Parole non parole

Capita che inciampi nelle parole di qualcuno, a volte chi parla è un amico, a volte è un personaggio in un film e altre volte quelle parole vengono da uno scrittore, qualcosa che leggi distrattamente, ma che poi inizia a collocarsi piano, dentro di te. E quelle parole le comprendi davvero, non le leggi soltanto, le senti dentro, perchè ti stanno raccontando qualcosa che sai, che senti, qualcosa che già avevi dentro ma che non riconoscevi per quello che era, perchè è così che si confondono spesso le cose, al buio una bottiglia , può sembrarci una lampada. Così è stato con queste parole. Così è adesso.

«Io avevo voglia di stare da solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose».
Pasolini

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L’incertezza di Loris

Conversazioni su whatsapp:

Io: ha spiegato qualcosa di nuovo la prof di inglese?

Vagua* : sì, Loris.

Io: Loris?

Vagua*: Non so come si chiama.

A questo punto mi sono rivolta a Murky*, un’altra delle ragazze che viene a lezione, compagna di classe Vagua.

Io: Cosa ha spiegato la prof?

Murky*: No, niente.

Io: ma Vagua* mi ha detto che ha spiegato un certo Loris.

Murky*: Lorens.

Io: vuoi dire Lawrence?

Dall’altra parte silenzio.

La mia indagine ha portato a Mr David Herbert Lawrence, ma domani quando incontrerò Murky*, saprò dirvi con certezza se si tratta di lui o di Loris Unknown.

Aggiornamento a domani.

 *Nome fittizi in conformità con la legge 5426/666 sulla privacy

Se io fossi…Sherlock Holmes

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 Oggi svuotando il contenuto della mia borsa sul letto, perchè ero alla ricerca di una penna, mi è venuto in mente un programma televisivo che trasmettevano anni fa, in cui un concorrente si trasformava in detective che doveva trovare il proprietario di un oggetto smarrito, un oggetto comune, come una valigia, un’agenda, una giacca. Tramite questo oggetto, si può sapere quasi tutto del suo proprietario: età, sesso, che lavoro fa, se è sposato e altro, fino a rintracciare, grazie all’intuito, il proprietario dell’oggetto smarrito, che alla fine diventa il protagonista invisibile del programma. L’unico aiuto che concorrente aveva, era il telefono con relativi elenchi telefonici di tutta Italia.
Chissà dagli oggetti usciti fuori dalla mia borsa cosa si capirebbe di me!? P.s. uno degli oggetti mancanti è sicuramente il cellulare, quello mi è servito per fare la foto.

Dei demoni dormienti, del vuoto e del Natale che non c’è

Quando non abbiamo nulla da dire, dovremmo semplicemente tacere. Senza sforzarci di tirare fuori cose e cose e cose, inutili cose, per riempire gli spazi, per accontentare qualcuno. Anche perchè, a volte se scavi sul fondo escono fuori proprio i tuoi demoni dormienti.  Aivoglia a fingere che non ci siano, che magari non ci siano addirittura mai stati, che ce li siamo proprio immaginati. E invece no, ci sono eccome, forse anche loro vanno in letargo, ma hanno un ciclo tutto loro, fuori da ogni schema prestabilito, e quando li vai a risvegliare, ( perchè dobbiamo essere onesti, siamo proprio noi che gli andiamo a spalancare la porta per farli entrare), quando ritornano,  se ci soffermiamo e  osserviamo bene i fatti, il loro dispiegarsi e svolgersi, allora forse, e sottolineo forse, capiamo anche delle cose. Alcune le sapevamo già, ma non sono superflue, dobbiamo vedere a che livello le conoscevamo, se siamo consapevoli nel vero senso del termine, se lo siamo in quel preciso momento e se riusciamo ad essere obiettivi, soprattutto guardando ai fatti, alle nostre azioni, al nostro muoverci in questo posto chiamato vita. Perchè capire, dire ” ho capito” a volte è solo fuffa, ma capire davvero, vuol dire il più delle volte, sanguinare, farci male, oltre quello che noi abbiamo sempre considerato male,  perchè il raggiungimento della consapevolezza è quasi sempre una verità scomoda, che evitiamo, o alla quale proprio non riusciamo ad arrivare, perchè fa male, cazzo se fa male! E non parlo del fatto di scoprire che Babbo Natale non esiste, ma parlo di tutto quello in cui uno ha sempre creduto, compreso se stesso. Questo Natale sarà diverso dagli altri, anche solo perchè non addobberò nessun albero e non farò nessun regalo a nessuno. Ma il punto non è questo, ci sono sempre ragioni per le quali facciamo le cose o almeno, dovrebbero esserci, dovrebbero sì, ma la lista si infittisce e la voglia di spiegare inizia a ad assottigliarsi. Non che qualcuno mi abbia chiesto qualcosa. Ma nel caso accada,  so già di non avere risposte.

Non so perchè mi gira dentro questo minidialogo del film Revolutionary Road.

– John Givings: Allora una coppia come voi due da cos’è che deve scappare?
– Frank Wheeler: Forse stiamo scappando. Noi scappiamo dal vuoto disperato di tutta la vita qui, giusto?
– John Givings: Il vuoto disperato… Ora l’ha detto, molte persone sono coscienti del vuoto ma ci vuole un gran fegato per vedere la disperazione”

Schegge bagnate

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E anche questo novembre sta scivolando via tra giorni di pioggia, lenzuola umide mosse dal vento, alberi nudi e foglie scricchiolanti, panchine solitarie e vuoti d’anima,  anche se quelli persistono ad ogni stagione.  Dai cumignoli dei camini si inerpica verso il cielo un fumo carico di ricordi,   che riporta in superficie da un lontano passato, immagini di caldarroste e di famiglia. Quando ero piccola, passavo molto tempo a casa di una delle mie zie preferite, e ricordo che lei usava per riscaldarsi il braciere, quello che noi in dialetto chiamiamo a “vrasera” e che si è scoperto più tardi essere nociva per la salute, ma mi fa ridere questa cosa, perchè viviamo in posti saturi di smog, non sappiamo cosa mangiamo e siamo bombardati da onde elettromagnetiche e da altre cose anche peggiori, e invece se la vanno a prendere con la vrasera, che adesso risulterebbe anche demodè oltre che nociva, ma nei miei ricordi occupa sempre un posto accogliente. Certi pezzi di passato rimangono talmente vividi nella mente, che sembra quasi di averli vissuti ieri. Però come sono strani i ricordi! Due delle mie amiche più care, che conosco da quando andavamo all’asilo mi dimostrano che quel che ci rimane dentro è soggettivo e condizionato da vari aspetti, infatti  quando ripercorriamo avvenimenti dell’infanzia, mi rendo conto che ognuna di noi si ricorda un pezzo diverso di quel periodo della nostra vita, e che molto probabilmente i ricordi persistono a seconda della nostra esperienza, della nostra sensibilità. Io per esempio mi ricordo che all’asilo col proiettore ci facevano vedere dei cartoni, in particolar modo ricordo quello della gallina dalle uova d’oro. Invece una delle mie amiche, si ricorda che ci facevano sparecchiare la tavola e riordinare. Io ricordo pure che al refettorio c’era una bimba che vomitava sempre e che suor Aurelia portava la segatura per raccogliere il vomito. Loro questo non lo ricordano. Ricordo anche che avevo sempre le ginocchia sbucciate e che tutte quelle recite che ci facevano fare con quei vestiti da Rossella O’ hara, non mi piacevano affatto, evidentemente il germoglio della dark era già in me.

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