Il Vocaboletano #37 O’ Manastar’

La parola di stasera racchiude in sè molti altri vocaboli. Tenete conto del fatto che Vocaboletano non  è solo napoletano, ma dialetto campano e quindi sicuramente alcuni di voi, anche partenopei, troveranno delle lievi o marcate differenze nelle parole che vi elencherò stasera,  delle differenze da quelle che magari pronunciate voi abitualmente, ma come ho già detto all’inizio di questa rubrica, il nostro dialetto è dinamico, vivo, vibrante e cambia da paesino a città, e da città a città. Torniamo al nostro vocabolo: è o’ manastar’ ossia: il minestraio, colui che vende gli ingredienti per fare una minestra: il fruttivendolo.  Questo post vi aiuterà a muovervi agilmente nel reparto delle verdure e della frutta del supermecato, tra i banchi coloratissimi di qualsiasi mercato di frutta. Adesso armatevi di taccuino e prendete nota, perchè sto per elencarvi alcuni dei prodotti che comunemente cercate da un fruttivendolo, ma vi nominerò solo quelli che hanno un nome diverso da quello originale dell’italiano. Siete pronti?

Arancia: o’ purtuall’

Fragola: a’ fravl

Ciliegia: a’ cirasa

I broccoli: e’ vruoccule

il cavolfiore: o’ cavlicior

la carota: a’ pastanaca

la melenzana: a’ mulignana

il peperone: o’ puparuolo

il peperoncino: a’ papacchiella

il sedano: l’accio

il melograno: o’ granata, si chiama così forse per via del colore o anche dei chicchi che sembrano come quelli del grano.

il cachino: o’ lignisanto

le zucchine: e’ cucuzzielli

la zucca: a’ cucozza

il basilico: a’ vasinicola

il pomodoro: a’ pummarola

i fagioli: e’ fasul’

la pesca: a’ parcoca

i ceci: e’ ciceri

Al momento non ricordo altre parole particolarmente ostiche da pronunciare. Penso di avervi nominato le più complicate, ma da questo momento sarà per voi una passeggiata poterle pronunciare con fierezza dal vostro fruttivendolo di fiducia, che ovviamente a meno che non abbia delle origini campane, penserà che siete impazziti! Nella speranza di non avervi tediato troppo auguro una Buona serata a tutti!

P.s. questo post lo dedico al mio fruttivendolo ambulante di fiducia, a Biobà.

 

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Il Vocaboletano – #35 – ‘o turzo

Il termine di questa settimana è o’ turzo: il cui significato oscilla tra lo sciocco, lo stupido, qualcosa di completamente inutile, anzi da scartare come il torsolo di un frutto o il gambo di un ortaggio, in napoletano infatti ‘o turzo non è solo il torsolo di cavolfiore o di broccolo, ma è anche  il residuo di un fuoco d’artificio, o anche un ciocco di legno. Dalle mie parti si è soliti definire  qualcuno che è poco socievole e poco adatto a fare qualsiasi cosa, come  ‘o turzo ‘e penniello, ossia ciò che resta di un pennello da barba lungamente usato, perciò logoro ed inutile.

Pennello-1

Turzo viene dal latino tursus = stelo, gambo. Da turzo deriva un verbo a me molto caro, che è ‘nturzà. Ossia colpire con violenza; spingere dentro con forza, quindi picchiare.Se  ti hanno ‘nturzato di mazzate, vuol dire che ti hanno picchiato pesantemente.  Lo stesso verbo si usa anche  in riferimento a grandi abbuffate, quando ci si rimpinza di cibo, si suol dire che ci si sente ‘nturzati, dal troppo cibo ingerito.

Vi lascio la buonanotte e lascio il testimone al gatto-socio.

p.s. per gli audio, presto avrete una raccolta di tutti i vocaboli  in successione.

Il Vocaboletano – #32 – Il rattuso

Shock Anafilattico

L’estate sta finendo ma il caldo perdura e bisogna star più leggeri possibile col vestiario. Ma fate attenzione a non incontrare gli sguardi di un rattuso!

