al padre. Silvia riconosce il logo della clinica. Prende il foglio. Urla ingoiate dalle lacrime impastano nella mano quel foglio. “Cosa c’è scritto?” balbetta Gustavo. “Che la qui presente signorina ha fatto le analisi nel mio laboratorio ed ha appena scoperto di avere l’Aids. E anche tu, paparino caro”.

Alessandro Errico

P.s. vorrei ringraziare Alessandro per arricchire questo postaccio con i suoi intensi racconti, grazie Ale!

Annunci

72

Bilal era nato nel 1972 a Parigi. Era svanito in qualche dimenticanza il ricordo del viaggio dalle colonie francesi d’Africa verso la patria dei diritti, della rivoluzione e della baguette. Anche dell’aglio, ma Bilal non lo digeriva e, quindi, lo rimuoveva da qualsiasi paradigma percettivo. Quella notte era stata movimentata, come quasi tutte le notti da nomadi fra locali alcoolici e nasi imbiancati per la neve che non scende dal cielo. Ci si ritrova con un corpo sconosciuto accanto, mentre il mattino spunta con le prime voci della città. Un corpo senza nome, di poca memoria. I resti di acrobazie sentimentali provvisorie galleggiano sul pavimento delle stanze. Qualche lucido flash prende vita: il “72”, storico locale della città vecchia, ha offerto quella carne ad un rallegramento breve e dimenticabile. Un biglietto di generici saluti sul comodino. Un bacio di convenienza che non sveglia. Una porta chiusa con morbidezza. La città scorre sotto i passi del disordine organizzato. Rumori che distraggono silenzi. Occhi smezzati, consumati, fabbricati dalla moltiplicazione delle cose. Vetrine che riflettono solitudini affollate. Bilal camminò pensando al briefing con gli architetti coreani che lo attendevano nello studio per cui lavorava da tre mesi. Era molto apprezzato per la sua professionalità al limite di una fastidiosa pignoleria, fortunatamente associata ad un’ironia sfociante – talvolta- nel sarcasmo. Prendeva costantemente in giro la sua collega italiana: “Come fai ad avere un nome da uomo?”. “Andrea è anche un nome femminile!”. Prima di entrare al numero 72 dell’antica strada sulla quale s’affaccia il suo ufficio, Bilal si fermò a colazione nel bistrot che lo attraeva per i colori che facevano silenzio. Lì ritrovava il passato che non passa e parla ancora degli scrittori spiantati che, fra le 72 sedie rimaste per tradizione, elemosinavano un’idea alla linea del bicchiere sempre più vuoto o all’ultimo filo salito dal sigaro della creazione stitica. L’ispirazione nasceva da misteriose strade irrazionali, ma quella mattina aveva bussato a lontani altrove. Chiamò in studio per comunicare un ritardo, da coprire secondo la libera improvvisazione dei colleghi, in preda ad una crisi isterica per la novità poco piacevole. Bilal cercò risposte nella corsa. Il movimento del corpo come sentiero di rinascita, affioramento di positività. Correre con cravatta, valigetta e scarpe eleganti non era una scena consueta che possano ammirare i frequentatori del parco verdissimo che