King of Pain

There’s a little black spot on the sun today, that’s my soul up there
It’s the same old thing as yesterday, that’s my soul up there….

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Autunno d’ anima

Ho gli occhi aperti ma non sono sveglia del tutto, le farfalle di legno appese al soffitto sprigionano un suono che si accorda perfettamente al mio stato d’animo attuale, questo accade quando c’è un filo di vento che le fa danzare e che allo stesso tempo fa ondeggiare l’acchiappasogni facendolo suonare a sua volta, e in questo caso il suono è tintinnante, sembra quasi dirmi: hey svegliati! è pomeriggio, è vita, da qualche parte è vita!

Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario, mi trovo imbarazzata, sorpresa, ferita, per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare nè so fare domande. Le parole di Pasolini ritornano ciclicamente a descrivere un pò di me, mentre scalza, faccio la gincana tra i disastri interiori e l’incombere umorale che si frantuma, per poi prendere di nuovo forma e forza e travolgermi ancora una volta. Non mi difendo. Perchè sarebbe un difendermi da me stessa. Non mi riconosco. Non riconosco questo tempo e neanche questa vita. Forse dovrei solo placarmi. Un attimo, arrendermi al fatto che nulla andrà meglio di come è ora. Non sono felice, ma questo non è un problema, non sono serena e questo può diventare un problema. Non ho voglia di parlare, se non, con poche persone, di cosa poi? La rabbia si sbriciola, il dolore diventa cemento, un pò come quello che chiamano cuore, il mio di sicuro non so più dove sia, cosa sia. Ma tutto questo ha un senso? Credo di no. L’ultima volta che ho visto il mio doc, era inverno, ricordo che indossavo una gonna scozzese gialla e nera e che quando mi ha parlato di Consapevolezza, ho iniziato a piangere a dirotto, mentre lui è rimasto lì, in silenzio, come per dare spazio anche alle mie lacrime, per non disturbarle con parole, altre parole, ormai inutili e superflue. Quando ho lasciato quella stanza, sapevo dentro di me che non ci sarei più andata. E così è stato. A ripensarci ora mi rendo conto che affronto male le cose, soprattutto quelle che mi fanno male. Arrivo tardi a tutto, ad ogni verità. Si può dire che non capisco mai nulla davvero, non mi accorgo che le persone mi mentono, non mi accorgo che mi stanno facendo a pezzi, non so esattamente quando è il momento di dire basta e di tagliare rapporti, con gente,  col passato, con la testa, coi ricordi, con tutto. Sarebbe bello poter aprire gli occhi e vedere che le cose forse possono cambiare. Che da qualche parte un posto anche per una scombinata come me, possa esserci. Un posto in cui sostare, un posto senza dolore.

Chissà invece lui cosa stava pensando quando mi ha guardata così, con quegli occhi immensi.

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Io non sto sul pezzo!

La settimana scorsa è stata la mia settimana del sociale. Che vuol dire?  Vuol dire solo che sono uscita sei sere su sette.  Che non è nulla di che per una persona normale (per quel che normale può definirsi), ma  per un’orsa come me, che ha sposato da tempo la sua buddhità, vi assicuro che è un caso eccezionale e raro.  Ho detto sì ad ogni tipo di proposta che mi è stata fatta,  da ben sei persone diverse, e non ho polemizzato, non ho trovato scuse, non ho opposto resistenza, non mi sono tirata indietro, ma sono stata una Yes woman coi fiocchi!  Jim Carrey sarebbe stato fiero di me. E poi non venitemi a dire che sono un’asociale! perchè così mi viene detto il più delle volte e non solo questo, ma anche:

Non esci mai.

Ma da quanto tempo non metti piede fuori di casa?

Sei troppo bianca! (e anche questa è una colpa, perchè vuol dire che non prendo il sole e se non mi espongo al sole, vuol dire che non esco!)

Ma perchè non esci?

Non sei propositiva, non ti confronti con nessuno, non vivi Marilù!

E mangia un’emozione!

Che è una delle frasi che più odio in assoluto, dopo ovviamente:

Non stai sul pezzo!

frase strausata ormai da chiunque, che mi fa accapponare la pelle, insieme ad una sfilza di altri termini e modi di dire che vengono sputati  addosso come fossero fiori in regalo.

E in una delle sei fatidiche sere, c’è stata una piccoletta che mi ha chiesto: zia guardiamo il piccolo Lord? Ed io ovviamente ho detto di sì.  Anche se ne avrei volentieri fatto a meno. Ma voi ve lo ricordate questo film? Era un secolo che non lo guardavo, e la bimba mi faceva anche delle anticipazioni sulle scene che sarebbero venute dopo, e ciò mi ha fatto pensare che lo avesse già visto innumerevoli volte e la cosa per me risulta alquanto preoccupante. Se sono sopravvissuta al Piccolo Lord e ad una settimana del sociale, non mi meraviglio che al settimo giorno le crepe si sono aperte tutte e quello che ne è uscito è stata la verità che mi porto dentro ogni fottuto giorno. Quella sensazione di essere fuori posto sempre e comunque e per quanto io possa provare ad adattarmi a questa vita,  lei continua a stridere anche quando gli altri non ne sentono il rumore assordante. Ma esiste  una cuffia antirumore  per lo stridore della vita e della propria anima?

Sono morta e lo so.

Oggi non mi capisco, ho uno di quegli stati d’animo che danno fastidio principalmente a me, ma forse anche alle persone che mi sfiorano, e nel momento in cui ne sento l’odore, so già che è tardi. Che è arrivato e che non posso fare altro che arrendermi ad esso. Piegarmi.
Non capisco le persone. Credevo di aver capito qualcosa, ma ogni giorno la vita mi ricorda che non ho capito un cazzo di niente.
E se devo dirla tutta,non me la passo tanto bene. Ma mi ripeto: fai finta che va tutto bene.
Ma che senso ha tutto questo? Per chi? Per cosa?
Visto che bene non va ed è già tanto tempo che è così. Posso dirvi il giorno esatto in cui sono morta. Posso dirvi l’ora, che luce c’era intorno a me, le persone che ho intravisto un attimo prima di schiantare. Me lo ricordo bene il giorno in cui sono morta. E non riesco a scrollarmi da dentro nessuna sfumatura di quel giorno.
Ricordo ogni particolare di quella giornata, nei minimi dettagli. E ricordo che quando avevo 16 anni in una delle tante conversazioni col mio padre spirituale, lui di punto in bianco mi chiese: hai mai ucciso qualcuno? Ed io stavo guardando fuori dalla finestra, guardavo nel cortile un gruppo di ragazzi che giocava a palla a volo e a queste parole, mi ridestai di colpo e gli risposi: credo di no.
E lui mi guardò con sguardo serio e mi disse: puoi uccidere qualcuno anche nell’anima, non si uccide solo eliminando il corpo.
All’epoca queste parole rimasero ferme lì, in quell’aula del terzo piano, appoggiate a quel banco baciato dal sole e a quella ragazza che ancora non sapeva cosa sarebbe accaduto dopo e che a distanza di tempo, quelle parole avrebbero avuto un senso, sarebbero diventate carne. La mia. E che si può uccidere sì. Ma si può anche essere uccisi. Da un insospettabile.
Ma può succedere ve lo assicuro. E quando succede non si può fare nulla, se non accettare di non esserci più e di essere diventati qualcos altro, qualcun altro.
Forse.