Buddha Toy

Prima di tutto incomincio col chiedere scusa a tutti i buddisti che leggeranno questo post, a mia discolpa posso solo dire che all’epoca dei fatti ero  solo una bambina,  (lo so, non è una giustificazione) e solo ora mi rendo conto che da bambina facevo già cose “strane”, oltre ad essere una lanciatrice di sassi, avevo  come compagno di giochi proprio Buddha (ma non sapevo neanche lontanamente fosse lui) ed insieme a lui avevo anche  un’amica immaginaria, di cui vi parlerò in un altro post. So che state dubitando della mia sanità mentale, e avete ragione a dubitarne,  poichè faccio parte dei cosiddetti insani, quindi è giusto ripercorrere insieme le tappe della stranezza che mi ha sempre contraddistinto. Vi presento uno dei miei giochi preferiti di quando ero piccola:

IMG_20170120_103047.jpg

Questa statua di pietra fu regalata ai miei genitori quando si sposarono, ignoro le ragioni  per le quali fu scelto proprio Buddha da uno degli invitati al matrimonio, forse come un buon augurio di spiritualità e di rettitudine alla coppia che si apprestava a mettere su famiglia. Fatto sta, che i miei genitori sono ferventi cattolici e hanno posto questa statua in giardino ed  è lì che io ho fatto diventare questo uomo (la cui identità all’epoca mi era del tutto sconosciuta, non a caso lo chiamai Babushka), lo feci diventare un mio gioco. Attualmente spunta tra i libri su una delle mensole della mia libreria ed è lindo e pulito, ma in quel periodo era diventato una sorta di cavia, come una bambola da vestire e truccare, allora lo adornavo con coroncine di fiori, orecchini pendenti, parrucche fatte da petali e fili di erba, gli facevo impacchi di terra bagnata che solidificandosi lo facevano diventare marrone scuro, un vero moro,  e poi per ripulirlo gli facevo docce con la pompa da giardino, gli costruivo vestiti e copricapo di ogni genere e con qualsiasi materiale a disposizione, gli dipingevo le unghie dei piedi e delle mani di ogni colore possibile e immaginabile e gli parlavo, come se parlassi ad un amico che mi ascoltava in silenzio e che sopportava tutti i miei esperimenti senza protestare e senza alzarsi da quel trono che lo accoglieva comodamente e dal quale mi aspettavo che un giorno si sarebbe alzato per prendermi a calci in culo. Solo anni dopo ho scoperto che il mio Babushka era in realtà Buddha e che aveva fondato una dottrina etico-filosofica che poi si è trasformata in una religione, la quarta per numero di credenti al mondo, dopo il Cristianesimo, l’Islam e l’Induismo, le stime riguardanti la popolazione di fede buddhista possono variare anche significativamente a seconda della ‘Via’ specifica a cui si aderisce: le stime più accettate vanno dai 350 ai 550 milioni di praticanti

Immaginate il mio stupore a distanza di anni da quel tempo dell’infanzia, quando ho scoperto la reale identità del mio fidato amico Babushka!  Avevo un amico non famoso, ma famosissimo e lo ignoravo beatamente. E lo so, son sempre la solita lentona, ci arrivo davvero sempre in ritardo alle grandi verità. Ma meglio tardi che mai, e scusami Babushka, se ancora adesso fatico a chiamarti Buddha.

