Se io fossi…Sherlock Holmes

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 Oggi svuotando il contenuto della mia borsa sul letto, perchè ero alla ricerca di una penna, mi è venuto in mente un programma televisivo che trasmettevano anni fa, in cui un concorrente si trasformava in detective che doveva trovare il proprietario di un oggetto smarrito, un oggetto comune, come una valigia, un’agenda, una giacca. Tramite questo oggetto, si può sapere quasi tutto del suo proprietario: età, sesso, che lavoro fa, se è sposato e altro, fino a rintracciare, grazie all’intuito, il proprietario dell’oggetto smarrito, che alla fine diventa il protagonista invisibile del programma. L’unico aiuto che concorrente aveva, era il telefono con relativi elenchi telefonici di tutta Italia.
Chissà dagli oggetti usciti fuori dalla mia borsa cosa si capirebbe di me!? P.s. uno degli oggetti mancanti è sicuramente il cellulare, quello mi è servito per fare la foto.

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Dei demoni dormienti, del vuoto e del Natale che non c’è

Quando non abbiamo nulla da dire, dovremmo semplicemente tacere. Senza sforzarci di tirare fuori cose e cose e cose, inutili cose, per riempire gli spazi, per accontentare qualcuno. Anche perchè, a volte se scavi sul fondo escono fuori proprio i tuoi demoni dormienti.  Aivoglia a fingere che non ci siano, che magari non ci siano addirittura mai stati, che ce li siamo proprio immaginati. E invece no, ci sono eccome, forse anche loro vanno in letargo, ma hanno un ciclo tutto loro, fuori da ogni schema prestabilito, e quando li vai a risvegliare, ( perchè dobbiamo essere onesti, siamo proprio noi che gli andiamo a spalancare la porta per farli entrare), quando ritornano,  se ci soffermiamo e  osserviamo bene i fatti, il loro dispiegarsi e svolgersi, allora forse, e sottolineo forse, capiamo anche delle cose. Alcune le sapevamo già, ma non sono superflue, dobbiamo vedere a che livello le conoscevamo, se siamo consapevoli nel vero senso del termine, se lo siamo in quel preciso momento e se riusciamo ad essere obiettivi, soprattutto guardando ai fatti, alle nostre azioni, al nostro muoverci in questo posto chiamato vita. Perchè capire, dire ” ho capito” a volte è solo fuffa, ma capire davvero, vuol dire il più delle volte, sanguinare, farci male, oltre quello che noi abbiamo sempre considerato male,  perchè il raggiungimento della consapevolezza è quasi sempre una verità scomoda, che evitiamo, o alla quale proprio non riusciamo ad arrivare, perchè fa male, cazzo se fa male! E non parlo del fatto di scoprire che Babbo Natale non esiste, ma parlo di tutto quello in cui uno ha sempre creduto, compreso se stesso. Questo Natale sarà diverso dagli altri, anche solo perchè non addobberò nessun albero e non farò nessun regalo a nessuno. Ma il punto non è questo, ci sono sempre ragioni per le quali facciamo le cose o almeno, dovrebbero esserci, dovrebbero sì, ma la lista si infittisce e la voglia di spiegare inizia a ad assottigliarsi. Non che qualcuno mi abbia chiesto qualcosa. Ma nel caso accada,  so già di non avere risposte.

Non so perchè mi gira dentro questo minidialogo del film Revolutionary Road.

– John Givings: Allora una coppia come voi due da cos’è che deve scappare?
– Frank Wheeler: Forse stiamo scappando. Noi scappiamo dal vuoto disperato di tutta la vita qui, giusto?
– John Givings: Il vuoto disperato… Ora l’ha detto, molte persone sono coscienti del vuoto ma ci vuole un gran fegato per vedere la disperazione”

Schegge bagnate

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E anche questo novembre sta scivolando via tra giorni di pioggia, lenzuola umide mosse dal vento, alberi nudi e foglie scricchiolanti, panchine solitarie e vuoti d’anima,  anche se quelli persistono ad ogni stagione.  Dai cumignoli dei camini si inerpica verso il cielo un fumo carico di ricordi,   che riporta in superficie da un lontano passato, immagini di caldarroste e di famiglia. Quando ero piccola, passavo molto tempo a casa di una delle mie zie preferite, e ricordo che lei usava per riscaldarsi il braciere, quello che noi in dialetto chiamiamo a “vrasera” e che si è scoperto più tardi essere nociva per la salute, ma mi fa ridere questa cosa, perchè viviamo in posti saturi di smog, non sappiamo cosa mangiamo e siamo bombardati da onde elettromagnetiche e da altre cose anche peggiori, e invece se la vanno a prendere con la vrasera, che adesso risulterebbe anche demodè oltre che nociva, ma nei miei ricordi occupa sempre un posto accogliente. Certi pezzi di passato rimangono talmente vividi nella mente, che sembra quasi di averli vissuti ieri. Però come sono strani i ricordi! Due delle mie amiche più care, che conosco da quando andavamo all’asilo mi dimostrano che quel che ci rimane dentro è soggettivo e condizionato da vari aspetti, infatti  quando ripercorriamo avvenimenti dell’infanzia, mi rendo conto che ognuna di noi si ricorda un pezzo diverso di quel periodo della nostra vita, e che molto probabilmente i ricordi persistono a seconda della nostra esperienza, della nostra sensibilità. Io per esempio mi ricordo che all’asilo col proiettore ci facevano vedere dei cartoni, in particolar modo ricordo quello della gallina dalle uova d’oro. Invece una delle mie amiche, si ricorda che ci facevano sparecchiare la tavola e riordinare. Io ricordo pure che al refettorio c’era una bimba che vomitava sempre e che suor Aurelia portava la segatura per raccogliere il vomito. Loro questo non lo ricordano. Ricordo anche che avevo sempre le ginocchia sbucciate e che tutte quelle recite che ci facevano fare con quei vestiti da Rossella O’ hara, non mi piacevano affatto, evidentemente il germoglio della dark era già in me.

