Trilobiti 206# “…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare…”

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“…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare…”

…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare,
sentendo e assaporando sulla schiena
le bestemmie dei pesci e di ogni
azzurra creatura;

…ed è non guardandolo in viso
che ho soverchiato l’amore
per poi sottomettermi all’ansia
di non rivederlo tornare…

Di nuovo ti do le mie spalle
per farne tuo specchio, oh mare,
ma dimmi, dimmi soltanto
da che pensieri vengon le tue rughe,
quali quesiti vengono a portare
(quali stanchezze) nei detriti, nei pesci
morti di vecchiaia sulla riva…

Tu sai che il peggior vizio
si chiama “prima volta”
e vizio alle tue onde non concedi:
soltanto un perpetuo cadere
sull’orlo d’un sognato trabocco…

Dandoti le spalle, mare, ti respiro,
chiudendo nei miei occhi il tuo rumore,
fissando le case oltre la spiaggia…

e come l’anziano signore
sospende in cortile il lavoro,
toglie dal capo il berretto
al passaggio del feretro in strada,

così, d’improvviso,
sospendo la mia vita,
mi denudo, mi volto, ti guardo,
e or che ti conosco,

come in una morte vicina e non sentita
mi tuffo riverente nella tua azzurra apparenza.

tratto da Sulla riva del foglio di D’Annibali Gianluca

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Un incontro

Per la rubrica settimanale affidata a Gianluca, ecco il post di oggi.

Ci sono incontri, nella vita di ognuno, che non si possono dimenticare. Anche nella mia, ovviamente, ce ne sono alcuni, ma uno, forse (pur se è durato appena poco più di un’ora) mi resterà dentro per sempre. Si, perché un paio di anni fa, poco tempo prima che morisse, sono stato a far visita, nella sua abitazione a Fermo, ad uno dei più grandi uomini che io abbia conosciuto: Giuliano Montanini. Fu in occasione della pubblicazione del mio primo libro di poesie, “Sulla riva del foglio”,che un amico, durante una serata in compagnia, mi chiese “ti andrebbe di lasciarti accompagnare da me a casa dello scrittore e poeta Montanini? Vedrai che a lui farà di certo piacere.”

Confesso, non sapevo chi Montanini fosse, chiesi notizie al mio interlocutore e mi descrisse un uomo di oltre 80 anni, un ex Partigiano, uno dei maggiori esponenti della Resistenza marchigiana (e non solo) al nazifascismo…insomma, fui subito interessato a conoscere quest’uomo ed accettai la proposta.

Pensò a tutto lui, telefonò a Montanini e prese un appuntamento presso la sua abitazione per qualche giorno dopo. Mi riferì che il poeta e scrittore, ex combattente Partigiano, aveva espresso vivo interesse nell’incontrare un giovane poeta delle sue terre. Vabbè, non mi feci illusioni, pensai che avesse detto ciò solo per cortesia e fu non senza timore e titubanza, paura di risultare invadente, che mi presentai dinanzi al cancello della sua casa e suonai il campanello. Venni accolto da una signora che mi guidò in salone e mi chiese di attendere qualche minuto; una casa semplice ma molto ben curata, dove si respirava cultura, passione, cortesia ed intelligenza. Mi stavo chiedendo cosa facessi lì, se avessi fatto bene a recarmi nella sua casa, se non avessi fatto la figura dello sciocco, ecc., quando, tenuto per mano dalla signora, apparve Giuliano Montanini. Si, tenuto per mano, perché a causa di problemi legati all’avanzare dell’età, era divenuto non vedente. Provai, per un istante, un senso di compassione per quell’anziano, come spesso capita di provare per gli anziani affetti da qualche problema fisico o di altra natura, ma fu solamente un istante, dato che appena egli aprì la bocca per darmi il benvenuto, capii che, al di là dell’età e degli acciacchi, quell’uomo aveva una vitalità infinita ed una mente più lucida di quella di un trentenne. Cercherò di essere breve, che se iniziassi a parlare a ruota libera di quell’incontro, potrei scriverne per diverse pagine, anche perché, durante le parole scambiate con quell’uomo, mi accorsi che non si trattava solamente di lucidità mentale, ma anche di una vastissima e coinvolgente cultura.

