Serve pensare?

Il ventilatore nel suo movimento vorticoso fa muovere i fogli sparpagliati sul letto, ho appena consegnato un lavoro e non ho voglia di riordinare.

L’estate non mi piace, ma forse non è un mistero per chi mi conosce davvero, ma c’è qualcuno che mi conosce davvero? Non credo. Siamo un campo troppo vasto per poter essere davvero conosciuti da qualcuno e la vita mi ha insegnato che in realtà conosciamo ben poco di chi ci sta vicino, di chi amiamo, forse conosciamo solo quello che ci assomiglia, quello che capiamo o quello che vogliamo cogliere dell’altro. Ma ci serve conoscere l’altro?  Il telefono squilla, ma non rispondo, non ho voglia di parlare, di rispondere a domande, di ascoltare. Ultimamente è diventato difficile offrire il servizio di sfogatoio agli altri, ho troppi demoni che si muovono dentro e non riesco a sentire neppure la mia voce.

Il titolo di questo post è una domanda che mi hai fatto tu, dopo che io ti avevo detto che ero pensierosa.

“Serve pensare?” ti sei messo d’accordo con Osho, perchè lo stesso giorno in cui tu mi hai fatto questa domanda, mi è arrivata in posta una riflessione di Osho, da cui estraggo queste parole :

“La vita e’ un mistero non accessibile a coloro
che vogliono sempre analizzare,selezionare.
E’ invece un mistero accessibile a coloro innocenti,
che sono disposti ad innamorarsene, e  danzare con lei.”

Ecco la risposta a tutto,  sono fottuta proprio fottuta! Non c’è proprio scampo per una come me. Io non ti ho saputo rispondere, ti ho solo scritto: “già.” che stava a significare: hai ragione, non serve pensare, ma io continuo a farlo sbagliando, again and again and again.
Ora è proprio A forest che mi risuona dentro, allora accendo lo stereo e metto su il cd dei Cure, e canto a squarciagola come se volessi che queste parole arrivassero a quella me che è morta e sepolta da anni. Questa canzone sa di inverno, sa di Giulio, dei baci rubati e mordicchiati, delle anime vibranti che eravamo io e lui. Sa di un inverno che non c’è più.

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Il male del settimo giorno sempre in agguato

Settimo giorno, ormai quasi alla fine e non è che le cose siano cambiate, dai mesi e dagli anni scorsi, continuo ad essere afflitta da  quel magone del male del settimo giorno. Cerchiamo di trovare delle note positive in questa domenica di maggio, se ce ne sono.

Il cielo di questi giorni ha un colore che non riesco a decifrare, mi mette ansia, ma questo non è un segno di spunta, ma una X, bella grossa. Ma non sto ricorrendo a nessun ansiolitico che possa alleviare le mie pene e la mia insonnia, questa prendiamola come una cosa buona.

Oggi sono stata invitata ad un matrimonio per il 29 luglio, in Lucania, questa potrebbe essere una nota positiva,  considerando il luogo, ma se non consideriamo il periodo in sè, ossia piena estate, caldo, ed io odio il caldo e se non consideriamo che non è che io sia una fan dei matrimoni e di tutto quello che essi prevedono, ossia vestito, viaggio, tacchi scomodi, gente che non vedi da una vita che ti tempesterà di domande, e poi e poi…

La nota positiva, e quì il segno di spunta supererebbe la grandezza della pagina, è che coloro che si sposano hanno superato entrambi un sacco di casini prima di ritrovarsi, dopo anni ed anni..si son ritrovati adesso, quando nessuno dei due ci credeva ormai più. Per una come me,  che ormai nell’amore non ci crede più, non è una lieta notizia? Direi proprio di sì. Mi vengono quasi gli occhi lucidi a pensare che qualcuno ancora riesce a spuntarla in questa vitaccia e che possa amarsi così, nel modo in cui loro due si amano.

