il vero sè

Nessun uomo può, per un tempo considerevole, portare una faccia per sè e un’altra per la moltitudine, senza infine confonderle e non sapere più quale delle due sia la vera.

tratto da La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne

Trilobiti #246

 

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Napoletano

Oggi mi succede di essere nominato scrittore italiano. Sovrappensiero e automaticamente correggo: scrittore in italiano. Perchè è lingua seconda, messa accanto e in sordina rispetto alla prima voce, il napoletano. L’italiano è una lingua raggiunta, la amo. Per l’altra non uso il verbo amare. Al napoletano voglio bene e lui pure a me ne vuole. Gli proteggo la siepe, non ci faccio entrare l’italiano, adesso è per me una riserva naturale. Gli voglio bene perchè mette forza di raddoppio alla parola ” ammore”, al posto del più delicato amore, e nel “dimmane” che dev’essere migliore del solito domani. Gli voglio bene perchè al contrario dell’indicativo “abbiamo”, toglie peso e presunzione al verbo avere, dicendo “avimm”. Mi piace che non esiste in napoletano la parola eroe e che “guappo” sia spesso una recita incruenta. Gli voglio bene perchè raddoppia “primma” e “doppo” e dà così più consistenza al prima e al dopo, al tempo passato e a quello venturo. Mentre il presente è un frattempo che si riduce a “mò”, sillaba di momento. E sono affezionato al suo verbo andare che è il più veloce del mondo, “i'”, più corto del già svelto “ire” latino. Perchè quando te ne devi andare, ” te n’ia i'”, subito.

Trilobiti 243# Tratto da Alzaia di Erri De Luca

 

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Confesso che ho vissuto

“Queste memorie o ricordi sono intermittenti e a tratti si smarriscono perché così appunto è la vita…Forse non vissi in me stesso: forse vissi la vita degli altri. Da quanto ho lasciato scritto in queste pagine sempre si staccheranno – come negli albereti d’autunno e come al tempo delle vigne – le foglie gialle che vanno a morire e le uve che rivivranno nel vino che è sacro. La mia vita è una vita fatta di tutte le vite: le vite del poeta”

(Pablo Neruda)

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Trilobiti 242# confesso che ho vissuto

Trilobiti 233# il Potere

“Il Potere è degradante per chi lo subisce, per chi lo esercita e per chi lo amministra! Il Potere è la lebbra del mondo!
E la faccia umana, che guarda in alto e dovrebbe rispecchiare lo splendore dei cieli, tutte le facce umane invece dalla prima all’ultima sono deturpate da una simile fisionomia lebbrosa!
Una pietra, un chilo di merda saranno sempre più rispettabili di un uomo, finché il genere umano sarà impestato dal Potere…”

Elsa Morante – La storia

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Trilobiti 229# RIBELLI!

I ribelli che ho sempre amato sono inguaribili utopisti, animati da un’utopia con la minuscola:
non quella dei grandi ideali con cui cambiare il mondo e affermare la società perfetta – rischiando così di contribuire al peggiore degli incubi, cioè un sistema orwellianamente totalitario-, ma l’utopia dell’istintivo, insopprimibile bisogno di ribellarsi.
E anche quando la sconfitta appare ormai ineluttabile, quando la realtà vorrebbe imporre loro l’accettazione di un compromesso per “salvare il salvabile”, continuano a battersi per quella che Victor Serge definiva “l’evasione impossibile”. Essere consci che in questo mondo non c’è possibilità di evadere non è bastato a convincerli ad arrendersi.
I ribelli di cui ho voluto ricostruire la vicenda umana, prima ancora che “politica”, e soprattutto le imprese ignorate o mistificate dalla Storia- la maiuscola sottintende che sono sempre i vincitori a scriverla – , hanno in comune che sono sempre stati considerati eretici da quanti si ritenevano “veri rivoluzionari”, o comunque depositari della “linea giusta”, quella che avrebbe condotto alla presa del potere, con l’inevitabile deriva fratricida. Ma allora, perché ribellarsi, e magari partecipare a un’insurrezione “popolare”, se si è coscienti che – come amava ripetere l’irriducibile utopista Germàn List Arzubide – “La cosa peggiore che possa accadere a un rivoluzionario è vincere una rivoluzione”? Inutile cercare una risposta razionale, quando a rispondere possono essere soltanto il cuore e le viscere. Forse perché senza l’utopia – per dirla con Fabrizio De Andrè – saremmo orrendi “cinghiali laureati in matematica”, o perché vale la pena continuare a camminare verso l’orizzonte pur sapendo che è “irraggiungibile” come ci ricorda Eduardo Galeno, e questo non giustifica chi rimane seduto a osservare cinicamente il mondo, magari accontentandosi di credere che sia ” il migliore dei mondi possibili”.
I miei ribelli, quelli che ho sempre amato, non si sono rassegnati e non si sono arresi.