Si sedette al mio fianco, mi chiese di mettergli il mio libro fra le mani, perché voleva sentirne la consistenza…e mentre lo teneva appoggiato sulle ginocchia e lo sfogliava, con gli occhi persi nel buio davanti a sé, pareva che il suo viso stesse leggendo così, solamente toccandone le pagine, i versi delle mie poesie… Mi riconsegnò il libro e mi chiese di scegliere a caso tre o quattro poesie e leggergliele lentamente a voce alta. Così feci, e mentre il suo volto assumeva un espressione attenta e concentrata, un espressione senza tempo, iniziai la lettura, cercando di non far trapelare dalla mia voce l’emozione che provavo ad esser lì seduto nel salone di quello che, ad ogni istante che passava, capivo sempre di più essere realmente un grande Uomo. Finii la lettura della prima poesia, cercai nel suo viso qualche segnale di approvazione o disapprovazione, come un bimbo davanti al maestro nei primi giorni di scuola, ma non vi scorsi nulla, il suo volto era impassibile e la sua posizione sulla sedia non era mutata di un solo centimetro. Si, cercai qualche segno sul suo viso, perché se prima di incontrarlo pensavo “mah, io ci vado a casa di questo signore, ma in fondo, che a lui le mie poesie piacciano o no, non mi farà né caldo né freddo”, come del resto sono solito pensare e come realmente è. Quella, invece, fu la prima volta che mi sorpresi in trepidazione per un giudizio dato da altri che non fossi io alle mie poesie… Dicevo, restò impassibile, e solo dopo alcuni secondi mosse leggermente la mano e le labbra per dirmi “vai avanti, leggine un’altra”. Va bene, va bene, vi sto annoiando, lo so, la farò corta: lessi altre tre poesie sempre dinanzi al suo silenzio e alla sua immobilità. Quando finii le letture, attesi un po’…poi chiesi se voleva sentirne un’altra, ma lui mi disse di no, bastava così. Poi girò il suo volto verso di me (mi sentii osservato e penetrato nell’anima da quegli occhi non vedenti) e pronunciò parole che porterò sempre con me, parole alle quali non seppi nemmeno rispondere tanta fu la sorpresa e il senso di gratitudine. Disse questo, lentamente, con voce pacata e decisa, voce di roccia: “Gianluca, sarò sincero. Quando mi telefonò Carlo (questo il nome del mio amico e suo conoscente) per dirmi che avrebbe voluto farti venire da me a leggermi alcune poesie, accettai per pura cortesia, perché in fondo pensai che sarebbe stata una seccatura. Attento, non fraintendermi, non che sia una seccatura per me ricevere visite da ragazzi che amano la letteratura, ecc., tutt’altro, io sono sempre felice di parlare con i giovani e scoprire che ce ne sono ancora molti pieni di vitalità e di valori in questo tempo così asettico e brutale. Temevo fosse una seccatura, perché ero quasi certo si trattasse di un ragazzo che iniziava a fare le sue prime esperienze di scrittura poetica ed avrei quindi dovuto muovere delle critiche ai suoi versi cercando di ferirlo il meno possibile…e questo è sempre difficile e imbarazzante da fare. Tale seccatura, però, mi è stata risparmiata, perché davanti a me non ho un ragazzo che scribacchia poesie né tantomeno un libro di poesie che meritano a stento di essere così chiamate; davanti a me ho invece un poeta vero e un libro di poesie bellissime…” L’intento di questo mio post, credetemi, non vuole esser quello di pubblicizzare i miei versi, ma semplicemente quello di raccontare, come dicevo all’inizio, uno degli incontri più belli e profondi della mia vita. Restammo seduti a parlare ancora un po’, parlammo di letteratura, di poesia in lingua e di poesia in dialetto…mi narrò un episodio risalente alla sua vita personale, telefonò alla direttrice di una radio locale e le disse che avrebbe dovuto leggere in radio alcune miei versi, ecc… Gli regalai, ovviamente, il mio libro, sul quale con molta umiltà e cortesia mi chiese di lasciagli una dedica; poi chiese alla signora che m’aveva accolto all’ingresso di prendere una copia di “Una strada, una vita” e di portarmela: un libro del 2000, una raccolta di sue poesie, con la preziosa prefazione di Joyce Lussu. Lo aprì sulla prima pagina, prese una penna e mi chiese di guidare la sua mano al centro della foglio bianco….e lì, con estrema concentrazione, lentamente, con la determinazione propria dei grandi uomini, con la tenacia di chi non si arrende dinanzi a nulla, neanche al non poter vedere il foglio sul quale sta scrivendo, scrisse “a Gianluca D’Annibali, per una poesia sempre più alta”. Mi piace, ogni tanto, riprendere in mano il suo libro, sfogliarlo, legger qualche verso, poi tornare alla prima pagina, a quella dedica, per rivivere quei momenti passati accanto a lui e ritrovare la forza, quando sembra volermi abbandonare, per scrivere poesie. Purtroppo non sapevo che quello sarebbe stato il nostro primo ed ultimo incontro. Prima di lasciare la sua casa, nel salutarlo, mi chiese se poteva toccare i miei lineamenti per immaginare il mio volto. Toccò i capelli che allora avevo lunghi e la barba piuttosto lunga anch’essa, mi disse che non s’aspettava avessi la barba né i capelli lunghi, mi aveva immaginato, dalla voce presumo, di tutt’altre fattezze. Ci salutammo cordialmente, con una stretta di mano…Me ne andai con la consapevolezza di avere appena conosciuto un grande Uomo, uno di quelli di cui il mondo avrebbe sempre maggior bisogno e che, invece, sono merce sempre più rara… Vi lascio qui, semplicemente, una sua poesia tratta da “I sequestrati del tempo”, raccolta di versi ispirati da una sua visita al’ospedale psichiatrico di Fermo…

IL TUO MONDO DI RAGAZZO

Il tuo mondo di ragazzo non c’è più,

solo una stanza psichedelica

dove regna un casino dell’altro mondo.

