Ti sei accorta anche tu che siamo tutti più soli?

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Ringrazio un mio amico, un mio nuovo amico che mi ha mandato le foto da Bologna in questi giorni e in un certo senso è come se ci avessi passeggiato io stessa per quelle strade, grazie! Lo so, se leggerai queste parole, forse ti verrà da pensare, ma già siamo amici? Bè, mi piace pensare che lo stiamo diventando, che anche se ci conosciamo da poco, si stiano muovendo buone energie tra noi, fluttuanti come le canzoni dei Thievery Corporation. E’ raro conoscere persone che hanno un’anima fiammeggiante sotto strati di oscurità. E quando ci capita di imbatterci in qualcuno così, non posso fare altro che ritenermi fortunata, affinchè sia successo e mi sia stata data questa possibilità. Anche solo per un attimo, per una semplice condivisione, per una chiacchierata, uno scambio di sguardi.

Io sono a letto esattamente da una settimana. Diagnosi: varicella. Che gran botta di culo passare le feste così! Non che avessi programmi mondani. Ma di sicuro non avevo intenzione di passare tutti questi giorni in quarantena e di avere l’aspetto di una partecipante ad un provino per un film horror. Tutto è iniziato la settimana scorsa. Venerdì scorso, la mattina sono andata presso un nuovo comune, ovviamente su una montagna, non sia mai mi capitasse che scegliessero delle location agevoli da raggiungere,  poi sono stata  in ufficio centrale, poi allo sportello dell’infomagiovani fino a sera. Mi sentivo strana. Avevo freddo, e poi caldo ed ero piena di dolori alle ossa e mi sentivo vacua, annebbiata, confusa, come se non riuscissi a trattenere i pensieri, a fermarli.  Ho pensato che stessi covando l’influenza e non so davvero come abbia fatto ad arrivare alla stazione per prendere l’ultimo treno della sera. Ricordo tutto come se fosse un sogno. Sul treno sento un tipo che fischietta Last Christmas di George Michael ed io guardo fuori dal finestrino e vedo tutto buio e mi chiedo come farò a scendere dal treno se non vedo i nomi delle stazioni nel buio della sera? Il treno è del 15/18, un treno con un solo vagone, nessun monitor ad indicarti le stazioni, nessun altoparlante. Proprio uguale ai treni dell’Olanda, penso. Mi addormento, la febbre sta salendo, ogni tanto apro gli occhi per assicurarmi di non aver superato la stazione dove devo scendere, allora mi faccio forza e  mi alzo. Penultima fermata, poi c’è la mia. Quando sto scendendo sento qualcuno che mi dice: “Hey, Aspetta!”. E’ un pendolare come me che ha condiviso le disavventure di soppressioni di treno, ricerche di bus sostitutivi e altre cose che capitano a chi come noi, si sposta purtroppo coi mezzi di trasporto pubblico. Mi si avvicina sorridente e mi dice: “volevo farti gli auguri di Natale ma non ci siamo mai detti come ci chiamiamo.” In effetti aveva ragione, abbiamo parlato chissà quante volte e non sappiamo i nostri nomi, vorrei poterti dire mio caro amico pendolare: Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo “rosa” anche con un altro nome avrebbe il suo profumo, e così penso che mi avrebbe evitata per il resto della sua vita. Ma ovviamente, mi limito a dirgli il mio nome e ad abbracciarlo, spero di cuore di non averlo infettato col virus che in quel momento non sapevo di avere. Mi viene da sorridere perchè una cosa del genere è una cosa “alla me” e vedendo che l’iniziativa è di qualcun altro mi fa pensare che forse non siamo poi così diversi dagli altri. In questi giorni oltre a non aver visto nessuno, e non è un male, perchè disintossicarmi dalla gente nei periodi di festa non può che farmi bene, ho avuto la possibilità di rivedere i Guerrieri della notte, film che ho sempre adorato, e soprattutto di leggere, anzi divorare L’Esorcista di William Peter Blatty, consigliatomi sempre dal mio nuovo amico che ho citato all’inizio del post e che non posso che ringraziare per avermi dato la possibilità di conoscere questo capolavoro. Emozioni, brividi e riflessioni. Tutto quello di cui avevo bisogno in questo periodo particolare. Grazie S.

