Sonata in Do di Petto

Sono in ufficio, e mi sto ritagliando il mio piccolo spazio per oggi. Gli altri colleghi sono tutti euforici per scadenze varie di progetti, io vorrei solo essere il più lontano possibile da quì, magari su una montagna, da sola. Ieri penso di aver raggiunto l’apice dell’incazzatura. Almeno di questo periodo, perchè ho fatto di molto, ma molto peggio. A volte quando urlo durante qualche litigio, mi capita dopo di aver così male alla gola, da accorgermi solo in quel momento di quanto male ho fatto a me stessa a perdere le staffe e non solo a me ovviamente. Si litiga sempre con qualcuno, certo quel qualcuno potrei essere anche io, cosa che accade spesso. Solo che se litigo con me stessa, non urlo, rimango in silenzio o piango. Ieri ho dato un Do di petto, ma non solo ieri, mi capita a periodi, arrivano momenti in cui la mia buddhità evapora come se non fosse mai esistita. Non mi piaccio quando accade. Questa parte di me non mi piace affatto. Ho una lista chilometrica di cose che non mi piacciono di me ed elencarle tutte non cambierebbe la realtà dei fatti. Al posto della mia esibizione nella sonata in Do di petto, avrei preferito cantare l’ave Verum al duomo ed usare la mia voce per qualcosa di bello. Non mi sopporto quando perdo le staffe. In passato ho fatto delle cose di cui non vado fiera, guidata dalla rabbia, ma poi con gli anni ho iniziato a lasciar andare, a lasciar correre certe cose, a lasciarle completamente scivolare via, a non sbottare per una pressione o per un’ingiustizia o per un dolore. Ho incassato tanto in dolore e delusione, ma so anche che non è che abbiamo un serbatoio interiore che ci avverte che siamo pieni e che quindi altra merda non ne possiamo più ricevere, quella non ha limiti purtroppo, certa gente è nata proprio per generare merda e per gettarla nella vita degli altri. Io non sono un agnellino, ma cerco almeno di non maltrattare le persone gratuitamente, di non calpestarle, di non ferirle, di non usarle. In questi giorni ho parlato pochissimo. Come se avessi perso le parole, che si sono assottigliate fino a trasformarsi in muto silenzio. Quando divento così silenziosa, c’è sicuramente qualcosa che non va. C’è una parte di me impigliata da qualche parte e tutto il resto di me si muove nel quotidiano come sempre. Le persone pronte ad ascoltarci sono poche o anzi, forse nel mio caso non ce ne sono. Allora è meglio tacere.

Mare dentro

ma mere

E’ lo specchio del mio dentro di questo periodo. Agitato, sommerso, risucchiante, tempestoso. E tu che pensavi che il mare non mi piacesse…quante cose non hai conosciuto di me. Adesso ci passo quasi ogni giorno a salutarlo il mare, come un amico lontano, che si ritrae e poi avanza, dispettoso e inaspettato, sempre diverso, non è mai lo stesso, mai. Un pò come siamo noi umani, sempre diversi da come ci vedono gli altri, a volte irriconoscibili anche a noi stessi. Come la me di adesso.

 

 

Io non sto sul pezzo!

La settimana scorsa è stata la mia settimana del sociale. Che vuol dire?  Vuol dire solo che sono uscita sei sere su sette.  Che non è nulla di che per una persona normale (per quel che normale può definirsi), ma  per un’orsa come me, che ha sposato da tempo la sua buddhità, vi assicuro che è un caso eccezionale e raro.  Ho detto sì ad ogni tipo di proposta che mi è stata fatta,  da ben sei persone diverse, e non ho polemizzato, non ho trovato scuse, non ho opposto resistenza, non mi sono tirata indietro, ma sono stata una Yes woman coi fiocchi!  Jim Carrey sarebbe stato fiero di me. E poi non venitemi a dire che sono un’asociale! perchè così mi viene detto il più delle volte e non solo questo, ma anche:

Non esci mai.