Posters di Marylin in tutte le pose,

un mito per coprire le primavere

che sfioriscono in fretta.

Adesso non hai più posto per bucarti.

L’eroina ti stringe il respiro

e affondi nelle notti senza speranza

di avere o di dare un dolce bacio.

Oltre la parola

Per voi oggi lo spazio a cura di Gianluca.

Approfitto nuovamente di questo spazio concessomi dalla Signorina Crisalide per lasciare qualcosa del Poeta che forse più di ogni altro amo: Giorgio Caproni…e pensare che molti programmi scolastici ancora non includono lo studio della sua opera. Semplicemente vergognoso!

Ho faticato a scegliere quale poesia lasciare, dato che avrei postato tutto ciò che in vita ha scritto, ma alla fine ho optato per “Il gibbone”, poesia nella quale riconosco molto anche di me stesso:

Il gibbone

No, non è questo il mio

Paese. Qua

– fra tanta gente che viene,

tanta gente che va –

(straniero) come

l’angelo in chiesa dove

non c’è Dio. Come,

allo zoo, il gibbone.

Nell’ossa ho un’altra città

che mi strugge. È là.

L’ho perduta. Città

grigia di giorno e, a notte,

tutta una scintillazione

di lumi – un lume

per ogni vivo, come,

qui al cimitero, un lume

per ogni morto. Città

cui nulla, nemmeno la morte

– mai, – mi ricondurrà.

Lascio anche un brevissimo video di un intervista fatta a Caproni, nel quale, sia da uomo di letteratura che da poeta, adoro tuffarmi ogni tanto per ricordarmi cosa significa , o meglio,cosa dovrebbe significare, scrivere versi.

Chi mai dentro di sè il vuoto misurò…

Eccoci arrivati al sesto appuntamento della rubrica curata da Gianluca
Solitamente questo spazio era riservato al venerdì, ma da questo momento in poi, si cambia giorno, e ogni martedì, salvo imprevisti, ci sarà un articolo di Gianluca.
Ora la parola a lui…


Quando uscì questa canzone e la ascoltai per la prima volta (pochi anni fa, nel 2008), restai immobile, senza fiato, per diversi minuti: fu una sensazione strana e non spiegabile a parole, assurda direi, ma che già, ad essere onesto, avevo conosciuto. Una sensazione che appunto provai per la prima volta quando avevo già circa vent’anni, nel 2000 credo, guardando in tv una replica delle immagini riguardanti la lunga agonia di Alfredo trasmessa in diretta tv nel 1981. Guardai quelle immagini e restai imbambolato davanti allo schermo, perché ero certo, convinto, sicuro, di averle già vissute; ma non era un fatto visivo, era qualcosa di molto più forte: come se in me fossero riaffiorate le stesse angosce che avevo provato durante quella lunga notte di diretta televisiva mentre soffrivo e speravo che riuscissero a salvare la vita di quel bambino caduto nel pozzo. Riaffiorarono in me, come dicevo, le emozioni provate quella notte del 1981, sentii venirmi addosso un atmosfera di tensione ed ansia già conosciuta, il tutto incorniciato dal clima che si respirava in quell’Italia confusa che stava gettando le basi della nostra squallida Italia attuale. C’era solamente un problema, però, in tutto ciò: io, in quella notte di Giugno, non c’ero, non ero nato. Sono nato in quell’anno, è vero, ma a Dicembre. Ho saputo poi che mia madre, come la maggior parte degli italiani, seguì l’intera vicenda alla tv, e come tutti gli italiani fu sconvolta da mille sentimenti di speranza, paura, angoscia…sino alla tristezza finale, al pianto disperato e definitivo…e credo,anzi, ne son certo, che quelle emozioni così forti, quelle vibrazioni, siano arrivate anche a me, nel grembo di mia madre, e mi siano rimaste dentro…e ne conservo tutt’ora il ricordo.

Quando ascoltai la canzone dei Baustelle che ho postato qui sotto, dicevo, provai di nuovo quel che provai quella sera del 2000, quando vidi in tv, una replica del filmato del 1981…e ogni volta che riascolto questa stupenda canzone, una canzone senza sconti, resto immobile e senza fiato ben oltre il tempo dell’ascolto. Non è solamente alla tragica morte di Alfredo che la musica e le parole dei Baustelle mi riportano, ma fanno di più: mi fanno respirare l’aria di quel lontano 1981, quell’aria che si respirava nel mondo e in Italia e che io respirai attraverso mia madre…

Poi, al di la di questo dato personale, beh, buon ascolto…con i Baustelle che sanno dirci quanto deplorevole e squallida sia stata quella diretta tv: da allora, il modo di fare televisione è cambiato…da allora, l’odiens e gli indici di ascolto hanno iniziato a contare più di ogni dignità e rispetto umano. Una canzone che è, a mio avviso, un capolavoro… molto cruda e dura, stupendamente cinica. Del resto, la descrizione del pezzo ce la da direttamente l’autore, con queste parole: “Ci sono Pertini e Fanfani, c’è il ritratto di un’Italia non troppo distante da quella di oggi, con la P2 e gli intrighi di potere, un Paese che è cambiato, dove però la malapolitica è rimasta immutata. […] Se devo raccontare la storia di Alfredino, preferisco essere cinico, che banale o retorico. È un tragedia così grossa che preferisco trattarla dall’esterno, come uno scienziato, piuttosto che cercare l’empatia che può sfociare nel melodramma”.