Dei call center e di altri demoni

Mentre ero alle prese con la preparazione del pranzo: c’erano ben due tegami sui fornelli, ha squillato il telefono fisso.
Ed ovviamente era un’operatrice di un call center, e la tipa inizia a parlare a mitraglietta, ma io davvero faccio fatica a capire dove vuole andare a parare stavolta, di solito dopo due frasi viene fuori il fatidico nome, ma ora di che prodotto si tratta? Di una compagnia telefonica che mi offre una linea adsl superveloce? anzi no, si tratta della fibra ottica, ormai l’adsl è già diventato demodè. Oppure si tratta dei prodotti erboristici dei frati benedettini di non so quale monte sperduto? delle cassate siciliane? delle mozzarelle di bufala? del pesce surgelato? di un weekend di vacanza dopo aver giustamente partecipato ad una presentazione di materassi ortopedici? Ma no, nulla di tutto questo! La ragazza, gentilissima, mi fa una serie di domande su cosa cucino, su che tipo d’olio uso, su cosa condisco con quest’olio, su che sapore abbia questo olio, su dove lo compro, se pizzica in gola, sul suo colore, la consistenza,(ed io penso: adesso mi chiede anche se lo riciclo o lo getto nel water!”, ma mentre le domande si susseguono ed io rispondo a tutto, ma proprio a tutto, inizio a capire..che di OLIO si tratta. Sono lenta, lo so, capisco sempre un attimo dopo,  ma poi piano piano ci arrivo pure io. E so anche di essere stata scelta come migliore ascoltatrice di operatori di call center dell’anno, e adesso mi hanno chiamata per comunicarmi che presto mi regaleranno un mese di soggiorno in una capanna in Patagonia, dove finalmente nessuno mi potrà più telefonare, dove finalmente potrò godermi il silenzio e potrò disintossicarmi dallo stress causato dagli operatori dei call center. So che questo ambito premio è mio, e me lo sono strameritato,  perchè non chiudo mai il telefono in faccia agli operatori, anche se sono sgarbati, li faccio parlare lungamente, mi faccio spiegare cose di cui non mi frega una cippa, ma questo è un particolare da non prendere in considerazione, mi rendo conto di essere semplicemente EDUCATA, ma aggiungerei anche una cogliona, se proprio devo dirla tutta. E me lo merito davvero, dopo migliaia di telefonate e di gentilezza profusa verso innumerevoli sconosciuti che mi hanno parlato dei più disparati prodotti, con i loro accenti sempre diversi, i loro toni pseudo-convincenti, immagino che anche loro il più delle volte, se non proprio sempre, si stavano chiedendo: ma che cazzo sto dicendo?
Ritornando alla dolce Alina, che io immagino bionda, con lunghi capelli lisci raccolti dietro la nuca e dagli occhi risucchiati da un terso cielo di maggio, ecco che inaspettatamente inizia a parlarmi della sua vita. Ed io che ero seduta sul bracciolo del divano, non riuscivo proprio a fare a meno di ascoltarla, anche se pensavo: brava, continua a stare lì impalata mentre  si stanno carbonizzando i due spicchi d’aglio nell’olio, così adesso potrai anche spiegarle che odore ha l’aglio bruciato nell’olio che sei solita usare!

Ma lei mi racconta che ha 26 anni e che è già sposata, e lo sottolinea, come se fosse una cosa impossibile da credere, e continua dicendomi che ha già una figlia di 3 anni, e ride. Perchè ride?  questo lo sa soltanto lei.
Ed io penso: complimenti! ma perchè me lo stai dicendo? E lei incalza e oltretutto continua a chiamarmi Maria, ma io son certa di averle detto che mi chiamo Marilù, ma sorvoliamo, anche se ogni due frasi, se ne esce con: “Signora Maria”, ed io inizio a sentirmi a disagio. ma chi diavolo è questa signora Maria? e poi inizia a dirmi quanto le manca la sua famiglia che vive altrove, dall’accento immagino in un paese dell’est, e che sua madre si chiama proprio come me, ossia come la falsa me, visto che non so chi sia questa signora Maria. E mi chiede se mi piace il mio paese ed io le dico di no, per niente! E lei non se lo aspetta e mi chiede se ci sono monumenti da visitare,ed io mi metto a ridere e le dico: no Alina, ti assicuro che non c’è nulla da visitare quì, uno sgarrupo totale!

