Autunno d’ anima

Ho gli occhi aperti ma non sono sveglia del tutto, le farfalle di legno appese al soffitto sprigionano un suono che si accorda perfettamente al mio stato d’animo attuale, questo accade quando c’è un filo di vento che le fa danzare e che allo stesso tempo fa ondeggiare l’acchiappasogni facendolo suonare a sua volta, e in questo caso il suono è tintinnante, sembra quasi dirmi: hey svegliati! è pomeriggio, è vita, da qualche parte è vita!

Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario, mi trovo imbarazzata, sorpresa, ferita, per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare nè so fare domande. Le parole di Pasolini ritornano ciclicamente a descrivere un pò di me, mentre scalza, faccio la gincana tra i disastri interiori e l’incombere umorale che si frantuma, per poi prendere di nuovo forma e forza e travolgermi ancora una volta. Non mi difendo. Perchè sarebbe un difendermi da me stessa. Non mi riconosco. Non riconosco questo tempo e neanche questa vita. Forse dovrei solo placarmi. Un attimo, arrendermi al fatto che nulla andrà meglio di come è ora. Non sono felice, ma questo non è un problema, non sono serena e questo può diventare un problema. Non ho voglia di parlare, se non, con poche persone, di cosa poi? La rabbia si sbriciola, il dolore diventa cemento, un pò come quello che chiamano cuore, il mio di sicuro non so più dove sia, cosa sia. Ma tutto questo ha un senso? Credo di no. L’ultima volta che ho visto il mio doc, era inverno, ricordo che indossavo una gonna scozzese gialla e nera e che quando mi ha parlato di Consapevolezza, ho iniziato a piangere a dirotto, mentre lui è rimasto lì, in silenzio, come per dare spazio anche alle mie lacrime, per non disturbarle con parole, altre parole, ormai inutili e superflue. Quando ho lasciato quella stanza, sapevo dentro di me che non ci sarei più andata. E così è stato. A ripensarci ora mi rendo conto che affronto male le cose, soprattutto quelle che mi fanno male. Arrivo tardi a tutto, ad ogni verità. Si può dire che non capisco mai nulla davvero, non mi accorgo che le persone mi mentono, non mi accorgo che mi stanno facendo a pezzi, non so esattamente quando è il momento di dire basta e di tagliare rapporti, con gente,  col passato, con la testa, coi ricordi, con tutto. Sarebbe bello poter aprire gli occhi e vedere che le cose forse possono cambiare. Che da qualche parte un posto anche per una scombinata come me, possa esserci. Un posto in cui sostare, un posto senza dolore.

Chissà invece lui cosa stava pensando quando mi ha guardata così, con quegli occhi immensi.

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Reflex blinks: scritte

Indelebili tratti de-scrivono umane vicende

REFLEX BLINK OCCURS IN RESPONSE TO AN EXTERNAL STIMULUS, SUCH AS CONTACT WITH THE CORNEA OR OBJECTS THAT APPEAR RAPIDLY IN FRONT OF THE EYE. A REFLEX BLINK IS NOT NECESSARILY A CONSCIOUS BLINK EITHER; HOWEVER IT DOES HAPPEN FASTER THAN A SPONTANEOUS BLINK.

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Il Vocaboletano #33 La vrenzola

Chiedo scusa innanzitutto per aver saltato il nostro appuntamento col corso di vocaboletano la scorsa settimana, ma son quì per rimediare.

Questa settimana ho ricevuto un grande regalo per realizzare questo post, ossia la collaborazione di Tiz, che ci tengo a ringraziare infinitamente per aver dato voce, forma e colore alla parola che ho scelto per voi, la  vrenzola!

Con il termine vrenzola, si puo’ indicare  un brandello di stoffa, un cencio (qualcosa ridotto male, non in buone condizioni) con tutto il riferimento alla simbolica poverta’ che rappresenta,  e può originariamente riferirsi a persona ridotta in pessimo stato, ad un povero,  uno straccione, che indossa quindi un brandello, ossia una vrenzola. Si puo’ altresi’ indicare con tale vocabolo, un genere di donna che Tiz ha saputo spiegare benissimo delineando in maniera esemplare il vrenzola style. 