Una ferita aperta sotto l’acqua ed il sole

Mi scuso innanzitutto per non aver potuto pubblicare le rubriche di Fabio e Daniele del lunedì e del mercoledì, ma il mio pc è andato in tilt e dalla settimana prossima, vedrò di rispettare le scadenze.
Siamo al quarto appuntamento con lo spazio curato da Gianluca, questo venerdì lascia parlare Lina Sastri nel finale di un film a lui caro..e non solo a lui.
Buona lettura e buon ascolto!
Lascio la parola a Gianluca…
Torno ad occupare questo spazio concessomi generosamente dalla Signorina Crisalide. Stavolta ho deciso di non tediarvi con lunghe tirate e discorsi lunghi come in almeno due dei miei post precedenti. Per la legge dell’equilibrio, stavolta lascerò da parte le mie parole e farò parlare la grandissima Lina Sastri, lasciando qui la scema a mio avviso più bella, commovente e significativa, di un film che porto scolpi dentro di me: Li Chiamarono Briganti… di Pasquale Squitieri. Un grandissimo, e ripeto, grandissimo film. Un capolavoro che è stato addirittura definito da alcuni critici “il Braveheart italiano”, ma che purtroppo, per ragioni politiche, venne immediatamente sospeso nelle sale di produzione (era il 1999) ed è tutt’ora di difficile reperibilità. Quella che qui vi lascio è la scena finale, con una sublime Lina Sastri. Per chi non avesse visto l’intero film, non so, decidete voi se vedere o no la scena finale…per gli altri, coloro che lEo hanno visto, beh, spero vorrete condividere con me l’emozione di questa scena letteralmente da pelle d’oca.

Ho preso nuvole in affitto, due nuvole monolocali…

Siamo arrivati al terzo capitolo dello spazio curato da Gianluca. Ieri lui stesso mi ha chiesto se per caso il post che ha scritto oggi fosse troppo lungo. Io gli ho risposto, che non esiste misura per esprimersi e che se si ha qualcosa da dire, è giusto che lo si faccia con tre righe come con dieci pagine, anche perchè l’importante è esprimere una parte di sè, del proprio pensiero, del proprio essere e a chi interessa conoscerlo davvero, leggerà.
Buona lettura!

Approfitto nuovamente di questo spazio concessomi dalla dolce e gentile Signorina Crisalide per parlare brevemente di un cantautore italiano contemporaneo non abbastanza conosciuto che amo particolarmente e reputo un grandissimo, uno dei migliori…e, sicuramente, uno dei più onesti per come fa canzoni e per come le vive: Federico Salvatore. Hey, hey, hey, cosa sono quelle facce strane che state facendo??! Avete capito bene si, non siate perplessi: Federico Salvatore, quello che a metà degli anni ’90 stava sempre da Maurizio Costanzo con la chitarra al seguito e cantava canzoni goliardiche, simpatiche, comiche…quello di “Azz…” e “Azz vacanze”; quello che lo invitavano in moltissime trasmissioni per strimpellare le sue canzonette divertenti e che alla radio facevano ascoltare diverse volte al giorno. Si, proprio lui, Federico Salvatore, quello che comunque sapeva scrivere e cantare canzoni giocose ma intelligenti, altro che i pagliacci che vediamo nelle attuali trasmissioni televisive, con contratti milionari, pagati per far divertire il popolino…e poi neanche ci riescono perché assolutamente privi di talento e senso dell’umorismo. E hanno pure l’indecenza di prendersi sul serio…
Federico, se solo avesse continuato ad apparire in tv e a vendersi, ora sarebbe miliardario e avrebbe soppiantato tutti questi presunti artisti della comicità; avremmo atteso con gioia il momento in cui il presentatore di turno della trasmissione di turno gli avrebbe lasciato la scena per 10 minuti…e alla fine della sua divertente esibizione ci saremmo comunque scoperti più ricchi, perché le “canzonette” di Federico sapevano fare quello che la comicità (quella vera e intelligente) deve saper fare: ridere e riflettere, ridere e pensare.