spacca i polmoni di chi ogni giorno lo frequenta. E furono sguardi saturi di risolini inaspettati al suo passaggio. Bilal corse molto, uscendo dal percorso urbano e ritrovandosi nella campagna aperta sotto il cielo bloccato dal sole prestato al giorno. Non avendo la bussola ed essendo felice per aver trovato l’idea della presentazione che i coreani attendevano, cercò la via del ritorno. La fortuna ti tende la mano se la schiavizzi. E lui ne approfittò: un tir merci in avvicinamento. Lui era vestito come un manager capitato per caso nella vita di quel camionista, che si fermò intuendone le difficoltà d’orientamento. Bilal accettò il passaggio, chiedendo una velocità sostenuta per raggiungere lo studio e incontrare i coreani col suo sudore cristallizzato nei vestiti. L’autista era un taciturno dai pensieri sottovento. La barba coltivata dal caos. Bilal notò che il numero 72 continuava ad accompagnarlo anche nell’identificazione di quel tir. Cercò un dialogo per stemperare la tensione silenziosa fra i sedili, ma la barzelletta non fu capita. Scoprì, per sfinimento dopo numerose domande, che l’autista andava al mercato vicino al suo quartiere. Anche se gli sembrò strano che un tir potesse entrare nel centro storico e scaricare la sua merce. “È scalo della grande distribuzione, non del commercio al dettaglio”, pensò. Ma il dubbio prese altre direzioni, superato dall’attenzione verso il segnale d’ingresso al suo quartiere. Era un divieto, ma il tir lo superò con scioltezza e ghigno definitivo dall’autista. Bilal fece notare il segnale, ricevendo un pugno sul naso. Spostandosi per evitare il secondo pugno, Bilal scorse la cintura esplosiva al torace del guidatore. Si tuffò su di lui e il tir zigzagò fra i tavolini del bar, che saltavano come birilli brilli di un flipper in cura psichiatrica. Non sapeva di avere una forza tale nelle braccia, Bilal. Dopo ripetuti colpi, riuscì a scaraventare l’autista fuori dallo sportello. Ma ormai troppo tardi per evitare l’impatto con il mercatino. Fra i numerosi morti, anche lui, additato come kamikaze e terrorista che combatteva una personale guerra santa come un tarlo che scava dall’interno il sistema che vuol sgretolare.
Nel Paradiso destinatogli, Bilal trovò la Grande Luce ad indicargli la strada. In uno spazio senza tempo, trovò le 72 vergini a lui destinate. Costoro erano belle, di pelle bianca, alte 60 cubiti e larghe 7, trasparenti, eternamente giovani, voluttuose, con seni larghi e tondi, le vagine appetenti, occhi larghi e belli. Vedendolo indifferente a tanto splendore erotico, una voce gli chiese: “Bilal, sei stato premiato con 72 vergini. Sono tue, entra nella loro carne e abbi godimento senza fine, giorno e notte, per tutta l’eternità”. Gli occhi di Bilal si allargarono in un sentimento che dal dubbio si fece paura. “Bilal”, gridò ancora la voce, “perché non vuoi giacere con le 72 vergini che aspettano il tuo sesso con eterna voluttà?”.
“Perché io sono gay!”.