Ma da quanto tempo non metti piede fuori di casa?

Sei troppo bianca! (e anche questa è una colpa, perchè vuol dire che non prendo il sole e se non mi espongo al sole, vuol dire che non esco!)

Ma perchè non esci?

Non sei propositiva, non ti confronti con nessuno, non vivi Marilù!

E mangia un’emozione!

Che è una delle frasi che più odio in assoluto, dopo ovviamente:

Non stai sul pezzo!

frase strausata ormai da chiunque, che mi fa accapponare la pelle, insieme ad una sfilza di altri termini e modi di dire che vengono sputati  addosso come fossero fiori in regalo.

E in una delle sei fatidiche sere, c’è stata una piccoletta che mi ha chiesto: zia guardiamo il piccolo Lord? Ed io ovviamente ho detto di sì.  Anche se ne avrei volentieri fatto a meno. Ma voi ve lo ricordate questo film? Era un secolo che non lo guardavo, e la bimba mi faceva anche delle anticipazioni sulle scene che sarebbero venute dopo, e ciò mi ha fatto pensare che lo avesse già visto innumerevoli volte e la cosa per me risulta alquanto preoccupante. Se sono sopravvissuta al Piccolo Lord e ad una settimana del sociale, non mi meraviglio che al settimo giorno le crepe si sono aperte tutte e quello che ne è uscito è stata la verità che mi porto dentro ogni fottuto giorno. Quella sensazione di essere fuori posto sempre e comunque e per quanto io possa provare ad adattarmi a questa vita,  lei continua a stridere anche quando gli altri non ne sentono il rumore assordante. Ma esiste  una cuffia antirumore  per lo stridore della vita e della propria anima?

Sono morta e lo so.

Oggi non mi capisco, ho uno di quegli stati d’animo che danno fastidio principalmente a me, ma forse anche alle persone che mi sfiorano, e nel momento in cui ne sento l’odore, so già che è tardi. Che è arrivato e che non posso fare altro che arrendermi ad esso. Piegarmi.
Non capisco le persone. Credevo di aver capito qualcosa, ma ogni giorno la vita mi ricorda che non ho capito un cazzo di niente.
E se devo dirla tutta,non me la passo tanto bene. Ma mi ripeto: fai finta che va tutto bene.
Ma che senso ha tutto questo? Per chi? Per cosa?
Visto che bene non va ed è già tanto tempo che è così. Posso dirvi il giorno esatto in cui sono morta. Posso dirvi l’ora, che luce c’era intorno a me, le persone che ho intravisto un attimo prima di schiantare. Me lo ricordo bene il giorno in cui sono morta. E non riesco a scrollarmi da dentro nessuna sfumatura di quel giorno.
Ricordo ogni particolare di quella giornata, nei minimi dettagli. E ricordo che quando avevo 16 anni in una delle tante conversazioni col mio padre spirituale, lui di punto in bianco mi chiese: hai mai ucciso qualcuno? Ed io stavo guardando fuori dalla finestra, guardavo nel cortile un gruppo di ragazzi che giocava a palla a volo e a queste parole, mi ridestai di colpo e gli risposi: credo di no.
E lui mi guardò con sguardo serio e mi disse: puoi uccidere qualcuno anche nell’anima, non si uccide solo eliminando il corpo.
All’epoca queste parole rimasero ferme lì, in quell’aula del terzo piano, appoggiate a quel banco baciato dal sole e a quella ragazza che ancora non sapeva cosa sarebbe accaduto dopo e che a distanza di tempo, quelle parole avrebbero avuto un senso, sarebbero diventate carne. La mia. E che si può uccidere sì. Ma si può anche essere uccisi. Da un insospettabile.
Ma può succedere ve lo assicuro. E quando succede non si può fare nulla, se non accettare di non esserci più e di essere diventati qualcos altro, qualcun altro.
Forse.