Avevo quattordici anni nel 1995 e consumavo la cassetta a furia di sentire le sue divertenti canzoni contenute nell’album “Azz…”. Poi son passati gli anni e lentamente, come capita con molte cose della vita, ho quasi dimenticato le sue canzonette…sino a che un giorno di circa quattro anni fa ho incontrato un ex compagno di scuole superiori il quale, ad ogni cena di classe, al momento degli amari, imbracciava la chitarra e suonava qualche pezzo di Federico…ed allora, per una normale associazione di idee, m’è tornato in mente Federico Salvatore e mi sono chiesto: ma che cazzo di fine ha fatto??!
L’ultimo ricordo che avevo di lui era legato ad un festival di Sanremo del 1996 al quale partecipò. In molti aspettavano la sua esibizione con curiosità, pensando “chissà che s’è inventato stavolta quel mattacchione napoletano…”; e Federico li spiazzò tutti (me compreso al tempo) presentandosi con un brano intitolato “Sulla porta”: una canzone che trattava, con dieci anni di anticipo su Povia, il tema dell’omosessualità. Ho nominato Povia solo per fare un paragone legato alla tempistica, ma sotto tutti gli altri aspetti il paragone è assolutamente inappropriato, perché quella di Povia è una canzonetta rispetto a quella che Federico cantò ed interpretò a Sanremo nel 1996, col cuore che sembrava dovergli uscire dalla gola: da pelle d’oca. Ovviamente, si qualificò fra gli ultimi e passò quasi inosservato..anzi, alcuni addetti ai lavori si risentirono della sua inaspettata bravura…iniziarono ad essere diffidenti…intuirono forse che Federico poteva diventare, come diventò, un cantautore scomodo.
Dicevo, dopo aver incontrato il mio ex compagno di scuola, sono rientrato in casa ed il primo gesto è stato quello di accendere il pc e cercare sue notizie, capire cosa fosse successo…ed è stato immediato amore!!!!
Federico Salvatore, senza rinnegare mai il suo passato e mantenendo sempre una vena di intelligente umorismo, ha cambiato rotta: s’è messo a scrivere e cantare canzoni impegnate; ma la vera notizia non è questa: la vera notizia è che molte delle sue canzoni sono dei capolavori!
Allora, come mai non è più apparso in tv (solo un apparizione invitato da un grande uomo come lui, Gianfranco Funari, in Apocalypse Show, nel 2009), e come mai le radio non trasmettono le sue meravigliose canzoni??! Beh, la risposta è molto semplice: perché Federico ha scelto di essere se stesso, di dire e cantare ciò che pensa…e questa sua decisione dà fastidio a troppa gente che sta in alto. Si, Federico Salvatore è un personaggio non gradito alle tv, alle radio e nei salotti popolati da “invertebrati artisti”.
Federico ha deciso di essere sé stesso, ha fatto quello che ogni essere umano, per potersi definire tale, dovrebbe fare: difendere la sua dignità, essere un uomo (un artista nel suo caso) libero! Federico ha scelto (e qui uso le sue stesse parole) di “essere un po’ meno odiens, ma forse un tantino più sapiens.”

Di cosa parla Federico nelle sue canzoni? Di tutto, di attualità, di rapporti umani, di soprusi, di sé, d’amore…insomma, come ogni cantautore definibile impegnato i suoi testi sono di un certo spessore.
Federico Salvatore è un cantante scomodo. Ai padroni danno fastidio le sue invettive, il suo modo di presentare la realtà con quel sarcasmo e quella sincerità che riesce ad umiliarli e spogliarli di tutti i loro orpelli. Federico non è un quasi poeta come De André (per usare l’esempio più eccellente), ma è un paroliere che colpisce dritto il cuore della questione. Federico chiama le cose per quello che sono, se necessario non si vergogna di fare i nomi, come ad esempio in “C’era nel vicolo”(c’è il viagra che fa un erezione e una Lega che fa divisione/ Nonna Papera coi panettoni per i Natali di Berlusconi,/ un tg sempre pieno di guai e Super Pippo che torna alla Rai,/ c’è D’Alema e la Banda Bassotti tutti a cena da Giulio Andreotti), o nella bellissima “Il presepe del 2000” (Ci sono due Magi che intonano salmi/ l’oro è il petrolio, l’incenso le armi,/ non porta mirra il terzo, si affianca/ con un vassoio di polvere bianca./ Sulla montagna a sfiorare le stelle/ si alzano in cielo due torri gemelle/ per il castello ricordo di Erode/ lasciato a Bin Laden suo ultimo erede. /C’è il pescatore che pesca sirene/ e paga in dollari perle cubane/ e il cacciatore che cerca una preda/ fra i giovani acerbi di una discoteca./ Sul ponticello che affaccia sul fiume/ Babbo Natale stilista in costume / riempie la slitta di volpi e visoni/ e vende le renne per farne giacconi.)
Federico non ha forse l’eleganza di De Gregori, ma la forza delle sue parole toglie il fiato e non lascia scampo. Non fa sconti a nessuno, neanche a sé stesso e alla Napoli che ama con la profondità e la passione che i napoletani veri hanno per la loro stupenda città. Federico canta di Napoli le bellezze come le hanno cantate i grandi Napoletani prima di lui (Totò, De Filippo, Troisi, De Simone, ecc.) ; e come questi sa essere duro, quando occorre, con i suoi concittadini, invitandoli ad alzare la testa e a riscattarsi, perché Napoli e tutto il sud debbono tornare ad essere il grande popolo che hanno dimenticato di essere: “se io fossi San Gennaro non sarei così leggero/ con i miei napoletani io mi incazzerei davvero/ come l’oste che fa il conto dopo tanto fallimento/ senza troppi complimenti sarei cinico e violento […[ E’ perciò che mi accaloro coi politici nascosti / perché solamente loro sono i veri camorristi/ a cui Napoli da sempre ha pagato la tangente/ e qualcuno l’ha incassata con il sangue della gente./ E per certi culi grossi il traguardo è la poltrona/ e per noi poveri fessi basta solo un Maradona,/ e il miracolo richiesto di quel sangue rosso chiaro/ lo sa solo Gesù Cristo che quel sangue e’ sangue amaro” Canta così in “Se io fossi San Gennaro”, una delle più belle canzoni mai scritte su Napoli, col cuore o col cervello.