A cercare altri spiragli posso dire che le rinunce continuano alla grande, mi sento in grandissima crisi di astinenza da tutto, ma resisto. Non sono ancora da ricovero o da degenza a villa Quiete, ma quasi.  E proprio per dimostrarvi la mia buona volontà nel voler resistere ed insistere, vi lascio la foto dell’ultima cosa che ho bevuto prima di iniziare il mese di purificazione. Un Moscow mule da paura! Solo a veder la foto che ho scattato mi viene voglia di accendermi una sigaretta, ma ovviamente non lo farò. Altrimenti chi li sente Almo e Frida con la storia della loro vasca nuova, starebbero a rinfacciarmi un’ennesima mancata promessa per altri tre anni.

moscow mule

 

 

Quello che non c’è

Non so se vi è mai capitato di credere in qualcosa, in qualcuno e di scoprire dopo tempo, che non avevate capito un bel niente. E di ritrovarvi a guardare ad una persona, a dei fatti, ad un vissuto, ad un sentimento e sentirvi dei perfetti idioti senza speranza. Perchè quella persona non era affatto quella che vi aveva fatto credere di essere (per anni). Che quel che provava non esisteva e che quindi forse mai era esistito (forse, ma ormai non so più nulla). Ci son persone che non pensano alle conseguenze delle loro azioni, ma che vanno avanti come dei caterpillar e non si interessano minimamente se con le loro azioni, con le bugie, con le omissioni, con le vigliaccate ti stanno distruggendo, facendo letteralmente a pezzi. Perchè quello che so io è che il disgregamento di qualcuno parte proprio da dentro, uno ti punta al cuore e spara. Se forse si è reso conto di non aver preso bene la mira, allora ritorna indietro e ritenta, corregge il tiro e stavolta ci riesce. Bum!
Ti fa fuori e si lancia con trepidazione in una nuova vita, dove tu non esisti più, nel caso ve lo foste dimenticati, io sono morta. E no, devo ammettere che alcuni proprio non ci pensano al fatto che il loro agire vuol dire distruggere la vita di qualcun altro. Ma in fondo che se ne fregano? tanto loro stanno vivendo adesso il loro momento splendido, e neanche ci pensano al fatto che hanno ucciso qualcuno. Se ci penso oggi e ci ripenso domani, il risultato non cambia, i fatti sono fatti e il nastro non si può riavvolgere. Forse se fossi stata più attenta, meno partecipe, meno coinvolta, meno Marilù, forse a quest’ora non sarei morta. Ma questo non è un film, è vita vera ed io non sono brava a prevedere a manipolare, a fare la stratega. E soprattutto non sono brava a non essere me. Sono come sono e adesso anche se non sono, so di poter dire ad alta voce: vaffanculo! A tutti quelli che non ci pensano prima di sparare.