Al culmine della conversazione mi rendo conto che ormai l’aglio è andato, e che se non voglio che prenda fuoco l’intera cucina, devo proprio dire  ad Alina che il premio può spedirmelo per posta, anche se mi perderò i suoi fantastici occhi color cielo di maggio terso, ma non si può proprio avere tutto dalla vita, no?

il teorema del criceto

Non ho mai avuto un criceto, ma mi è capitato di convivere con due persone che amavano i criceti.
La prima cricetista ha avuto la fantastica idea di piazzare la gabbia col cricetino nel corridoio, sul mobile vicino alla porta della mia stanza da letto.
E il criceto di notte era attivissimo, girava imperterrito sulla ruota, che faceva un rumore insopportabile, (forse sarebbe bastato oliarla un pò, ma all’epoca non ci ho pensato), comunque quel rumore vi assicuro che diventava una goccia cinese, soprattutto se protratto nel tempo e che nel silenzio notturno, si amplificava a dismisura, mandandomi letteralmente in tilt.
Per questa ragione, dopo vari mesi di resistenza, ho deciso di agire e la sera prima di andare a dormire, mi premuravo di estrarre la ruota dalla gabbia per evitare la folle corsa circolare di quel piccolo atleta che poteva tranquillamente gareggiare con il furetto Furby! Poi al mattino riposizionavo la ruota restituendo così il movimento al cricetino e forse anche la gioia.
Ora forse starete pensando che sono stata crudele (immagino sia cosi!) e che probabilmente ho causato un trauma al povero cucciolo, la cui natura lo spinge a correre su quella ruota senza preoccuparsi di non arrivare da nessuna parte, ma è per lui una valvola di sfogo, un elemento fondamentale per non cadere in depressione. Un criceto durante una sola notte è in grado di macinare chilometri su quella ruota! Ma io ho sempre pensato che oltre al fatto che sia importante che un criceto si mantenga in forma e bruci calorie, altrimenti immagino che scoppierebbe a furia di mangiare semini e rimanere fermo, io comunque credo che ci sia dell’altro in questo eterno correre sulla ruota. Probabilmente la spiegazione è molto più profonda, ma adesso mi sfugge. Voi avete qualche idea? Ah dimenticavo, dopo un pò di tempo, il senso di colpa ha iniziato a farsi strada in me ed ho deciso che era giusto assecondare la sua natura di maratoneta, e infatti ho pensato che la soluzione più adatta sarebbe stata quella di spostare la gabbietta in un’altra stanza della casa, ossia il bagno, almeno per la notte. Così abbiamo evitato di mandare il criceto in analisi o di bagnare i semini che mangiava nel lexotan.

il furetto scomparso

Parte prima:

Era più o meno questo periodo, ricordo che faceva freddo, parecchio. Era quindi un inverno di qualche anno fa, l’anno esatto lo ignoro.
Squilla il telefono e sento una voce con quella cadenza che tanto amo, quella del dialetto siciliano.
Dopo i primi convenevoli, arriviamo subito al dunque.
Quando non senti qualcuno da molto tempo, ti sta chiamando o perchè ha letto Alta fedeltà di Hornby,e tu fai parte della sua lista e del suo momento di comprensione dei rapporti fallimentari che ha avuto, con conseguente redenzione, oppure, (e questo è nostro caso), colui che ti chiama ha bisogno che tu gli faccia un favore.
E l’urgenza dal tono della sua voce, mi ha fatto pensare che dovevo disinnescare una bomba nel suo appartamento, mentre lui era rimasto chiuso nella stiva di una nave in mezzo al nulla.
Ma ovviamente la questione era molto più semplice.
“Marilù, in questo momento sono a Roma e avrei bisogno che qualcuno (nella fattispecie tu!) vada a prendere il mio furetto nel negozio di animali, dove l’ho lasciato a pensione per qualche giorno. Visto che devo scendere in Sicilia e viaggerò di notte, quando arriverò in Campania il negozio sarà già chiuso, per questo ti chiedo questo enorme favore e lo chiedo a te, anche perchè tu conosci Furby e sarei più tranquillo che fossi tu a tenerlo in mia assenza, si tratterà al massimo di qualche ora.
Ovviamente io gli dico di sì, non lo ritengo un grande favore. Anche se non son pratica di furetti, ma non è che mi abbia chiesto di imbalsamarlo.Cosa ci vorrà mai a fare una cosa simile? Bazzecole, mi dico, mentre ripenso alla sua affermazione:”..perchè tu conosci Furby”, ma io lo conosco davvero? Lo ha portato solo una volta a casa mia e ricordo che in quella occasione i furetti erano due, ma uno dei due nel frattempo ha raggiunto il nirvana dei furetti e quel giorno i due si rincorrevano per la casa e saltavano in ogni dove ed io non mi sentivo affatto a mio agio in quella situazione, non chiedetemi perchè, ma è stato così.
Chiamo a mia volta una mia amica, e le chiedo di farmi compagnia in questa spedizione di recuperofuretto. Lei passa a prendermi con la sua panda modello vecchio, color verde salamandra. Arrivate al negozio, mi accorgo di conoscere la proprietaria, e aggiungerei: purtroppo! e che l’ultima volta che l’ho vista eravamo in uno studio veterinario ed io le ho dato della cretina e forse  se in quel momento fossi stata il biblico Zaccaria, che perde la parola grazie ad un intervento divino, sarebbe stato perfetto, ma non fu affatto così, anzi, ricordo che le dissi: tagliatela tu una parte del corpo per venderti meglio!