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Autunno d’ anima

Ho gli occhi aperti ma non sono sveglia del tutto, le farfalle di legno appese al soffitto sprigionano un suono che si accorda perfettamente al mio stato d’animo attuale, questo accade quando c’è un filo di vento che le fa danzare e che allo stesso tempo fa ondeggiare l’acchiappasogni facendolo suonare a sua volta, e in questo caso il suono è tintinnante, sembra quasi dirmi: hey svegliati! è pomeriggio, è vita, da qualche parte è vita!

Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario, mi trovo imbarazzata, sorpresa, ferita, per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare nè so fare domande. Le parole di Pasolini ritornano ciclicamente a descrivere un pò di me, mentre scalza, faccio la gincana tra i disastri interiori e l’incombere umorale che si frantuma, per poi prendere di nuovo forma e forza e travolgermi ancora una volta. Non mi difendo. Perchè sarebbe un difendermi da me stessa. Non mi riconosco. Non riconosco questo tempo e neanche questa vita. Forse dovrei solo placarmi. Un attimo, arrendermi al fatto che nulla andrà meglio di come è ora. Non sono felice, ma questo non è un problema, non sono serena e questo può diventare un problema. Non ho voglia di parlare, se non, con poche persone, di cosa poi? La rabbia si sbriciola, il dolore diventa cemento, un pò come quello che chiamano cuore, il mio di sicuro non so più dove sia, cosa sia. Ma tutto questo ha un senso? Credo di no. L’ultima volta che ho visto il mio doc, era inverno, ricordo che indossavo una gonna scozzese gialla e nera e che quando mi ha parlato di Consapevolezza, ho iniziato a piangere a dirotto, mentre lui è rimasto lì, in silenzio, come per dare spazio anche alle mie lacrime, per non disturbarle con parole, altre parole, ormai inutili e superflue. Quando ho lasciato quella stanza, sapevo dentro di me che non ci sarei più andata. E così è stato. A ripensarci ora mi rendo conto che affronto male le cose, soprattutto quelle che mi fanno male. Arrivo tardi a tutto, ad ogni verità. Si può dire che non capisco mai nulla davvero, non mi accorgo che le persone mi mentono, non mi accorgo che mi stanno facendo a pezzi, non so esattamente quando è il momento di dire basta e di tagliare rapporti, con gente,  col passato, con la testa, coi ricordi, con tutto. Sarebbe bello poter aprire gli occhi e vedere che le cose forse possono cambiare. Che da qualche parte un posto anche per una scombinata come me, possa esserci. Un posto in cui sostare, un posto senza dolore.

Chissà invece lui cosa stava pensando quando mi ha guardata così, con quegli occhi immensi.

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Il mantra di Biobà

Stamattina Biobà era proprio contento di rivedermi, saranno state due settimane che son stata assente e lui non mi ha risparmiato la cazziata di rito, con tanto di sorriso abbronzato, non da estate al mare, ma da lavoro.  Oggi il suo mantra recitava: vinit a verè ‘e parcoc ndo vin, ‘e parcoc ndo vin biobà!  e quì è necessaria una traduzione,  e vi chiedo scusa per la terribile performance della sottoscritta, ormai lo scuorno ha totalmente invaso ogni millimetro di me, vi assicuro che Biobà è molto più convincente di me, ma purtroppo oggi dovete accontentarvi della mia interpretazione. La traduzione esatta è: venite a vedere le pesche, di cui lui specifica le percoche, che sarebbero una qualità di pesche a pasta gialla, che di solito d’estate vengono tagliate a fette e messe nel vino rosso e in tal modo prendono il sapore del vino e diventano top100, almeno per me è cosi. Tornando al suo mantra, Biobà dicendo: venite a vedere le percoche nel vino, non vuole intendere che vi sta per vendere una brocca di vino rosso piena zeppa di pesche, ma vuole comunicarvi che quelle che vi offre oggi sono proprio le pesche gialle adatte al vino!  Se non siete campani, aimè farete fatica a comprendere il biobaletano, che è un idioma personalizzato dal fruttivendolo ambulante più simpatico che io conosca. Sono di parte? Un pochino sì, sarà che mi porta le banane acerbe che tanto mi piacciono, o che mi racconta sempre strani aneddoti della sua vita, o che sdrammatizza situazioni ed eventi della vita, difficili da digerire per qualsiasi altro. Ho pensato anche che la prossima volta che verrà, cercherò di registrare il suo mantra, che cambia sempre, a seconda della frutta o della verdura che ha a disposizione sull’ape car. Lui elenca al megafono i prodotti che ha portato in quell’occasione, ovviamente in dialetto, ne nomina due, al massimo tra alla volta ed usa un tono cantalenante, li ripete talmente tante volte che arrivi al punto che anche se non avevi intenzione di comprare nulla, ti viene la voglia di uscire a dare un’occhiata alla frutta che ha portato. Spesso mi fa provare la frutta, quando mi vede indecisa, magicamente spunta un coltello che è impilato sotto una cassetta e non so come fa a ricordarsi sempre quale cassetta sia, e mi taglia uno spicchio di mela o un’arancia e me li porge per farmeli assaggiare. Non so come la vedete voi, ma a me questo gesto mi fa sempre sorridere e pensare che ci vorrebbe un Biobà per ognuno di noi.