Velo

Quando Giorgio riceve la telefonata del domestico è al pc. Sta compilando la scheda di un paziente in dimissione e sbaglia alcuni dati. Una lacrima svirgola dall’occhio sinistro e si fa strada sul volto, mentre la barba resta incolta e ignorante del dolore che prova Giorgio alla notizia che la madre è in fin di vita. Raccoglie dei documenti dal cassetto e corre in Amministrazione per chiedere un permesso, subito accordato. Il filo di fumo non ha fretta di lasciare il pianeta. Sale con lentezza verso la confusione alle molecole d’aria. Quel paio di jeans non raccontano tutto di Silvia. Lui continua a guardarla camminare col culo timido, di chi accoglie clienti clandestinamente, in casa, per pagarsi le bollette e gli studi fuori corso. E’ un paradiso provvisorio che offre senza partecipare. Fa svuotare i clienti della propria rabbia e neanche li abbraccia. Si chiude in bagno e si lava con tale violenza da strappare lembi di pelle limpida e sporca. Le banconote sul comodino sono messaggi di non amore lasciati in silenzio. Briciole di rabbia e abitudine al nulla che attornia le cose. Giorgio ha sentito il profumo di Silvia nella scia del passaggio. Una camicetta dal bottone malandrino gli ha lasciato vedere un lembo di reggiseno nero. Ha avuto un flash: la domestica del palazzo. Lui bambino. Lei si piegava ad allacciargli le scarpe e lui affondava gli occhi in quel petto stretto nel pizzo nero. Le donne di Giorgio avevano avuto storie labirintiche. Essendo sentimentalmente precario, non approfondiva l’idea di fedeltà e costanza e cura. Restava custode di un vento casuale. Appoggiato ai movimenti del cuore senza tregua. Gli anni del liceo erano stati i più complicati. Le voci che giravano nel paese. Le amicizie prevalentemente maschili. I capelli non più corti. Le risatine al suo passaggio dal bar. I pantaloni stretti che lo fasciavano al cammino. Soltanto sua madre pianse in silenzio quando decise di andar via. La villa lo lacerava ancora nel profondo. I giochi proibiti che il padre gli aveva insegnato erano svaniti in pozze di dolore e sangue raffermo della memoria. Quella madre che ora attendeva nella pensilina del tempo il suo ultimo viaggio. Giorgio aveva saputo di Silvia da un collega della clinica. Ne aveva elencato le performances come si trattasse di una macchinetta a monetine: infili e ottieni il prodotto richiesto. Senza resto. “Quanto ti serve per una trasferta di due giorni?”. “Come, scusi?”. “Non mi va di perdere tempo. Osvaldo mi ha detto che potresti anche spostarti da casa”. “Mille e niente baci sulla bocca”. “Bene. Vuoi un anticipo?”. “Certo. La metà”. “Sono 4 e 50, possono bastare?”. “Bastano. Quando si parte?”. “Fra un’ora. Passo a prenderti. Vèstiti elegante”. “Cos’è, una festa con orgia finale?”. “Non proprio. Devo presentarti come mia fidanzata”. “Allora c’è un supplemento”. “Pure?! Ne parliamo dopo, dai. Mandami un messaggio con l’indirizzo”. “Osvaldo non te l’ha detto?”. “Mi ha spiegato la strada, ma si è confuso con le piazzette”. “Devo portare la bambina dai nonni e mi preparo. A dopo”. “Ciao”. La città ha vestiti di noia e silenzi ubriachi. Lampade di disordini malfermi. Sessanta minuti scivolano nell’olio del caso. La fretta fa un giro d’orologio e ritorna. Silvia è una finta serenità che gli siede accanto. Ha messo un profumo diverso dal mattino. O è una sensazione di volontà che la dipinge mutata. “Allora, questa festa? Dov’è? Dimmi”. “Mia madre sta morendo e voglio salutarla mostrandole che non sono da solo”. “E ti porti una puttana scadente? Ma che fantasia! Fermati all’angolo, devo prendere le sigarette”. Il fumo. Un ricordo quasi cancellato dalle labbra di Giorgio. “Se ti arriva la multa per eccesso di velocità, io non c’entro niente”. “Tranquilla. Ho voglia di arrivare presto”. “Io mi faccio una dormita. Svegliami quando arriviamo”. La solitudine, compagna preferita, aveva un vestito scuro fra il nero notte e il blu profondo. Raggomitolata sul sedile accanto al suo. Memorie di corpi intrecciati nella velocità del sesso condiviso. Pelle odorosa di tabacco. Sudore sfiorato dal vento. L’asfalto si nasconde sotto le ruote e scompare. L’ingresso della villa è aperto. I colori del tramonto ricamano colonne e capitelli. Un dolore rinnovato squarcia il petto di Giorgio. Le scale a doppia balaustra. Le finestre sul giardino. I suoni della nostalgia. Gli occhi di Gustavo incontrano per un millisecondo le pupille rancorose del figlio, che diventano dolciastre nell’abbraccio materno. La maschera dell’ossigeno filtra la voce e il sorriso, tenue. Intanto Gustavo, con un possente sorriso, si presenta a Silvia e fa da guida turistica nella propria dimora storica. Giorgio ricorda ogni oggetto della stanza che ora è un sudario in anticipo. Le cornici dei quadri, le tende alle finestre, le poltrone. Tutto lo inchioda al passato. Come un respiro che non nasce, una lama di luce che resta inespressa. Accorre il medico. Il suo sguardo si fa comunicatore del presagio che prende corpo. La stretta delle dita diventa assente. Il capo si sposta sulla sinistra. Morbido. Soffice. Giorgio è una pietra che fa passi nell’eco dei passi. Stanze vuote di vita. Cromìe impolverate. Foto sbiadite. Tira su col naso. Occhi rossi di contorno. Il legame unico con quei corridoi è svanito. Esce sulla scala a doppia balaustra per dare fiato al blocco dei sensi. Dietro le tende chiare della “Stanza degli arazzi” vede il padre dimenarsi dietro Silvia, stesa sul letto a mordere il cuscino. Vede se stesso. Stesso cuscino, lacrime da bambino. Un urlo agghiaccia il cielo del momento. Il sole si ferma a guardare, poi ricomincia a morire. Gustavo accorre all’urlo. Gli occhi si incontrano. Rabbia contro rabbia. Silenzio contro silenzio. Silvia esce dalla stanza coi capelli arruffati. Abbottona il vestito nella corsa. Giorgio prende un foglio dal taschino della giacca. Lo apre e lo sbatte in faccia al padre. Silvia riconosce il logo della clinica. Prende il foglio. Urla ingoiate dalle lacrime impastano nella mano quel foglio. “Cosa c’è scritto?” balbetta Gustavo. “Che la qui presente signorina ha fatto le analisi nel mio laboratorio ed ha appena scoperto di avere l’Aids. E anche tu, paparino caro”.

