Les amants du Pont Neuf

A me capita spesso che mi vengano in mente nel mezzo del nulla andante: scene di film o canzoni, versi di poesie o immagini di eventi passati e poi quando accade che mi si insinuano e attaccano dentro, non posso fare altro che riviverle. Così oggi è per questo film. L’ho amato tanto e mi è rimasto nel cuore…oggi di punto in bianco mi è apparsa dentro questa scena ed ho voluto rivederla. E’ questo che vorrei fare. Adesso. Vorrei correre e saltare e urlare e ballare..è questo che vorrei, magari insieme a te.

 

Brace

Anime fiammeggianti attonite
Squarciato il velo della cecità
A mezzo cielo in vuoto
Denso d’inganno figurativo
Tra ciò che hanno distrutto
E ciò che non gli toccherà
Appare la bellezza mai assillante né oziosa
Languida quando è ora e forte e lieve e austera
L’aria serena e di sostanza sferzante
Anima fiammeggiante soffoca
Smaniosa d’aria non ce la fa
Giorni spremuti e notti
Attinti a un pozzo profondo millenni
Il somigliare agli altri non la salva
Anima fiammeggiante zoppica
Zoppica brace non sa se ce la fa
Un gioco antico un bel gioco
Pericoloso solo per sé
Appare la bellezza mai assillante né…

Piano con l’Affetto

Per Damien

Stanotte non ho più consigli nè idee
mi restano poche sorprese
conto i secondi e li finisco così
questi attimi di lunghe attese
Trascinami di nuovo sui tuoi colli ispidi
ma prova a non precipitare per primo

Fermati ancora un attimo
e vacci piano sai piano con l’affetto

Piano con l’affetto
potresti uccidermi così
ti prego vacci piano
solo per il mio bene
potresti anche uccidermi

 

Ti mando un vocale di dieci minuti Soltanto per dirti quanto sono felice

Più di una persona mi ha fatto notare, (alcuni con tono infastidito sotto un finto sorriso), che i miei messaggi audio su whatsapp sono troppo lunghi. Io non sapevo ci fossero dei limiti di parole, ma evidentemente ci sono. Ne prendo atto. Sicuramente mi sono interrogata sul fatto che non sono dotata del dono della sintesi. E’ vero, quando parlo, mi perdo. Parlo troppo. Dovrei imparare a dire, usando poche parole, come si fa ora nei test a scuola: usare al massimo 70 parole. Negli audio ne dovrei usare al massimo 6: Ciucciati il calzino di lana merinos! Oppure sarebbe addirittura meglio: TACERE. Anche questa modalità scolastica attuale di usare un max di tot parole per dire la propria opinione mi fa venire l’orticaria.  Ma che problemi hanno le persone se uno si dilunga su un argomento? Altro appunto che faccio a me stessa: è che forse il contenuto dei miei audio è NOIOSO o magari INCOMPRENSIBILE. Ecco, era meglio prima quando non parlavo affatto. Il mio doc non sarebbe daccordo su questa mia ultima affermazione, ma lui viene pagato per ascoltare, gli amici no, possono dirti che ti dilunghi troppo e tu puoi mandarli affanculo quando sono loro a dire cose che non condividi. Quindi prima venivo rimproverata del fatto che ero chiusa e che non raccontavo nulla, ora invece sono un fiume in piena e devo trovare gli argini per non farmi travolgere ma soprattutto per non dare noia ai miei poveri interlocutori.  In questi anni ho imparato una cosa di me: io non ho il senso della misura! Per questo alcune persone mi hanno detto, anzi chiesto: Puoi mantenere un profilo più basso? Ma che diavolo significa questa cosa?

Io ci son rimasta malissimo. Perchè non ho mai pensato di essere una persona invadente, esplosiva, corrosiva, ma anzi, ho sempre pensato il contrario. Da ciò desumo che non mi conosco affatto, che ho una falsa percezione di me stessa e che d’ora in avanti non manderò più messaggi vocali, perchè sono una rompipalle e lo riconosco. Noto che molti mandano messaggi vocali spezzati. Ne mandi 15 di seguito per non mandarne uno lungo senza interruzioni, così però si può fare, a detta dei whatsappiani.  Da poco ho conosciuto un ragazzo che ha capovolto la teoria della lungaggine. Mi ha mandato degli audio che hanno superato i 20 minuti. Come posso non adorarlo? Vi lascio con un messaggio che mi ha mandato un mio amico qualche giorno fa.