 

 

Ti mando un vocale di dieci minuti Soltanto per dirti quanto sono felice

Più di una persona mi ha fatto notare, (alcuni con tono infastidito sotto un finto sorriso), che i miei messaggi audio su whatsapp sono troppo lunghi. Io non sapevo ci fossero dei limiti di parole, ma evidentemente ci sono. Ne prendo atto. Sicuramente mi sono interrogata sul fatto che non sono dotata del dono della sintesi. E’ vero, quando parlo, mi perdo. Parlo troppo. Dovrei imparare a dire, usando poche parole, come si fa ora nei test a scuola: usare al massimo 70 parole. Negli audio ne dovrei usare al massimo 6: Ciucciati il calzino di lana merinos! Oppure sarebbe addirittura meglio: TACERE. Anche questa modalità scolastica attuale di usare un max di tot parole per dire la propria opinione mi fa venire l’orticaria.  Ma che problemi hanno le persone se uno si dilunga su un argomento? Altro appunto che faccio a me stessa: è che forse il contenuto dei miei audio è NOIOSO o magari INCOMPRENSIBILE. Ecco, era meglio prima quando non parlavo affatto. Il mio doc non sarebbe daccordo su questa mia ultima affermazione, ma lui viene pagato per ascoltare, gli amici no, possono dirti che ti dilunghi troppo e tu puoi mandarli affanculo quando sono loro a dire cose che non condividi. Quindi prima venivo rimproverata del fatto che ero chiusa e che non raccontavo nulla, ora invece sono un fiume in piena e devo trovare gli argini per non farmi travolgere ma soprattutto per non dare noia ai miei poveri interlocutori.  In questi anni ho imparato una cosa di me: io non ho il senso della misura! Per questo alcune persone mi hanno detto, anzi chiesto: Puoi mantenere un profilo più basso? Ma che diavolo significa questa cosa?

Io ci son rimasta malissimo. Perchè non ho mai pensato di essere una persona invadente, esplosiva, corrosiva, ma anzi, ho sempre pensato il contrario. Da ciò desumo che non mi conosco affatto, che ho una falsa percezione di me stessa e che d’ora in avanti non manderò più messaggi vocali, perchè sono una rompipalle e lo riconosco. Noto che molti mandano messaggi vocali spezzati. Ne mandi 15 di seguito per non mandarne uno lungo senza interruzioni, così però si può fare, a detta dei whatsappiani.  Da poco ho conosciuto un ragazzo che ha capovolto la teoria della lungaggine. Mi ha mandato degli audio che hanno superato i 20 minuti. Come posso non adorarlo? Vi lascio con un messaggio che mi ha mandato un mio amico qualche giorno fa.

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Dalai Lama Glama Coffee Sgu

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Tempo fa, mentre ero in treno, ho visto dei lama scorazzare in un recinto. E ti ho subito mandato un messaggio per dirtelo. Tu avevi pensato che io avessi visto un gruppo di Buddhisti ed io ricordo che ho iniziato a ridere a crepapelle per il gioco di parole che ti aveva fatto capire altro. E’ passato tanto tempo da quel giorno ed ogni volta che passavo di là, mi concentravo per intercettare i lama, ma non li ho mai più rivisti, ed ho pensato di essermeli immaginati, fino ad oggi, che ero sul treno, distratta e stanca e all’improvviso li ho visti e li ho guardati bene, per esser certa che non fossero cavalli o un altro genere di animale. Ecco, sono dei lama! Solo che non te lo posso dire adesso che tu non ci sei. Il gatto sul davanzale non c’era, lo immagino acciambellato su una poltrona di questo appartamento al primo piano del centro storico, ignaro del fatto che io lo cerco ogni mercoledì, e venerdì, che passo di là. E tu chissà se adesso vivi con uno o più gatti. E’ così che ti immagino adesso, sdraiato sul letto con un gatto accoccolato a te. Oggi mi sento particolarmente triste. E’ brutto anche scriverlo, ma penso di avere qualche linea di febbre e mi sento una stanchezza dentro che non ha un nome, un colore. Sono semplicemente io. C’è il barista del bar della sede di lavoro vicino al mare, che ogni volta che prendo il caffè macchiato mi fa qualche disegno sulla schiuma del latte. Ieri gli ho chiesto di scrivere il tuo nome (il nome con cui ti chiamo io), e il giorno prima mi aveva regalato un pacchetto immaginario di Natale. Altra nota stonata. Ti ho preso il regalo di Natale, anche se sono mesi che non mi rivolgi la parola e non saprei neanche dove spedirtelo adesso. Lo vedi? continuo ad essere un’idiota. E non ne sono dispiaciuta affatto.