tratto da RIBELLI! di Pino Cacucci

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Cosmopolis

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“Il futuro è sempre qualcosa di integro e uniforme. Nel futuro saremo tutti alti e felici, – disse lei. – Ecco perchè il futuro fallisce. Fallisce sempre. Non potrà mai essere il luogo crudele e felice in cui vogliamo trasformarlo.” pg 79

In Cosmopolis Delillo offre saggio della sua limpida capacità di creare e ricreare mondi. Il libro, all’apparenza snello, è invece denso e multiforme.
Scrittura postmoderna direbbe qualcuno. Oppure molto di più. Sembrerebbe Delillo abbia lavorato per sottrazione, inserendo scarni ma ramificati periodi che tracciano, come un
delta di un fiume, numerosi percorsi e sottotracce. Ci sono frasi beffarde che nella loro ineffabile bellezza rimangono cristallizzate in attesa di essere riscoperte. Ci sono spunti di riflessioni lanciati come coltelli roteanti. Ci sono ipotesi e suggestioni, ci sono manie e pericolosi abissi aperti sul nulla. C’è il nulla appunto che rivaleggia col tutto. Ed il tutto è stanco, vuoto e già visto. Il nulla è affascinante, invitante e trasgressivo. Ci sono tutte le sensazioni, anche quelle mai provate e da provare. Ci sono cortocircuiti mentali ed ossimori a cui non c’è scampo. Ci sono koan, ci sono stranezze ed inestricabili percorsi fra sinapsi. E’ una lettura che non lascia indifferenti.
Il libro scava, non offre facili certezze, insinua molti dubbi e perplessità.
E’ davvero questo tutto quello che siamo riusciti a fare?
Una città-mondo pronta a collassare?

Fabry

Ringrazio il mio amico Fabry per il suo contributo al mio blog e non solo per questo, lui lo sa.

Trilobiti 44#: Casino totale

“Dove andiamo?”
“Ad ascolatare Ferré, ti va?”
Da Hassan, al Bar des Maraìchers à la Plaine, niente raì, né reggae, né rock. Canzoni francesi, e quasi sempre Brel, Brassens e Ferré. L’arabo si divertiva a prendere i clienti in contropiede. “Salve stranieri” disse, vedendoci entrare.
Qui, eravamo tutti l’amico straniero. Qualsiasi fosse il colore della pelle, dei capelli o degli occhi. Hassan si era fatto una bella clientela di giovani, liceali e studenti. Quelli che saltano i corsi, soprattutto i più importanti. Parlavano del futuro del mondo davanti a una birra, poi, dopo le sette di sera, decidevano di ricostruirlo. Non serviva a niente, ma era bello farlo. Ferré cantava:

Non siamo santi.
Per la beatitudine abbiamo solo un Cinzano.
Poveri orfani,
preghiamo per abitudine il nostro Pernod.

Non sapevo cosa bere. Avevo saltato l’ora del pastis. Dopo un’occhiata alle bottiglie, decisi per un Glenmorangie. Pérol prese una birra.
“Sei mai venuto qui?”. Scosse la testa. Mi guardava come se fossi malato. Dovevo essere un caso grave. “Dovresti uscire più spesso. Vedi, Pérol, ogni tanto, la sera, dovremmo farci dei giri insieme. Per non perdere di vista la realtà. Capisci? La si perde di vista facilmente, e badabum, non si sa più dove si è lasciata l’anima. Nel reparto amici, Nel reparto donne. Lato cortile, lato cucina. Nella scatola delle scarpe. Il tempo di girarti, e ti sei perso nel cassetto in basso, quello degli attrezzi”.

Jean-Claude Izzo – Casino totale