Trilobiti 37#: cime tempestose

« In ogni nuvola, in ogni albero, nell’aria della notte e nell’aspetto di ogni oggetto durante il giorno, io sono circondato dalla sua immagine!
I più comuni visi di donna o uomo, i miei stessi lineamenti, si fanno gioco di me con il loro ricordarla.
Il mondo intero è per me una terribile collezione di cimeli che mi ricordano che lei è esistita e che io l’ho persa! »

tratto da Cime tempestose di Emily Bronte

Pensa a qualcos’altro

Il fiume era nero e le stelle limpidissime. Sembra un secolo che non scambi una parola. Ignora la sensazione nello stomaco. Una fitta poi un dolore sordo e poi u’altra fitta.
Pensa a qualcos’altro.
La stella più vicina è a quarantamila miliardi di chilometri.
Proxima qualcosa.
Brillava da prima dei dinosauri.
Continuerà a brillare anche quando non ci sarà più un essere umano sulla terra.
Galassie divers, mille miliardi di stelle.
Ti senti piccolo ma neanche immagini quanto, come una atomo, un granello di polvere.
Pensiero debole, si disse.
Ma infatti. E’ come avere la depressione perchè devi morire.
Il tuo unico dovere: ANDARE AVANTI.
L’unico peccato vero: non apprezzare la vita.

RUGGINE AMERICANA

Bando al pensiero debole

Il sole stava scendendo sulle colline oltre il fiume, era un panorama piacevole e tranquillo, eppure non gli faceva quell’effetto, stare seduto lì a guardare l’acqua.
Sei solo di passaggio, pensò.
Guardi il sole e ti sembra tuo invece tramonta dietro quelle colline da quindicimila anni
-dall’ultima era glaciale.
Periodo glaciale, corresse, non era glaciale.
Quando si sono formate quelle colline. Questa zona era il margine della glaciazione del Wiscosin. Intanto eccoti quì.
Di passaggio sui territori del sole.
Pensi che tua madre ci sarà sempre e zac non c’è più.
Cinque anni, e ancora non ti rassegni. Scomparsa in un giorno.
Come succederà a te.
Tutto quello che vedi ti sopravviverà: rocce cielo terra.
Guardi un tramonto e ti sembra tuo ma il sole sorge in tua assenza da mille anni.
No, pensò, da svariati miliardi di anni. Non riesci nemmeno ad afferrare il numero esatto.
L’unico a sapere che esisti sei tu.
Nasci e muori tra una pulsazione e l’altra del pianeta.
Per questo la gente crede in Dio, per non sentirsi sola.
Anch’io prima ci credevo, pensò.
Mi ci ha fatto credere mia madre. E poi non mi ci ha fatto credere più.
Piantala. Sei già fortunato a stare su questa terra.
Bando al pensiero debole.

Ruggine americana di Philipp Meyer

Trilobiti 35#: L’ultimo amico

“Stamattina ho ricevuto una lettera. Una busta di carta riciclata. Sopra la testa di Hassan II con la djellaba bianca, un timbro, su cui data e luogo sono difficilmente leggibili. Ho riconosciuto la scrittura di Mamed. In alto, a sinistra, la parola “personale” è sottolineata due volte. Dentro, un foglio giallastro. Poche frasi, brutali, secche, definitive. Le ho lette e rilette. Non è uno scherzo, una trovata di pessimo gusto. È una lettera destinata a distruggermi. La firma è proprio quella del mio amico Mamed. Non ci sono dubbi. Mamed, il mio ultimo amico. ”

L’ultimo amico di Tahar Ben Jelloun

Parti di te che ritornano a galla

La passeggiata sul ghiaccio a febbraio, il freddo sconvolgente.
Mozzava il fiato, ma non ti sei mosso finchè non lo hai sentito più, così era scivolata lei.
Resisti un minuto e poi inizi a scaldarti.
Una lezione di vita. Saresti riafforato solo adesso, ad aprile; il fiume si riscalda e le cose che vivono dentro te in silenzio, senza che lo sai, sono quelle a farti ritornare a galla.