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Ieri, un pò di me

Lo so che non dovrei sentirmi così. Così come? Fragile. Non che ci sia da vergognarsi per questo, no, affatto. Ma oggi mi sento con quella sensazione di mattone sullo sterno, come se avessi arginato per mesi quello che ho dentro, non per non affrontarlo, ma sperando potessero cambiare le cose intorno.  Che in qualche modo tu potessi tornare. C’è però che mi manchi sempre un pò di più e che lo sto dicendo a bassa voce, per non essere egoista con te che hai scelto di allontanarti.

Una volta proprio tu mi hai detto che siamo dei guerrieri, per le cose che ci son successe e che abbiamo affrontato, con difficoltà, con fatica, a volte con la paura di non farcela, a volta con la voglia di non farcela, uscendone con le ossa rotte e con le anime squarciate, ma ne siamo usciti dai nostri inferni. Forse. Forse sì. Tu sei un guerriero, ma forse io non lo sono, non mi sento una guerriera oggi. Ho fatto un percorso diverso per arrivare al lavoro, niente finestre in attesa di gatto, però poi mi son sentita in colpa, per non averlo cercato quel fantomatico gatto, e allora son tornata indietro e mi sono appostata lì di fronte. Le tende erano tirate e neanche dietro si scorgeva ombra di gatto. Starò diventando matta?

il compagno di banco

Oggi sono  andata dalla mia erborista di fiducia, che col tempo è diventata anche una mia carissima amica. E’ entrata una cliente in negozio ed io ne ho approfittato per andare al supermercato che è situato esattamente nella porta a fianco. E’ quì, che di solito sono avvenute le migliori sedute di psicologia che abbia mai avuto, ma stavolta sono andata da sola e quindi non ci son state sedute di psicanalisi tra gli scaffali dei biscotti. Mentre stavo per entrare, ho intravisto il titolare del supermercato davanti alla porta che stava  chiacchierando con un ragazzo/uomo. Mi sono fiondata dentro e il tipo, che ovviamente non ho riconosciuto subito (avrete ormai capito che sono una rincoglionita senza speranza), ha urlato con grande entusiasmo il mio nome: MARILUUUU’!!!

