Cosmopolis

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“Il futuro è sempre qualcosa di integro e uniforme. Nel futuro saremo tutti alti e felici, – disse lei. – Ecco perchè il futuro fallisce. Fallisce sempre. Non potrà mai essere il luogo crudele e felice in cui vogliamo trasformarlo.” pg 79

In Cosmopolis Delillo offre saggio della sua limpida capacità di creare e ricreare mondi. Il libro, all’apparenza snello, è invece denso e multiforme.
Scrittura postmoderna direbbe qualcuno. Oppure molto di più. Sembrerebbe Delillo abbia lavorato per sottrazione, inserendo scarni ma ramificati periodi che tracciano, come un
delta di un fiume, numerosi percorsi e sottotracce. Ci sono frasi beffarde che nella loro ineffabile bellezza rimangono cristallizzate in attesa di essere riscoperte. Ci sono spunti di riflessioni lanciati come coltelli roteanti. Ci sono ipotesi e suggestioni, ci sono manie e pericolosi abissi aperti sul nulla. C’è il nulla appunto che rivaleggia col tutto. Ed il tutto è stanco, vuoto e già visto. Il nulla è affascinante, invitante e trasgressivo. Ci sono tutte le sensazioni, anche quelle mai provate e da provare. Ci sono cortocircuiti mentali ed ossimori a cui non c’è scampo. Ci sono koan, ci sono stranezze ed inestricabili percorsi fra sinapsi. E’ una lettura che non lascia indifferenti.
Il libro scava, non offre facili certezze, insinua molti dubbi e perplessità.
E’ davvero questo tutto quello che siamo riusciti a fare?
Una città-mondo pronta a collassare?

Fabry

Ringrazio il mio amico Fabry per il suo contributo al mio blog e non solo per questo, lui lo sa.

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Trilobiti 219# Cosmopolis

Ultimamente ho un po’ trascurato questa rubrica, ma mi propongo per il nuovo anno di dedicarle il giusto tempo.
Ultimo libro che ho letto è Cosmopolis di Don DeLillo, ed è proprio da questo libro che ho estrapolato il trilobita di oggi.

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“Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole.
Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio. Leggeva scienza e poesia. Gli piacevano le poesie scarne, collocate minuziosamente nello spazio bianco, file di tratti alfabetici impressi a fuoco nella carta.
Le poesie lo rendevano cosciente del proprio respiro. L’essenzialità della poesia gli rivelava in un attimo cose che normalmente non notava. Questa era la sfumatura di ogni poesia, almeno per lui, di notte, in quelle lunghe settimane, un respiro dopo l’altro, nella stanza ruotante in cima all’appartamento a tre piani.
Una notte cercò di dormire in piedi, nella sua cella di meditazione, ma non ci riuscì, non era un vero adepto, non era un monaco. Aggirò il sonno e si arrotondò in posizione di equilibrio, una calma senza luna, in cui ogni forza veniva bilanciata da un’altra. Fu un sollievo brevissimo, una piccola pausa nell’agitarsi di identità irrequiete.”