Ecco come andarono le cose, ricordo lo sguardo torvo della mutilatrice di cani e la segretaria dello studio che le diceva:”forse è meglio che ripassi più tardi”,e lei che invece insisteva, fino allo sfinimento e oltretutto aveva anche scambiato il mio cane per uno shitzu, e questo vi fa capire quanto miss crudelia De mon ne capisca di razze canine! ma non tergiversiamo, ritorniamo ai fatti.

Mi son subito resa conto che dovevo fare la tipa pacifica e mantenere un certo contegno per amore di Furby e di tutti i furetti del mondo.
Lei infatti appena mi vede, si ricorda subito dell’affronto che le avevo fatto e mi dice: “ah sei tu l’amica di Antonio?!” E me lo dice con un tono che sembrava volesse dire: ma vedi un pò questo che gentaglia frequenta!

Io comunque alla sua domanda faccio un cenno di assenso con la testa  e le chiedo subito del furetto.
E lei: “devi prima darmi un documento di identità.”
Mi metto a ridere, perchè penso a quante persone possano rapire furetti, e quanto possa essere redditizio un contrabbando di furetti,  ma magari ne fanno monili con le unghie e coi  dentini aguzzi ed io sono ignara di tutto ciò.
Ma prima di darle una testata e di liberare tutti gli animali stipati nelle gabbiette, ho deciso di darle il documento d’identità, e la stronza, (perchè solo così si può chiamare una che voleva far tagliare la coda al cane prima di metterlo in vendita), dà un’occhiata veloce al documento e mi dice:” vado a prenderti la gabbia.”
La mia amica mi guarda con sguardo interrogativo, perchè capisce dal mio atteggiamento, che c’è qualcosa che non va e che se la tipa si azzarda a dirmi mezza parola, io potrei tranquillamente perdere la mia aplomb, e invece le sorrido  e le dico:”dopo ti spiego.”
La tipa arriva con una gabbia ENORME, talmente lunga che ovviamente non sarebbe entrata  in macchina. L’unica domanda che ha campeggiato nella mia testa è stata: ma che diavolo ci deve fare un furetto in tutto quello spazio? Non passa che un istante e tutto mi appare chiaro, ma è ovvio, no? deve partecipare alle prossime olimpiadi dei furetti e quindi ha bisogno di spazi enormi per potersi allenare adeguatamente, e per poter correre, per dondolarsi in un’amaca tra una corsa sui pattini e un’arrampicata su per gli anelli, deve poter  salire e scendere scalini,  incanalarsi in cunicoli tipo marines,  e giocare con ogni genere di giocattolo adatto ad un furetto e forse anche ad altre altre 100 specie di animali diversi da lui. Mi trovo di fronte ad un luna park per furetti! Per un solo furetto fortunato: Furby! Benvenuti a  Furbyland!