Mi sono girata verso la voce e ho trovato ad accogliermi  due occhi che sembravano quelli di una lepre che è appena stata abbagliata dai fari di un auto su una strada ingoiata da una notte buia in un giorno d’inverno. Lo riconosco eccome adesso: è il mio compagno di banco delle medie! Ha 42 anni adesso, è un uomo, ma ha nello sguardo ha lo stesso fuoco che aveva quando l’ho conosciuto tanti anni fa.
Mi  ha abbracciata con entusiasmo e mi  ha chiesto: “Ma dove vivi adesso?”.  Io gli ho risposto che vivo esattamente in questo stesso paese e lui mi ha detto che vive nella stessa casa in cui viveva da ragazzo,  che ha lo stesso lavoro di prima e la stessa ragazza, (cose che io ignoravo totalmente, visto che non so che lavoro faccia ora e non lo sapevo nemmeno prima e non ero al corrente delle sue storie d’amore, ignoravo  stesse con qualcuno), ma lo vedo sorridente e questo mi riempie di gioia, perchè so che ha vissuto momenti molto duri, si è perso, come è accaduto a me. L’ho saputo da altre persone, per vie traverse, perchè ormai ci eravamo completamente persi di vista e perchè in un paese seppur piccolo, a volte non ci si incontra mai, per anni.
Mi tornano in mente una marea di episodi legati a lui! Alle medie funzionava in questo modo: se andavi bene a scuola, per premiarti ti separavano dalla tua compagna di banco, per piazzarti a fianco a qualche “caso difficile”, così lo definivano loro, i professori, i grandi! Ed io all’epoca, anche se è difficile da credere, andavo bene a scuola, e avevo come compagna di banco quella che è anche adesso una delle mie migliori amiche! E quindi sin dal primo anno son stata separata dalla mia compagna di banco, che è stata sostituita proprio da lepre abbagliata in strada buia. Questo fatto per me non fu per nulla traumatico, anzi, andavo d’amore e d’accordo col “caso difficile”. Ricordo che lui era una frana col flauto e che io lo aiutavo a leggere il pentagramma e a suonare la diamonica, perchè un’altra regola della scuola era: che se non sapevi suonare il flauto, dovevi suonare per forza la diamonica! Mi rassicurava la sua statura! io a confronto ero alta un metro e una banana. All’epoca lui era molto apprezzato dalle ragazzine, aveva il fascino del ragazzo scapestrato, oltre ad essere davvero bello. Una volta ruppe una porta a vetro con un pugno ed oltre a finire al pronto soccorso, fu anche sospeso da scuola ed io per non farlo rimanere indietro con le lezioni, studiavo con lui di pomeriggio e scrivevo al posto suo sui suoi quaderni, perchè lui non poteva scrivere con la mano fuori uso. Il piano geniale che avevano i professori all’epoca era quello che gli alunni più diligenti potessero magicamente e con un lavoro certosino instillare poco a poco del “buono” in quelli che loro pensavano potessero essere delle teste calde. Non hanno pensato che poteva succedere l’inverso o che magari i casi difficili erano “difficili” solo perchè loro non si sforzavano di trovare il modo giusto per comprenderli! Ringrazio A. per avermi insegnato ad aprire le porte senza usare le chiavi e per avermi spinto a lottare per far valere le mie idee e i miei diritti, per avermi fatto alzare la testa di fronte alle ingiustizie senza mai avere paura, quasi mai.

Un venerdì di fine novembre

Oggi è venerdì, la settimana si inclina verso la fine. Imperversa il black Friday e mentre venivo a lavoro, ho incrociato un sacco di persone che stringevano tra le mani borse colme di acquisti. L’altra mattina è stato il mio primo giorno per un nuovo progetto lavorativo, la cui sede dei lavori era per me un luogo ignoto.  Dopo varie ricerche su internet e di incastri di mezzi di trasporto, ero pronta a tutto! Prima auto, poi treno, poi pioggia, poi fermata del bus, passo un’ora sotto una pensilina gremita di gente che inveiva contro busitalia.  Altro che Waiting for Godot! Continuo a guardare l’orologio con la convinzione che le lancette possano rallentare o addirittura fermarsi solo perchè io in quel momento ne ho un estremo bisogno, ma ovviamente non accade e mi accorgo  che non arriverò mai in tempo per il nuovo lavoro! Il bus non arriva, allora corro  a ritroso di nuovo verso la stazione dei treni e vado a prendere la metropolitana. Arrivata in questa per me oscura parte della città, esco dalla metro e chiedo a due passanti se conoscono la strada dove devo arrivare. I passanti sono due stranieri, e con accento tedesco mi dicono che devo attraversare il sottopassaggio e poi chiedere a qualcunaltro.  Arrivata dall’altra parte del sottopassaggio chiedo ad un altro passante, che con un tono poco convinto mi indica di andare a sinistra, io proseguo ma vedo solo il nulla. Ed ho solo un’ora di ritardo, ma non demordo, vado avanti e chiedo ad un ennesimo passante  che con un sorriso imbarazzato, mi dice in una lingua che non conosco, qualcosa, che ovviamente non capisco, ma che avrà significato: ( guarda, io non sono di quì, sei proprio sfigata a chiedere informazioni proprio a me!) Bene, Marilù, ora che hai esaurito i passanti e che oltre alle macchine che sfrecciano non ci sono altre presenze umane ma solo foglie secche che svolazzano in giro e che sono lì per ricordarti che sei nella tua stagione preferita: l’autunno! e che quindi non puoi permetterti di essere incazzata, ma devi trovare una soluzione! L’unica cosa che riesco a fare è quella di proseguire lungo questo vialone alberato e deserto, dove le radici degli alberi hanno lottato contro la pavimentazione del marciapiede rompendola e svettandola verso l’alto.  Intanto continuo ad avere una smisurata fiducia in google maps che mi dice che mancano solo 3 minuti all’arrivo, anche se a me sembra di essere un personaggio della Lunga marcia di King e che se smetterò di camminare, arriverà un furgoncino con un cecchino a bordo che mi pianterà un colpo di fucile diritto in testa. Ma ecco che sono arrivata! Con solo un’ora di ritardo ed una foglia secca in tasca, che ho raccolto lungo il viale alberato, mentre imparavo a non perdermi e che mi servirà a ricordarmi che non è in questi posti che ci si perde davvero, ma dentro di noi quando smettiamo di essere attenti a quello che proviamo, che pensiamo, che viviamo.

