Di novembre e dei ricordi

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Il sole gioca a nascondino dietro strati di nuvole confuse. Un ragazzo si lamenta con una ragazza  e le dice che Michele è anaffettivo, due uomini parlano della ricostruzione della vagina di una donna che conoscono entrambi, tutto questo mentre io continuo a camminare.  Il mio sguardo si incrocia con quello di una ragazza che ha il cappotto aperto e sotto indossa una maglietta sottile, non porta il  reggiseno e i suoi capezzoli turgidi per il freddo svettano in avanti sfidando il signor Inverno che è arrivato all’improvviso a spogliare alberi e a consegnare ricordi.  Il passaggio a livello si sta chiudendo e non ho voglia di correre per non aspettare che si riapra. Allora mi fermo ed attendo respirando profondamente nella sciarpa rossa che ho al collo, osservo quel che mi passa dentro come se non fosse in me, ma da qualche altra parte, fuori in un altroquando. Il filo dei pensieri si allunga verso sentieri lontani, si dilata e di spezza in schegge frastagliate e una di queste si conficca nella pelle del sentire.  Mi capita a volte di ricordare esattamente un profumo, una frase sussurrata, una sensazione sulla pelle, uno sguardo tra la folla, poi tutto viene risucchiato dal tempo, da altro vivere e  così fluisce via, ma poi ecco che ritorna, come un’onda improvvisa, quando meno te lo aspetti, arriva quel ricordo e magari non sei pronto a risentirlo, ma arriva lo stesso. Non ti da un preavviso, non bussa alla porta dandoti la possibilità di farlo entrare o di lasciarlo fuori. Arriva e basta. Mentre aspetto che le sbarre si rialzino,  ferma al passaggio a livello sento la tua mano sulla mia mentre ripongo gli scacchi nella scatola e i tuoi occhi che si appoggiano sul mio dentro.  Era novembre anche allora, un altro novembre di un’altra vita, sto con le gambe incrociate sul tuo divano nero e fucsia e tu stai fumando una sigaretta, hai ancora i dreads e quella camicia a scacchi verde e nera, io ho ancora un cuore, ma non so di averlo, non come ora che so di averlo perso. Mi ridesta il fischio del treno che sta passando, si è riaperto il passaggio a livello. Inizio a camminare ed infilo le mani nelle tasche del cappotto,  perchè sento che il freddo è entrato anche dentro di me.

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Diario di un’aspirante suicida

Il tempo metereologico di oggi è lo specchio perfetto di quel che sento. Luce senza luce, freddo autunnale, terra bagnata da pioggia passata, le foglie sugli alberi ondeggiano sapendo che tra non molto gli toccherà morire, per poi rinascere ancora, sempre che qualche buon intenzionato non abbia abbattuto l’albero che le accoglieva o non abbia deciso, per qualche ignota ragione, di recidere i rami dove un tempo  le foglie danzavano. L’albero di noci è lì, che mi guarda e mi rimprovera, perchè lui sa.

Muto spettatore della mia vita, rimane lì immobile negli anni, mi vede crescere, andare via e tornare, mi vede sbagliare, piangere e morire, mi vede affannarmi per un pezzetto di vita serena, solo un piccolo pezzo, mi basterebbe, se non fosse che c’è qualcosa che non riesco ancora a comprendere, io sento che c’è qualcosa che non funziona. E mi sento a disagio.  E sì, che ancora sbaglio a soffermarmi su queste cose, e sì, che imparo e dimentico, inciampo e zoppico e mi fermo nel mio altroquando, e mi perdo. Ma è proprio così importante ritrovarsi? Per poi fare cosa? Per poi andare dove? Per poi stare in quale maledetto o benedetto modo?

Non so rispondere, se qualcuno si soffermasse a guardarmi in questo periodo, scorgerebbe qualche indizio inquietante, forse. Ma nessuno si sofferma, lo faccio ora io.

Sto leggendo i diari di due donne che si son suicidate. Punto zero.

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