to be continued…

 

Marialonga

Quando ero piccola, mia madre mi raccontava che se mi sporgevo troppo dal terrazzo, c’era questa donna lunghissima, dotata di poteri soprannaturali, capace di entrare in posti angusti, strettissimi, bui, e che mi avrebbe tirata giù con le sue braccia chilometriche, mi avrebbe agguantata e trascinata giù lungo i tubi di scolo.
E infatti quando andavo sulla terrazza a casa dei miei zii, c’era un tubo di scolo coperto da una pietra di marmo bianco.
Io spostavo la pietra e  appoggiavo le mie labbra su questo tubo e parlavo, anzi urlavo. E la mia voce veniva distorta dall’aria compressa e questo effetto mi faceva rabbrividire, perchè pensavo che a momenti si sarebbe allungata verso di me, Marialonga coi suoi artigli snodabili e mi avrebbe risucchiata nel tubo di scolo. Ed infatti io urlavo proprio il suo nome: Marialonga..Marialonga..sei lì? E più avevo paura, più la cercavo.
La cosa bella era che non solo ero terrorizzata da questa presenza malvagia che abitava le case dove abitualmente passavo il mio tempo, ma che nonostante ne avessi il terrore, andavo sempre a scoperchiare quella pietra di marmo, sperando di scorgere i capelli lunghissimi, che io immaginavo neri e bagnati, visto che viveva in un tubo di scolo, dovevano per forza essere bagnati ed immaginavo il luccichio dei suoi occhi neri come la notte che mi avrebbero paralizzata al primo sguardo e resa una sua schiava per tutto il resto della mia vita risucchiandomi l’anima.
Oggi mentre camminavo con passo svelto, perchè stavo morendo di freddo, son passata proprio davanti a questa casa dove da piccola andavo a giocare e mentre soffiava il vento gelido, mi è sembrato di sentire  la voce di Marialonga che vibrava nel  vento e che mi sfiorava il collo come fil di ferro.

 