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Dalai Lama Glama Coffee Sgu

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Tempo fa, mentre ero in treno, ho visto dei lama scorazzare in un recinto. E ti ho subito mandato un messaggio per dirtelo. Tu avevi pensato che io avessi visto un gruppo di Buddhisti ed io ricordo che ho iniziato a ridere a crepapelle per il gioco di parole che ti aveva fatto capire altro. E’ passato tanto tempo da quel giorno ed ogni volta che passavo di là, mi concentravo per intercettare i lama, ma non li ho mai più rivisti, ed ho pensato di essermeli immaginati, fino ad oggi, che ero sul treno, distratta e stanca e all’improvviso li ho visti e li ho guardati bene, per esser certa che non fossero cavalli o un altro genere di animale. Ecco, sono dei lama! Solo che non te lo posso dire adesso che tu non ci sei. Il gatto sul davanzale non c’era, lo immagino acciambellato su una poltrona di questo appartamento al primo piano del centro storico, ignaro del fatto che io lo cerco ogni mercoledì, e venerdì, che passo di là. E tu chissà se adesso vivi con uno o più gatti. E’ così che ti immagino adesso, sdraiato sul letto con un gatto accoccolato a te. Oggi mi sento particolarmente triste. E’ brutto anche scriverlo, ma penso di avere qualche linea di febbre e mi sento una stanchezza dentro che non ha un nome, un colore. Sono semplicemente io. C’è il barista del bar della sede di lavoro vicino al mare, che ogni volta che prendo il caffè macchiato mi fa qualche disegno sulla schiuma del latte. Ieri gli ho chiesto di scrivere il tuo nome (il nome con cui ti chiamo io), e il giorno prima mi aveva regalato un pacchetto immaginario di Natale. Altra nota stonata. Ti ho preso il regalo di Natale, anche se sono mesi che non mi rivolgi la parola e non saprei neanche dove spedirtelo adesso. Lo vedi? continuo ad essere un’idiota. E non ne sono dispiaciuta affatto.

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Ieri, un pò di me

Lo so che non dovrei sentirmi così. Così come? Fragile. Non che ci sia da vergognarsi per questo, no, affatto. Ma oggi mi sento con quella sensazione di mattone sullo sterno, come se avessi arginato per mesi quello che ho dentro, non per non affrontarlo, ma sperando potessero cambiare le cose intorno.  Che in qualche modo tu potessi tornare. C’è però che mi manchi sempre un pò di più e che lo sto dicendo a bassa voce, per non essere egoista con te che hai scelto di allontanarti.

Una volta proprio tu mi hai detto che siamo dei guerrieri, per le cose che ci son successe e che abbiamo affrontato, con difficoltà, con fatica, a volte con la paura di non farcela, a volta con la voglia di non farcela, uscendone con le ossa rotte e con le anime squarciate, ma ne siamo usciti dai nostri inferni. Forse. Forse sì. Tu sei un guerriero, ma forse io non lo sono, non mi sento una guerriera oggi. Ho fatto un percorso diverso per arrivare al lavoro, niente finestre in attesa di gatto, però poi mi son sentita in colpa, per non averlo cercato quel fantomatico gatto, e allora son tornata indietro e mi sono appostata lì di fronte. Le tende erano tirate e neanche dietro si scorgeva ombra di gatto. Starò diventando matta?

I misteri di mastro Geppetto

Squilla il telefono ed è un numero che non conosco, rispondo pensando che si tratta di lavoro. “Pronto, con chi parlo?”

Lui: “Sono il …………me”

Io: ” Può ripetere per favore, non si sente bene!”

Lui: “Sono il falegname, sono venuto per quel lavoro.”

Io: “Penso che abbiate sbagliato numero.”

Lui; “Ma vivete in quella palazzina gialla?”

Io: ” No.”

Lui; “Ah, allora forse ho sbagliato persona.”

Io: ” Ma lei chi sta cercando?”

silenzio…..

Lui: “mmm, non glielo posso dire.”

Riaggancia.

Senza parole.