Potrei citare moltissimi altri testi, dato che adoro, come si sarà ben capito, questo cantautore, ma credo di avervi già tediato abbastanza. Concludo dicendo che, come se non bastasse, nel suo ultimo album Federico ha incluso una canzone che credo abbia finito di “condannarlo” alla lontananza dai mass-media: “Il monumento”, una delle sue canzoni più riuscite, nella quale parla della tanto sbandierata e mai davvero realizzata Unità d’Italia, ovvero di un invasione barbara del sud da parte dell’esercito Piemontese costata almeno un milione di vite fra la popolazione (caduti per i quali non c’è alcun monumento che li ricordi), e di come il sud sia stato in pratica depredato di ogni sua ricchezza: un sud che magari prima era povero…ma poi è diventato misero. E fa comodo a molti che continui a restare così… Vabbè, questo comunque è un altro discorso. Canta Federico a proposito ne Il Monumento “…e così spalancai ogni porta e cancello/ al fratello d’Italia con le piume al cappello,/ e il fratello divenne il mio boia, ogni donna di casa una troia/ per la legge che spoglia Gesù per vestire i Savoia./ E io figlio del sud fui chiamato brigante/
e nessun Robin Hood mi salvò le mutande,/ e baciato solo dal vento, dal vapore di un bastimento,/ mamma America mi asciugò le ferite ed il pianto.

Federico Salvatore: un uomo vero e un grande artista; un “Passatista” come si definisce in una canzone che sembra prendere spunto dal “Il conformista” di Giorgio Gaber. (Io sono un Passatista/ mi piace poter dir c’era una volta.) Un uomo che cerca di continuare ad osservare il mondo con sincerità, distaccandosene e ponendosi delle domande che troppo spesso preferiamo fuggire per paura delle risposte (E mi domando, se l’informatica mi sta cambiando/ se viaggio in un computer navigando,/ se vedo un mondo/ che digita la vita programmando. […] E pensa ad una donna meno donna/ fra tette al silicone e zigomi di gomma, /e pensa ad un uomo sempre più insicuro/ che prende una pasticca per averlo sempre duro.

Ovviamente Federico Salvatore, come ogni artista degno di questo appellativo, non è solo invettiva, ma è anche profonda dolcezza che davvero sfiora la poesia…e vi lascio qui a testimoniarlo alcuni versi di “La lepre” (Questo amore che di notte mi copre/ quando il mondo ha già spento la luce/ l’ho affidato ad una piccola lepre/ che ho visto correre cosi veloce/ più veloce di tutte le insidie, /più veloce dei cani da caccia,/ dei fucili che sparano invidie,/ delle trappole senza una traccia./ Più veloce di ogni pensiero/ che sputa un dubbio sul nostro domani,/ se questo amore non ha un sentiero/ nei solchi stretti delle mie mani).

Io, beh, per finire (anche se scriverei per giorni interi), non posso fare altro che ringraziare Federico Salvatore per la sua scelta giovanile di abbandonare gli studi di giurisprudenza e dedicarsi alla musica…grazie per le “casse di Marlboro per vincere un polmone affumicano,/ mi sono regalato/ guanti da pugile per mettere a tappeto l’avvocato/ che non sono stato. (Nella piccola bottega della vita).

Ora vi lascio all’ascolto di una canzone, una esibizione live in cui, parlando prima e cantando poi, Federico Salvatore spiega chiaramente e in maniera decisamente più riassuntiva quello che io ho cercato di dire usando tutte queste forse inutili ma innamorate parole.

Horcynus Orca (….otto giorni in venti anni….)

Ecco a voi il Secondo capitolo dello spazio curato da Gianluca, buona lettura!