Alessandro Errico

Regalo di Natale

Manuel aveva una gran voglia di fragola. E aveva pure cinque anni. Andò al centro commerciale con la mamma. Le fragole erano finite. Da sei mesi. C’erano solo quelle cinesi. Ma poco importava: Manuel la gran voglia di fragola ce l’aveva sulla pancia, non dentro la pancia. Ammesso che le voglie si possano avvertire nel territorio intestinale. I soliti giocattoli da fine anno. L’atmosfera delle vacanze odorava già di prossimità. I corridoi fra gli scaffali luccicavano ad intermittenza. Come un presepe postmoderno con un mazzo di banconote nella culla della capanna. E tutti i pupazzetti col codice a barre. O a sbarre. Manuel camminava osservando il mondo da un’altezza di merce obbligatoria, quella che può stare in basso perché si deve comprare per forza, per necessità e non ha bisogno di un’altezza d’uomo. Appunto! Lui era un bambino. Teneva la mamma per mano. Guidato dalle dita che lo stringevano con attenta leggerezza. Così come si fa con un telecomando. Le canzoni sotto l’albero si confondevano con gli avvisi delle commesse alle casse. Il carrello circumnavigava gli scaffali come una zattera di frontiera accanto alla scogliera.

Dalla quantità di acquisti cresceva il passaparola di amici e vicine di casa spettegolanti. Carrello pieno uguale molti ospiti. Carrello star bordante uguale invitati anche per la sera del 31. tombola compresa. E se finissero i fagioli per coprire i numeri, resterebbero le lenticchie. Sempre tradizione è! In qualche corridoio il single-che vive il Natale come una triste orchite bilaterale da festeggiare con la propria solitudine- spera di non essere intravisto da amici o vicini di casa, che invece lo puntano per ricamare giudizi taglientissimi sul suo carrello vuoto, quasi come il frigorifero. Egli, vedendosi scoperto, si gioca l’ultimo stipendio di settembre (ha finito di lavorare in un call center con un contratto trimestrale) per comprare i panettoni più costosi, gli spumanti con l’etichetta finto francese che li camuffa da champagne e il cotechino che se avvicini l’orecchio senti il mare in cui è stato pescato (proviene da un maiale transgenico, allevato nelle suinerie subacque e alimentato con pesce parlante, trans pur’esso; il maiale ha le squame da vivo e te le regalano se compri tre confezioni per 12 persone). Tutta merce che finirà avariata nell’attesa delle colombe pasquali.

Manuel non aspettava il Natale per celebrare una nascita avvenuta con fecondazione spiritualmente assistita. Non aveva cognizione di cosa fosse un dogma. Camminava guardando la distrazione, la velocità inconsapevole dei passi. E, svoltato l’angolo degli articoli per la casa, eccolo lì. Il protagonista di tante favole che la mamma gli aveva raccontato. Cercò di ricordare se avesse visto le renne parcheggiate in terza fila. Nulla. Forse sceso dalle stelle. O salito dalle stalle. Ma stalle con le renne non ne riusciva a immaginare. Neppure nelle favolerie concilia-sonno. Fu invaso dal rosso e da un’onda di barba bianca. E la mamma scattò la foto. Lui sorrise e strappò un pezzetto di barba, sorpreso dalla facilità con cui era venuta via. Senza che babbo Natale provasse dolore. “Che fosse finto? No, non può essere. Sarà stata una magia. Anzi: babbo natale è un quasi Dio, quindi non ha mai dolore”. Si mise in tasca il ciuffetto di barba e smise di pensare ai dubbi. I suoi occhi scivolavano nel cestone pieno di regali, come se le pupille fossero calamite. Ma l’incantesimo non funzionò. I regali restarono lì. Provò a stringere gli occhi con più forza, ma il magnetismo interiore non attrasse alcun giocattolo. “Voglio un regalo” gridò a Babbo Natale. Ma partirono alcuni colpi. Panico. Urla. Babbo Natale col mitra in mano gridava: “Questa è una rapina. Tutti a terra”. E, ridendo, sparava in aria. Tutti si stesero al pavimento, come indiani ad ascoltare un treno ancora lontano. La paura era un sentimento irresistibile. Manuel rideva tremando. La mamma lo stringeva. Sapeva che non poteva essere quello il regalo che aveva chiesto. Era troppo strano e poco divertente. E aveva troppa stima per Babbo Natale per credere che non lo avesse ascoltato. Ma continuava a ridere. Senza motivo. Dopo ogni sventagliata di mitra si sentiva il suo risolino soffocato dalla mano della mamma. Sparava e correva, l’uomo rosso e bianco. Scivolando su un carrello e trovando tutti i semafori verdi fra gli scaffali. Nel carrello finirono tutti i registratori di cassa. Tredici. O forse quindici. Da uno, i carrelli divennero tre. Babbo Natale si dirigeva verso l’uscita, dove un furgone lo attendeva per caricare i regali di un Natale molto ricco, quando il silenzio di terrore fu bloccato da un tonfo: Babbo Natale al pavimento. Con un colpo di scopa era stato tramortito dalla Befana. La rivincita della vecchietta sbeffeggiata dal calendario. Gli fu addosso in breve. Ma la corpulenza del bianco barbuto, rinvenuto dopo il contact down, ebbe la meglio; seppur dolorante, riuscì a venire a capo di una colluttazione che non ricordava aver visto nascere. Imbracciò il mitra e fece secca la Befana. Si alzò, con la barba sanguinante e trascinò i carrelli verso l’uscita. La Befana restò a terra: era un vigilante al terzo giorno di lavoro, assunto a tempo determinato (tre mesi rinnovabili). Babbo Natale, portando via l’ultimo carrello, guardò Manuel e si ricordò della richiesta. Si avvicinò a gli regalò il mitra.

Manuel lo sapeva che babbo Natale era un grande.

Glielo aveva detto la mamma.

Alessandro Errico