 

il compagno di banco

Oggi sono  andata dalla mia erborista di fiducia, che col tempo è diventata anche una mia carissima amica. E’ entrata una cliente in negozio ed io ne ho approfittato per andare al supermercato che è situato esattamente nella porta a fianco. E’ quì, che di solito sono avvenute le migliori sedute di psicologia che abbia mai avuto, ma stavolta sono andata da sola e quindi non ci son state sedute di psicanalisi tra gli scaffali dei biscotti. Mentre stavo per entrare, ho intravisto il titolare del supermercato davanti alla porta che stava  chiacchierando con un ragazzo/uomo. Mi sono fiondata dentro e il tipo, che ovviamente non ho riconosciuto subito (avrete ormai capito che sono una rincoglionita senza speranza), ha urlato con grande entusiasmo il mio nome: MARILUUUU’!!!

Mi sono girata verso la voce e ho trovato ad accogliermi  due occhi che sembravano quelli di una lepre che è appena stata abbagliata dai fari di un auto su una strada ingoiata da una notte buia in un giorno d’inverno. Lo riconosco eccome adesso: è il mio compagno di banco delle medie! Ha 42 anni adesso, è un uomo, ma ha nello sguardo ha lo stesso fuoco che aveva quando l’ho conosciuto tanti anni fa.
Mi  ha abbracciata con entusiasmo e mi  ha chiesto: “Ma dove vivi adesso?”.  Io gli ho risposto che vivo esattamente in questo stesso paese e lui mi ha detto che vive nella stessa casa in cui viveva da ragazzo,  che ha lo stesso lavoro di prima e la stessa ragazza, (cose che io ignoravo totalmente, visto che non so che lavoro faccia ora e non lo sapevo nemmeno prima e non ero al corrente delle sue storie d’amore, ignoravo  stesse con qualcuno), ma lo vedo sorridente e questo mi riempie di gioia, perchè so che ha vissuto momenti molto duri, si è perso, come è accaduto a me. L’ho saputo da altre persone, per vie traverse, perchè ormai ci eravamo completamente persi di vista e perchè in un paese seppur piccolo, a volte non ci si incontra mai, per anni.
Mi tornano in mente una marea di episodi legati a lui! Alle medie funzionava in questo modo: se andavi bene a scuola, per premiarti ti separavano dalla tua compagna di banco, per piazzarti a fianco a qualche “caso difficile”, così lo definivano loro, i professori, i grandi! Ed io all’epoca, anche se è difficile da credere, andavo bene a scuola, e avevo come compagna di banco quella che è anche adesso una delle mie migliori amiche! E quindi sin dal primo anno son stata separata dalla mia compagna di banco, che è stata sostituita proprio da lepre abbagliata in strada buia. Questo fatto per me non fu per nulla traumatico, anzi, andavo d’amore e d’accordo col “caso difficile”. Ricordo che lui era una frana col flauto e che io lo aiutavo a leggere il pentagramma e a suonare la diamonica, perchè un’altra regola della scuola era: che se non sapevi suonare il flauto, dovevi suonare per forza la diamonica! Mi rassicurava la sua statura! io a confronto ero alta un metro e una banana. All’epoca lui era molto apprezzato dalle ragazzine, aveva il fascino del ragazzo scapestrato, oltre ad essere davvero bello. Una volta ruppe una porta a vetro con un pugno ed oltre a finire al pronto soccorso, fu anche sospeso da scuola ed io per non farlo rimanere indietro con le lezioni, studiavo con lui di pomeriggio e scrivevo al posto suo sui suoi quaderni, perchè lui non poteva scrivere con la mano fuori uso. Il piano geniale che avevano i professori all’epoca era quello che gli alunni più diligenti potessero magicamente e con un lavoro certosino instillare poco a poco del “buono” in quelli che loro pensavano potessero essere delle teste calde. Non hanno pensato che poteva succedere l’inverso o che magari i casi difficili erano “difficili” solo perchè loro non si sforzavano di trovare il modo giusto per comprenderli! Ringrazio A. per avermi insegnato ad aprire le porte senza usare le chiavi e per avermi spinto a lottare per far valere le mie idee e i miei diritti, per avermi fatto alzare la testa di fronte alle ingiustizie senza mai avere paura, quasi mai.