Per quanto riguarda l’etimologia del termine, non ci sono dati certi, ma potrebbe derivare dalla vrenna, ossia dalla brenna, la crusca, il residuo della macinatura dei cereali, un residuo quindi povero, misero. Da quì tutto il resto di cui vi ho accennato prima. Non a caso se qualcuno è vestito male, si è soliti  rispondere alla domanda: ma che indossava?  E la risposta che arriva è: aveva addosso una vrenzola, ossia un vestito di pessima fattura, che offensivamente viene definito straccio. Ma quello che dovete ricordarvi è che il vrenzola style è qualcosa che potete solo appurare facendo una ricerca sul campo, toccando con mano,( non troppo) direi, che potrebbe arrivarvi un paliatone tra capo e collo dalla vrenzola! La vrenzola doc, la dovete vedere coi vostri occhi, ascoltare con le vostre orecchie. Ma possibile che non ne avete ancora conosciuta o incontrata una? Se così fosse, allora affrettatevi a farvi un giro dalle mie parti.  Ci sono vrenzole a go go in ogni dove e un sorriso non potrà sfuggirvi nel conoscerne una, o vi farà incazzare o vi farà sorridere!

Il mantra di Biobà

Stamattina Biobà era proprio contento di rivedermi, saranno state due settimane che son stata assente e lui non mi ha risparmiato la cazziata di rito, con tanto di sorriso abbronzato, non da estate al mare, ma da lavoro.  Oggi il suo mantra recitava: vinit a verè ‘e parcoc ndo vin, ‘e parcoc ndo vin biobà!  e quì è necessaria una traduzione,  e vi chiedo scusa per la terribile performance della sottoscritta, ormai lo scuorno ha totalmente invaso ogni millimetro di me, vi assicuro che Biobà è molto più convincente di me, ma purtroppo oggi dovete accontentarvi della mia interpretazione. La traduzione esatta è: venite a vedere le pesche, di cui lui specifica le percoche, che sarebbero una qualità di pesche a pasta gialla, che di solito d’estate vengono tagliate a fette e messe nel vino rosso e in tal modo prendono il sapore del vino e diventano top100, almeno per me è cosi. Tornando al suo mantra, Biobà dicendo: venite a vedere le percoche nel vino, non vuole intendere che vi sta per vendere una brocca di vino rosso piena zeppa di pesche, ma vuole comunicarvi che quelle che vi offre oggi sono proprio le pesche gialle adatte al vino!  Se non siete campani, aimè farete fatica a comprendere il biobaletano, che è un idioma personalizzato dal fruttivendolo ambulante più simpatico che io conosca. Sono di parte? Un pochino sì, sarà che mi porta le banane acerbe che tanto mi piacciono, o che mi racconta sempre strani aneddoti della sua vita, o che sdrammatizza situazioni ed eventi della vita, difficili da digerire per qualsiasi altro. Ho pensato anche che la prossima volta che verrà, cercherò di registrare il suo mantra, che cambia sempre, a seconda della frutta o della verdura che ha a disposizione sull’ape car. Lui elenca al megafono i prodotti che ha portato in quell’occasione, ovviamente in dialetto, ne nomina due, al massimo tra alla volta ed usa un tono cantalenante, li ripete talmente tante volte che arrivi al punto che anche se non avevi intenzione di comprare nulla, ti viene la voglia di uscire a dare un’occhiata alla frutta che ha portato. Spesso mi fa provare la frutta, quando mi vede indecisa, magicamente spunta un coltello che è impilato sotto una cassetta e non so come fa a ricordarsi sempre quale cassetta sia, e mi taglia uno spicchio di mela o un’arancia e me li porge per farmeli assaggiare. Non so come la vedete voi, ma a me questo gesto mi fa sempre sorridere e pensare che ci vorrebbe un Biobà per ognuno di noi.

Reflex blinks SPECIALE: Faces

Inaspettati messaggeri riecheggiano pro-gettate intenzioni

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Il Vocaboletano – #32 – Il rattuso

Shock Anafilattico

L’estate sta finendo ma il caldo perdura e bisogna star più leggeri possibile col vestiario. Ma fate attenzione a non incontrare gli sguardi di un rattuso!

Riconoscerlo è facile. È colui che osserva con fare malizioso e libidinoso e non si fa scappare nessuna ragazza che entra nel suo campo visivo. Non è un semplice voyeur: pur potendo anche tramutarsi in un guardone, il rattuso non è interessato a spiare le attività sessuali altrui. A lui basta anche una apertura tra due bottoni di una camicetta per lanciare il suo sguardo telescopico da camaleonte e “godere della vista”.

Molto spesso al termine rattuso viene accostato l’aggettivo vecchio, perché molto spesso i rattusi sono uomini dai 50 in su che gettano un occhio sulle ragazze giovani. Non è inusitato però dare del rattuso anche a chi frequenta una ragazza più giovane, ad esempio un 30enne con una 18enne, sottolineando…

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