Contemplazione

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L’angelo della storia

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre i frantumi. Ma una tempesta soffia dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Sul concetto di storia di Walter Benjamin

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Angelus Novus di Paul Klee    –  Trilobiti #249

Apollo e Dafne

«Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,
dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».
Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,
il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici,
il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche così Febo l’ama e, poggiata la mano sul tronco,
sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia
e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,
ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.
E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia,
sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno,
o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra;
e il capo dei condottieri latini…”

Metamorfosi Libro I
Ovidio

Trilobiti 244#

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Chapter #2: Movimento

Continua il viaggio nell’arte, il cambiamento e la vita collettiva a cura del Musicante di Brema.
Oggi Daniele ci propone il secondo capitolo del trittico iniziato con L’arte. Si parla adesso di Cambiamento.
Buona lettura!

S. Dalì – Donna con testa di fiori – 1937

Argomento di questa settimana è il cambiamento. Tutti noi sappiamo il significato di questo termine. Ma io voglio riallacciarmi al discorso della settimana scorsa sull’arte. Uno dei significati etimologici del termine arte è, infatti, muovere, suscitare. E cos’è il cambiamento se non l’essere urtati da qualcosa sia a livello psicologico che emotivo? Un qualcosa che ci spinge a cambiare (anche solo reagendo) lo stato di cose presenti in nome di un rifiuto totale o parziale del reale (sia esso uno stato d’animo, una situazione contingente, un’azione).

Anche la creazione, azione propriamente artistica, rappresenta un cambiamento, un’ esigenza di unità e rifiuto del mondo. Ma essa rifiuta il mondo a causa di quanto gli manca e in nome di ciò che, talvolta, esso è. E credo che abbia perfettamente Van Gogh quando scrive: “Sempre più credo che non si debba giudicare il buon Dio da questo mondo. E’ un suo abbozzo mal riuscito”. Ogni artista cerca di rifare questo abbozzo e di dargli lo stile che gli manca. In un certo senso di cambiarlo.

Chapter #1: L’arte, l’immaginario, l’artista

Introduzione
Inizia una nuova collaborazione sul mio blog, quella col creatore del blog delloltreuomo. Voglio innanzitutto ringraziare Daniele per aver accettato questo incrociarsi dei nostri blog, visto che ogni mercoledì io ospiterò lui e lui darà voce a me sul suo blog.
Sarà un nuovo modo per confrontarsi e per approfondire anche le nostre diversità.
Buon inizio quindi al Musicante di Brema! Ora do la parola a te.

Ringrazio Marilù per l’ opportunità che mi concede sul suo blog.
Spero di esserne all’altezza. Ho scelto come pseudonimo Il musicante di Brema perché ben rende l’idea delle coordinate del mio essere: la musica, la fiaba (e in generale la letteratura) e l’insubordinazione.

Vorrei partire da un trittico. Un trittico che mi sta molto a cuore: l’arte, il cambiamento e la vita collettiva. Oggi ci occuperemo dell’arte.

Perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno dell’arte (qui si intende l’arte in ogni sua forma, come la musica, la pittura, il cinema, la scrittura ecc.)? Perché ne sentiamo l’intima necessità? Ne abbiamo bisogno per contrastare la banalizzazione, la semplificazione estrema, l’impoverimento della vita. Arte come forma di resistenza all’industria culturale contemporanea. Ma qui non si vuole proporre una forma di controcultura che oggi non ha più senso, ma una specie di arricchimento estetico/esistenziale di cui ognuno di noi si può fare cultore.

E al di là delle nostre opinioni o di una tradizione estetica, in cosa consiste l’arte? Io ci metterei la combinazione di tre forze: la forza evocativa, la forza celebrativa e la forza sospensiva. L’arte è evocativa perché rimanda sempre a qualcosa che non c’è o non c’è più, e trasuda sentimenti ed emozioni del pubblico che la consuma. E’ celebrativa perché richiama l’attenzione o sull’artista e la sua vita, o su una particolare situazione o idea. L’arte è sospensiva perché sospende la vita, la rappresenta, ci permette di uscire dalla quotidianità e dal tempo ritualizzato che sempre viviamo.

Queste tre forze confluiscono nell’incanto. L’arte come incanto, come momento magico, come momento di sospensione dalla banalità. E quali sono i trasmettitori di questa sospensione? L’opera e l’artista. L’artista è il creatore. E’ una persona doppia: maschile e femminile perché partorisce, genera, dà luogo ad opere; una filiazione dello spirito, della conoscenza. L’opera d’arte, invece, è il contrattempo: è la raffigurazione della vita trattenuta, non consumata, non portata a termine. Quel tipo di penetrazione spirituale che è il sapere. Per questo l’arte è la forma suprema della conoscenza e uno dei massimi piaceri dell’uomo.