RUGGINE AMERICANA- Philipp Meyer

Trilobiti 33#: i gusti

I giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges

Trilobiti 32#: ricordi alcolici

Ah – e qui parlo per esperienza acquisita – il cielo mi salvi dai tipi che non sono in gamba (la parte maggiore del genere umano), i freddi di cuore e i freddi di testa, quelli che non fumano, non bevono, non bestemmiano, quelli che non fan nulla che sia coraggioso, rischioso, scottante, perché nella loro debole fibra mai è stato un fremito di vita che spinga a traboccare oltre i propri limiti e a osare. Questi non li incontri al saloon, non li trovi a battersi per cause perdute, non a far fuoco fiamme sui sentieri dell’avventura, non ad amare alla follia. Sono troppo occupati a tenere i piedi all’asciutto, a serbare il battito del proprio cuore, a fare della propria esistenza squallida un successo della loro povertà.

Jack London – John Barleycorn. Ricordi alcolici

Trilobiti 31#: ci son diversi tipi di sogni

“So bene che è un luogo comune dire che i film sono come i sogni: una forma dell’inconscio collettivo, riflettevo che mai nessuno ha portato alle estreme conseguenze quest’idea.
Ci sono diversi tipi di sogni, no?
E allo stesso modo, naturalmente, ci sono i film dell’orrore, che sono come gli incubi. Poi ci sono i remake, le storie che vengono fatte e rifatte continuamente, e quelle corrispondono ai sogni ricorrenti. Ma quando un film si perde, quando non viene mai proiettato in pubblico, quando tutte le copie scompaiono e non esiste anima viva che l’abbia visto, quello è il più bel genere di sogno in assoluto. Perchè è il tipo di sogno che avrebbe potuto essere, proprio lui, il migliore che hai avuto in tutta la vita, solo che ti scivola via dalla mente nell’attimo stesso del risveglio, e pochi secondi dopo non ricordi più nulla.”

Jonathan Coe – La casa del sonno

Trilobiti 30#: Long John Silver

Siamo nel 1742. Ho vissuto a lungo. Questo non me lo può togliere nessuno. Tutti quelli che ho conosciuto sono morti. Alcuni li ho mandati io stesso all’altro mondo, se poi esiste. Ma perché dovrebbe? In ogni caso, spero con tutta l’anima che non esista, perché all’inferno ce li ritroverei tutti, Pew il cieco, Israel Hands, Billy Bones, quell’idiota di Morgan che osò passarmi il bollo nero, e gli altri, Flint compreso, che dio l’abbia in gloria, se un dio esiste. Mi accoglierebbero a braccia aperte, con salamelecchi e inchini, sostenendo che è tornato tutto come ai vecchi tempi. Ma intanto il terrore irradierebbe dai loro volti come un sole ardente sul mare in bonaccia. Terrore di cosa? chiedo io. Certo all’inferno non possono avere paura della morte. Che ve ne pare?
No, non hanno mai avuto paura della morte, visto che per loro non ha mai fatto una gran differenza vivere o morire. Eppure, anche all’inferno avrebbero paura di me. Perché? chiedo io. Tutti, compreso quel Flint che era altrimenti l’uomo più coraggioso che avessi mai incontrato, avevano paura di me.
Nonostante tutto ringrazio la mia buona stella che non siamo riusciti a recuperare il tesoro di Flint. So come sarebbe andata a finire. Gli altri in pochi giorni avrebbero scialacquato la loro parte fino all’ultimo scellino. E poi sarebbero venuti a cercare il vecchio Long John Silver, l’unica coscienza di cui abbiano mai potuto far sfoggio, assillandolo con le loro suppliche e lusinghe per averne ancora. È sempre stato così. Non hanno mai imparato.
Ma una cosa almeno l’ho capita. C’è della gente che neanche sa di vivere. È come se non si rendesse neppure conto che esiste. Forse è proprio qui la differenza. Io ho sempre avuto cara la pelle attaccata a quel poco che mi rimaneva del corpo. Meglio condannati a morte che impiccati con le proprie mani, dico io, se proprio si è costretti a scegliere. Niente di peggio dei nodi scorsoi, a mia conoscenza.
È per questo che ero diverso? Perché sapevo di essere vivo? Perché sapevo meglio di chiunque altro che non ci è data che una sola e unica vita da questo lato della fossa? È per questo che facevo così paura, ai peggiori come ai migliori? Perché me ne infischiavo della vita eterna?
Forse. Certo è che non ho reso facile a nessuno essermi amico o compagno. Dal giorno in cui ho perso la gamba mi chiamano Barbecue, e non senza buoni motivi. Sì, se c’è una cosa che non dimenticherò mai finché campo è come ho perso quella gamba e guadagnato quel nome. D’altra parte, come potrei? Ogni volta che mi alzo in piedi sono costretto a ricordarmelo.

Björn Larsson – La vera storia del pirata Long John Silver