72

Bilal era nato nel 1972 a Parigi. Era svanito in qualche dimenticanza il ricordo del viaggio dalle colonie francesi d’Africa verso la patria dei diritti, della rivoluzione e della baguette. Anche dell’aglio, ma Bilal non lo digeriva e, quindi, lo rimuoveva da qualsiasi paradigma percettivo. Quella notte era stata movimentata, come quasi tutte le notti da nomadi fra locali alcoolici e nasi imbiancati per la neve che non scende dal cielo. Ci si ritrova con un corpo sconosciuto accanto, mentre il mattino spunta con le prime voci della città. Un corpo senza nome, di poca memoria. I resti di acrobazie sentimentali provvisorie galleggiano sul pavimento delle stanze. Qualche lucido flash prende vita: il “72”, storico locale della città vecchia, ha offerto quella carne ad un rallegramento breve e dimenticabile. Un biglietto di generici saluti sul comodino. Un bacio di convenienza che non sveglia. Una porta chiusa con morbidezza. La città scorre sotto i passi del disordine organizzato. Rumori che distraggono silenzi. Occhi smezzati, consumati, fabbricati dalla moltiplicazione delle cose. Vetrine che riflettono solitudini affollate. Bilal camminò pensando al briefing con gli architetti coreani che lo attendevano nello studio per cui lavorava da tre mesi. Era molto apprezzato per la sua professionalità al limite di una fastidiosa pignoleria, fortunatamente associata ad un’ironia sfociante – talvolta- nel sarcasmo. Prendeva costantemente in giro la sua collega italiana: “Come fai ad avere un nome da uomo?”. “Andrea è anche un nome femminile!”. Prima di entrare al numero 72 dell’antica strada sulla quale s’affaccia il suo ufficio, Bilal si fermò a colazione nel bistrot che lo attraeva per i colori che facevano silenzio. Lì ritrovava il passato che non passa e parla ancora degli scrittori spiantati che, fra le 72 sedie rimaste per tradizione, elemosinavano un’idea alla linea del bicchiere sempre più vuoto o all’ultimo filo salito dal sigaro della creazione stitica. L’ispirazione nasceva da misteriose strade irrazionali, ma quella mattina aveva bussato a lontani altrove. Chiamò in studio per comunicare un ritardo, da coprire secondo la libera improvvisazione dei colleghi, in preda ad una crisi isterica per la novità poco piacevole. Bilal cercò risposte nella corsa. Il movimento del corpo come sentiero di rinascita, affioramento di positività. Correre con cravatta, valigetta e scarpe eleganti non era una scena consueta che possano ammirare i frequentatori del parco verdissimo che spacca i polmoni di chi ogni giorno lo frequenta. E furono sguardi saturi di risolini inaspettati al suo passaggio. Bilal corse molto, uscendo dal percorso urbano e ritrovandosi nella campagna aperta sotto il cielo bloccato dal sole prestato al giorno. Non avendo la bussola ed essendo felice per aver trovato l’idea della presentazione che i coreani attendevano, cercò la via del ritorno. La fortuna ti tende la mano se la schiavizzi. E lui ne approfittò: un tir merci in avvicinamento. Lui era vestito come un manager capitato per caso nella vita di quel camionista, che si fermò intuendone le difficoltà d’orientamento. Bilal accettò il passaggio, chiedendo una velocità sostenuta per raggiungere lo studio e incontrare i coreani col suo sudore cristallizzato nei vestiti. L’autista era un taciturno dai pensieri sottovento. La barba coltivata dal caos. Bilal notò che il numero 72 continuava ad accompagnarlo anche nell’identificazione di quel tir. Cercò un dialogo per stemperare la tensione silenziosa fra i sedili, ma la barzelletta non fu capita. Scoprì, per sfinimento dopo numerose domande, che l’autista andava al mercato vicino al suo quartiere. Anche se gli sembrò strano che un tir potesse entrare nel centro storico e scaricare la sua merce. “È scalo della grande distribuzione, non del commercio al dettaglio”, pensò. Ma il dubbio prese altre direzioni, superato dall’attenzione verso il segnale d’ingresso al suo quartiere. Era un divieto, ma il tir lo superò con scioltezza e ghigno definitivo dall’autista. Bilal fece notare il segnale, ricevendo un pugno sul naso. Spostandosi per evitare il secondo pugno, Bilal scorse la cintura esplosiva al torace del guidatore. Si tuffò su di lui e il tir zigzagò fra i tavolini del bar, che saltavano come birilli brilli di un flipper in cura psichiatrica. Non sapeva di avere una forza tale nelle braccia, Bilal. Dopo ripetuti colpi, riuscì a scaraventare l’autista fuori dallo sportello. Ma ormai troppo tardi per evitare l’impatto con il mercatino. Fra i numerosi morti, anche lui, additato come kamikaze e terrorista che combatteva una personale guerra santa come un tarlo che scava dall’interno il sistema che vuol sgretolare.
Nel Paradiso destinatogli, Bilal trovò la Grande Luce ad indicargli la strada. In uno spazio senza tempo, trovò le 72 vergini a lui destinate. Costoro erano belle, di pelle bianca, alte 60 cubiti e larghe 7, trasparenti, eternamente giovani, voluttuose, con seni larghi e tondi, le vagine appetenti, occhi larghi e belli. Vedendolo indifferente a tanto splendore erotico, una voce gli chiese: “Bilal, sei stato premiato con 72 vergini. Sono tue, entra nella loro carne e abbi godimento senza fine, giorno e notte, per tutta l’eternità”. Gli occhi di Bilal si allargarono in un sentimento che dal dubbio si fece paura. “Bilal”, gridò ancora la voce, “perché non vuoi giacere con le 72 vergini che aspettano il tuo sesso con eterna voluttà?”.
“Perché io sono gay!”.