 

La tua amica fra i castagni

L’oggetto della tua ultima mail era: alla mia amica fra i castagni, mi è piaciuta molto questa immagine, infatti oggi sono proprio lì, tra i castagni. L’autunno rimane la mia stagione preferita,  è per questo che quest’anno sono andata in ferie proprio in autunno. Adesso sono in ufficio, in un paese sulle montagne. La location di oggi è tutt’altro che il mare dei giorni scorsi,  ci sono monti dietro di me, alberi, castagni per la maggiore, mucche in pascolo. La particolarità del lavoro che sto facendo da un anno a questa parte è che non sono mai nello stesso posto, e quando le persone apprendono questa cosa, mi dicono: che bello, così non ti annoi di sicuro! Ecco, la mia reazione a questa affermazione è una testata immaginaria, una testata rompinaso, sento proprio lo schiocco e vedo il sangue a fiotti. Perchè mie cari amici ottimisti, (avrei un altro aggettivo sulla punta dei polpastrelli per definirvi, ma mi fermo per non urtare la vostra sensibilità), non avere una sede fissa di lavoro è stancante e stressante ad un livello inimmaginabile. Stamattina nonostante mi fossi svegliata alle 6:00, ho fatto tardi, al punto da non riuscire a trovare gli occhiali da vista, e pur di non perdere il treno, sono uscita senza. Solo che ora, dopo ore al pc e tra le scartoffie, mi sento come se avessi assunto un trip, vedo le lettere staccarsi e riagganciarsi a casaccio, diventano onde, stelle marine, rami spezzati e cardini di una porta. La sera che son tornata dall’Olanda, di cui se vorrete vi racconterò quando mi sarò riappropriata degli occhiali, ho visto un film: Sole cuore amore. Una storia tristissima. Parla di una donna che pur di lavorare, per poter mantenere la sua famiglia numerosa, visto che il marito era senza lavoro, accetta di lavorare in un bar lontanissimo da dove lei abitava, e visto che si muoveva coi mezzi pubblici, doveva partire la mattina all’alba e rientrava la sera tardi, alla fine della storia, muore su una panchina nella stazione di una metro, per il troppo stress e la troppa stanchezza, le viene un infarto. Lo so, se volevate vederlo, ora non lo vedrete di sicuro, visto che vi ho detto tutto. Il punto è che ultimamente penso spesso che farò la fine della protagonista di quel film, mi troveranno morta in qualche stazione ferroviaria o in stato confusionale in qualche vicolo del centro storico, quando non ricorderò più in che sede dovevo andare quel determinato giorno e dove è la strada di casa. Sto perdendo colpi alla grande, mi è capitato ben tre volte nel giro di poco tempo, di non scendere dal bus alla fermata a cui dovevo scendere, ma di accorgermi che il bus era andato avanti  per chilometri, solo quando all’improvviso ho visto che il paesaggio intorno mi era completamente sconosciuto. Ecco..sono sulla buona strada per interpretare la protagonista di quel film, non si sa mai, potrei sempre vincere il David di Donatello, almeno avrei un adone sul comodino a cui potermi rivolgere ogni volta che mi sento ugly Marilù.