Alessandro Errico

P.s. vorrei ringraziare Alessandro per arricchire questo postaccio con i suoi intensi racconti, grazie Ale!

Sono morta e lo so.

Oggi non mi capisco, ho uno di quegli stati d’animo che danno fastidio principalmente a me, ma forse anche alle persone che mi sfiorano, e nel momento in cui ne sento l’odore, so già che è tardi. Che è arrivato e che non posso fare altro che arrendermi ad esso. Piegarmi.
Non capisco le persone. Credevo di aver capito qualcosa, ma ogni giorno la vita mi ricorda che non ho capito un cazzo di niente.
E se devo dirla tutta,non me la passo tanto bene. Ma mi ripeto: fai finta che va tutto bene.
Ma che senso ha tutto questo? Per chi? Per cosa?
Visto che bene non va ed è già tanto tempo che è così. Posso dirvi il giorno esatto in cui sono morta. Posso dirvi l’ora, che luce c’era intorno a me, le persone che ho intravisto un attimo prima di schiantare. Me lo ricordo bene il giorno in cui sono morta. E non riesco a scrollarmi da dentro nessuna sfumatura di quel giorno.
Ricordo ogni particolare di quella giornata, nei minimi dettagli. E ricordo che quando avevo 16 anni in una delle tante conversazioni col mio padre spirituale, lui di punto in bianco mi chiese: hai mai ucciso qualcuno? Ed io stavo guardando fuori dalla finestra, guardavo nel cortile un gruppo di ragazzi che giocava a palla a volo e a queste parole, mi ridestai di colpo e gli risposi: credo di no.
E lui mi guardò con sguardo serio e mi disse: puoi uccidere qualcuno anche nell’anima, non si uccide solo eliminando il corpo.
All’epoca queste parole rimasero ferme lì, in quell’aula del terzo piano, appoggiate a quel banco baciato dal sole e a quella ragazza che ancora non sapeva cosa sarebbe accaduto dopo e che a distanza di tempo, quelle parole avrebbero avuto un senso, sarebbero diventate carne. La mia. E che si può uccidere sì. Ma si può anche essere uccisi. Da un insospettabile.
Ma può succedere ve lo assicuro. E quando succede non si può fare nulla, se non accettare di non esserci più e di essere diventati qualcos altro, qualcun altro.
Forse.