Il post che segue l’avevo pubblicato un bel po’ di tempo fa sul mio blog, ma non ho la costanza per curare un blog, quindi l’ho lasciato lì, a morire lentamente, disattivo… Approfitto di questo spazio lasciatomi dalla Signorina Crisalide per riproporlo qui. Lo faccio perché si tratta di un argomento al quale tengo particolarmente. A dir la verità non si tratta di un argomento, ma di un Libro. Ho scritto volutamente con la “L” maiuscola, poiché uno scrittore italiano ha dato alla luce, poco meno di quarant’anni fa, uno dei più grandi romanzi di tutti i tempi…e purtroppo (per colpa delle leggi del mercato e non solo) pochi lo conoscono o non sanno affatto della sua esistenza. Vabbè, non mi dilungo, inizio a dire ciò penso del libro più bello che io abbia mai letto:
Horcynus Orca, di Stefano D’Arrigo.
Un romanzo che dovrebbe stare alla letteratura italiana (e mondiale) del ‘900 come I Fratelli Karamazov di Dostoevskij sta alla grande letteratura Russa e mondiale del IXX secolo……..ma, a quanto pare, non è proprio così, dato che Horcynus Orca oltre ad essere pressoché sconosciuto all’estero, è anche sconosciuto, ai più, in Italia.
Non so se esistano o no colpe da attribuire a questo scarso apprezzamento da parte del grande pubblico, e sinceramente non mi interessa neanche saperlo, ma da lettore e osservatore non posso fare a meno di notare che il suddetto romanzo, dopo esser stato per alcuni anni di difficile reperibilità, da due anni circa è addirittura fuori catalogo e quindi quasi introvabile. Sinceramente credo che questo sia, a dir poco, vergognoso…e sia una grandissima sconfitta per editori, lettori e per l’intera letteratura italiana.
Dico questo perché Stefano D’Arrigo (Alì Terme, 1919 – Roma, 1992) ci ha regalato un capolavoro assoluto, un romanzo i quali personaggi sono stati accostati a quelli dei grandi poemi epici come l’Odissea e l’Eneide; un romanzo pervaso di un simbolismo che ci riporta al Leviatano o al Moby Dick di Melville. Un romanzo completo, che abbraccia l’intera esistenza umana, che non tralascia alcun aspetto della vita, che, come una poesia di oltre 1000 pagine, si presta a diverse ed affascinanti interpretazioni.
Un romanzo, in poche parole, perfetto, scritto da un uomo che aveva coscienza di quale capolavoro la sua penna stava creando; e a testimoniare ciò vi è l’attenzione e la cura messe dall’autore nella stesura del testo: un testo che per venire alla luce nella sua versione definitiva ha impiegato quasi venti anni. La breve storia della nascita di un grande romanzo che credo meriti di esser raccontata: dopo aver esordito nel panorama letterario scrivendo un libro di versi (Codice Siciliano), D’Arrigo, nel 1956, scrive in quindici mesi un romanzo intitolato “La Testa Del Delfino” col quale nel 1959 partecipa al Premio Cino del Duca aggiudicandosi il primo posto. A tale successo segue immediata la proposta da parte della Mondadori di un contratto per la pubblicazione integrale del romanzo: D’Arrigo accetta e si mette a lavoro, rivedendo ulteriormente le pagine del suo scritto da consegnare in tempi brevi alla casa editrice e cambiandone il titolo in “I Fatti Della Fera”. Nel settembre del 1961, il manoscritto definitivo viene spedito all’editore e subito dopo, come da contratto, la casa editrice manda all’autore le bozze da correggere entro un mese per poi poter procedere finalmente alla stampa e alla pubblicazione del romanzo…ma D’Arrigo a corregger quelle bozze impiegherà un po’ più di un mese: impiegherà quasi quindici anni, aggiungendo centinaia e centinaia di pagine al manoscritto, il quale uscirà solamente nel 1975 col titolo, questa volta definitivo: Horcynus Orca.
Romanzo affascinante e misterioso sin dal titolo, poiché se sappiamo che il nome zoologico dell’Orca è, appunto, “Orcynus Orca”, l’orca “orcinosa”, colei che porta la morte, l’assassina (l’aggettivo “orcino”, del resto, significa demome proveniente dall’inferno), non sappiamo perché l’autore inserisce l’ H davanti a tale espressione. La spiegazione più plausibile e interessante l’ho trovata nella tesi del giornalista e critico letterario Walter Pedullà, secondo il quale è probabile che, poiché quell’ H fa si che le prime due lettere del titolo (HO) facciamo pensare alla formula chimica dell’acqua, D’Arrigo potrebbe aver voluto in questo modo “segnalare un identificazione dell’Orca col mare sulla base del binomio vita / morte”.