Alessandro Errico

La rivolta delle tartarughe

img-20160827-wa0035La scorsa estate non so per quale strana ragione mi hanno regalato due tartarughe d’acqua. Io non so nulla di tartarughe, se si tratta di cani, potrei scrivere un trattato, ma sulle tartarughe, buio completo. Non sapendo di che sesso siano, ho deciso di assegnargliene uno io, e per me  sono un maschio e una femmina: Almo e Frida. Ho visto video su internet, fatto ricerche per capirne il sesso, ma è tutto troppo complicato, allora ho pensato di chiedere alla veterinaria, e lei sapete cosa mi ha detto? “Mi spiace, ma io non so nulla di tartarughe.” Il mio pensiero è stato subito, ma perchè le tartarughe non sono animali? Tralasciando questo passaggio ho deciso di non arrendermi, e  ho iniziato a chiedere a chiunque, a persone che avevano avuto tartarughe in passato, persone che le hanno viste cadere dal balcone, ovviamente erano quelle da terra, e probabilmente non è che avessero manie suicide, ma forse pensavano ci fosse uno scalino e non il vuoto  sotto di loro, ma le informazioni che mi hanno dato sono tutto e il contrario di tutto. E allora ho capito che  imparerò a conoscerle da me, sempre che sopravvivano a questo inverno. Ho appreso che sono delle nuotatrici provette, perchè  le ho viste nuotare come delle forsennate ogni volta che mi avvicinavo per darle da mangiare. Si tuffano dal mini faraglione che c’è nella vaschetta e litigano tra loro. Avete capito bene, litigano. C’è una delle due, che io ritengo sia la più prepotente, ma non è esattamente con questo termine che la chiamo quando fa la guappa della situazione, ed io immagino sia una  femmina, lei dà delle energiche zampate all’altra per impossessarsi del gamberetto secco, e poi a volte addirittura glielo strappa di bocca. Per questa ragione ho deciso di farle mangiare separatamente, altrimenti una muore di fame e l’altra si ingozza e spadroneggia, imponendo la sua dittatura sullo scoglio di south turtelland. Il problema è sorto col letargo. Ora immaginate la mia sorpresa quando ho appreso che le tartarughe vanno in letargo. E i dubbi su come avvenisse questa cosa e su come io dovessi preparare il giaciglio per questo avvenimento si sono fatti spazio in me a dismisura.Il punto è che innanzitutto io ignoravo completamente che le tartarughe andassero in letargo,  in effetti, mi sento ignorantissima, e poi nella mia testa il letargo era quello degli orsi, che si accucciavano in qualche albero cavo per l’inverno e rispuntavano fuori a primavera, ..ma le tartarughe, boh? Ecco che mi assento per dieci giorni e la persona a cui le avevo affidate mi dice che non mangiano più, aggiungendo” forse sentono la tua mancanza e per questo hanno smesso di mangiare.” Ma voi ve le immaginate le tartarughe che mi aspettano al di là del vetro della vaschetta e che non mangiano dal dispiacere del distacco? E dai..no, non ce la posso fare! Quindi sono andate in letargo! Ma immaginavo che il letargo comportasse che stessero ferme, immobili in un angolo. E invece no, loro si muovono, si spostano, nuotano, ma non mangiano. E questo sarebbe il letargo? Per me questa è una sorta di rivolta. Vogliono una vasca più grande, dotata di bar, con tanto di bancone e cocktail di gamberetti, con ciuffi di insalata che spuntano dai loro drink a base di pesce, vogliono due faraglioni come quelli di Capri, perchè giustamente ognuna ha bisogno di una propria postazione per tuffarsi, vogliono due grotte per potersi rincucciare quando non vogliono vedere nessuno, compresa me e soprattutto vogliono un rappresentante nel consiglio di tortuga, che possa proteggere i loro diritti e assicurasi che quando andranno in pensione possano ritirarsi ad Akumal nello Yucatan, trasformandosi in tartarughe marine, e passando gli ultimi anni della loro vita tra i fondali più spettacolari che ci siano al mondo. Scopro quindi che c’è un masaniello anche tra le tartarughe, anzi due. E che sono toccati proprio a me!