Il mare, appunto, perché di un romanzo marinaresco si tratta, di un romanzo che narra, come scritto nel risvolto di copertina, l’Odissea di un giovane eroe moderno, ‘Ndrja Cambrìa, marinaio della fu Regia Marina durante la seconda guerra mondiale, che percorre a piedi le coste della Calabria per entrare in Sicilia, sullo Stretto di Messina, a Cariddi, dove vive il padre dopo la scomparsa della madre Acitana. Lo stretto di Messina, lo “Scilla e Cariddi” della mitologia greca (come lo chiamerà sempre l’autore nel corso della narrazione) fa da cornice allo svolgimento del romanzo, con i suoi vecchi pescatori, i suoi fantasmi, le sue misteriose e sibilline figure femminili, un faccione di gesso di Mussolini che funge da pitale e che si logora lentamente, ufficiali inglesi e americani, ecc… Il mare fa sentire fortissima la sua presenza nell’intera opera e nell’andamento della scrittura, che sembra muoversi regolata dal flusso delle correnti marine, una narrazione che simula l’aspetto del mare dello Stretto in rema, con i suoi “bastardelli”, i suoi “spurghi” e le sue misteriose correnti secondarie; una scrittura figlia di lunghissimi studi e sperimentazioni da parte dell’autore, alimentati dalla ricerca di “fare coincidere i fatti narrati con l’espressione, la scrittura con l’occhio e con l’orecchio, rifiutando qualunque modulo che apparisse parziale, astratto o intuitivo, cioè non completo e assoluto […] …Fino a che la totalità lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che, sulla pagina finita, la scrittura ‘parlasse’ “.
I registri usati da D’Arrigo per ottenere tale “prodigio” sono svariati e vanno dall’uso dell’italiano colto e letterario, a quello dei neologismi, passando per l’italiano comune; d’Arrigo inventa quasi una nuova lingua, facendo convivere dialetto, discorso diretto e indiretto libero, neologismi, ecc. con una naturalezza propria solamente ai grandi scrittori.
Horcynus Orca, un capolavoro assoluto. A mio avviso uno dei romanzi più belli del ‘900, un’opera completa alla quale il suo autore ha dedicato molto tempo della sua vita e nella quale ha riversato tutto sé stesso con devozione, competenza, ispirazione, amore e professionalità; un romanzo sul senso e l’ambivalenza della vita e della morte, ambientato in un periodo storico importante e delicatissimo per l’Italia e per l’intero Mondo , una storia che si svolge in soli otto giorni narrata in oltre mille pagine di splendida letteratura, un romanzo che non risparmia aspri giudizi alla guerra che sta volgendo al termine e al regime fascista che lentamente si sta spegnendo; un romanzo che si spinge “oltre” i fatti narrati, che guarda avanti, che denuncia (servendosi di un avvolgente simbolismo) il male che contraddistinguerà la seconda metà del secolo, con l’avvento dell’edonismo più sfrenato, del dominio del dio-denaro, di un pensiero unico e furbescamente dittatoriale dettato dalle leggi del mercato, del progresso, di quella che oggi chiamiamo globalizzazione; di un Potere che è destinato a morire e a trascinarsi dietro, nella morte, l’uomo e i suoi valori più profondi, la sua individualità, le tradizioni, i particolarismi…
Horcynus Orca è, come ho recentemente letto un articolo di critica letteraria, “il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rimedio in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità celesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci”. Ma non è un romanzo senza alcuna speranza, poiché dei paralleli destini dei protagonisti (l’Orca e ‘Ndrìa) forse la morte non s’è presa tutto…forse ha lasciato qualcosa, alla radice della vita, che neanche la Morte stessa è capace di estirpare… Forse…dico “forse”, perché dopo la lettura di questo capolavoro, dopo essersi lasciati trasportare dal frusciare delle sue pagine/onde in capitoli sospesi fra il realismo più classico e atmosfere da Mille E Una Notte, nessuno può dirsi depositario di un’oggettiva interpretazione del romanzo. Ognuno può trovare le sua risposta al “cosa rappresenta realmente l’Orca, cosa ‘Ndrìa, il padre, la sibillina Circina Circè, il paese delle Femminote, il mare, ecc…” Ognuno può, nuotando nel geniale simbolismo del romanzo, avere personali spunti interpretativi…come accade con la poesia: una sublime poesia di 1082 pagine, lunga otto giorni…e scritta in venti anni…
Ora, dopo questa mia breve dichiarazione d’amore al romanzo in oggetto, lascio che a chiudere questa pagina sia la penna di D’Arrigo, siano alcune righe, un piccolo assaggio di Horcynus Orca:
“… ripigliò a muoversi scuroscuro all’orbisca e inaspettatamente, fatti pochi passi, trovò finalmente uno sbocco sulla marina: sentì sulla faccia una leggerezza d’aria, l’oscurità davanti sgombra di case, e il respiro del grande animatone gli soffiò all’orecchio e gli si girò intorno come un filo sottile, in giri e giri di fili di bava che si pietrificava, come filamenti di una conchiglia che andavano e venivano con gli echi della sua animazione misteriosa e immensa. Se lo immaginò così, lo scill’e cariddi, con una sensazione fisica strana di disorientamento, come non lo ricordasse più come e dove era o come non fosse più, a causa di qualche nuovo, nuovo e ogni volta sempre peggio, terremoto, o più precisamente terremaremoto, dove e come lui lo ricordava, un animatone sgomentevole che col suo squasso di respiro occupava ogni tenebre, passaggio, apertura o spiraglio, tra lì e l’isola.
Gira e rigira, alla fine ci troviamo sempre davanti a un mare, e per andare dove siamo diretti, ci tocca superarlo. Eh, Mosè? C’è sempre un mare rosso, un mare vivo o morto, che si para davanti a chi va ramingo, in cerca di casa… Mentre gli andava incontro, se lo vedeva parato davanti così, come diceva Portempedocle, nientemeno, e pensava che non doveva essere la mancanza della barca a farglielo immaginare con le parole di Portempedocle, ma l’oscurità che glielo nascondeva alla vista e gli impediva di vederlo come realmente era.”