Riconoscerlo è facile. È colui che osserva con fare malizioso e libidinoso e non si fa scappare nessuna ragazza che entra nel suo campo visivo. Non è un semplice voyeur: pur potendo anche tramutarsi in un guardone, il rattuso non è interessato a spiare le attività sessuali altrui. A lui basta anche una apertura tra due bottoni di una camicetta per lanciare il suo sguardo telescopico da camaleonte e “godere della vista”.

Molto spesso al termine rattuso viene accostato l’aggettivo vecchio, perché molto spesso i rattusi sono uomini dai 50 in su che gettano un occhio sulle ragazze giovani. Non è inusitato però dare del rattuso anche a chi frequenta una ragazza più giovane, ad esempio un 30enne con una 18enne, sottolineando…

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Vocaboletano #31 ‘ntussecà

Eccoci ritrovati al consueto appuntamento con il corso intensivo di napoletano. La parola che è scelto per voi questa settimana è un verbo ‘NTUSSECA’,  che vuol dire letteralmente avvelenare, amareggiare, arrabbiare,  ma che essendo riflessivo diventa ‘ntussecarsi, ossia avvelenarsi,  quindi amareggiarsi, arrabbiarsi. Colui che che si avvelena è o’ ‘ntussecato, ma il risultato essendo un avvelenamento è o’ ‘ntussecamiento. Poi c’è un’ulteriore sfumatura che è:  o’ ‘ntussecuso : letteralmente è chi è facilmente irascibile, aspro nei modi e nelle maniere, sdegnoso, quando non velenoso. L’etimologia di ‘ntussecà può essere trovata nel latino in-toxicare che è formato da un in illativo + il sostantivo toxicum, di cui troviamo l’ evoluzione della x in ss; il basso latino toxicum(forgiato su un greco toxikòn)= veleno, ma pure rabbia, sdegno che è divenuto in napoletano tuosseco, ossia veleno. Una frase della cultura popolare del luogo in cui vivo è: ‘o tuosseco fà male ai sureci, che tradotto sarebbe il veleno fa male ai topi, il cui significato è: la verità fa male.

Questo termine lo avrete sentito in chissà quanti film o canzoni napoletane. Vi cito le prime che mi vengono in mente che sono Malafemmena scritta da Totò, il pezzo in cui troviamo il vocabolo è:

Femmena,
si tu peggio ‘e na vipera,
m’e ‘ntussecata l’anema,
nun pozzo cchiù campà.

Ossia :femmina, tu sei peggio di una vipera, mi hai avvelenato l’anima, non posso più vivere.

Poi non posso non citarvi una frase della canzone di Pino Daniele Ammore Scumbinato in cui dice:

‘A vita è ‘nu muorzo, nun me fà’ ‘ntussecà’, ossia: la vita è un morso (è breve), non farmi intossicare. Sempre di Pino Daniele vi riporto le parole  e il video di una canzone che è a me cara che è Je sto vicino a te.

Je sto vicino a te

cu ciento strilla attuorno

je sto vicino a te

fin’a che nun duorme

je sto vicino a te

pecché o munno é spuorco

e nun cercà’ ‘e sapè’

meglio che duorme

ma che parlamme a fà’

sempre de stesse cose

pe nce ‘ntussecà’

Son certa che tutti avete fatto ‘ntussacà a qualcuno o qualcuno ha fatto ‘ntussacà voi, ma ricordatevi che può sempre scattare un paliatone riparatorio! Buona serata a tutti!

Vocaboletano #29 a’ Pipita

Buonasera a tutti! Mentre la maggior parte di voi in questo momento è in vacanza, io e Gintoki abbiamo deciso di non abbandonarvi, ma di continuare con il Vocaboletano e di non farlo andare in vacanza, anche perchè è proprio  durante un viaggio o mentre siete rilassati in qualche località esotica che potrete sfoggiare la vostra conoscenza del nuovo idioma. La parola di stasera è come avete letto dal titolo: a’ pipita. La pronuncia è esattamente identica a come si scrive. E cosa vuol dire? Innanzitutto toglietevi dalla testa che abbia a che fare col nomignolo dato ad Higuaìn. Questa è tutta un’altra storia.

pipita s. f. [lat. *pipīta, alteraz. pop. di pituīta «muco, catarro; ascesso» (v. pituita)]. – Malattia degli uccelli (nota spec. nei polli): consiste in una formazione abnorme, simile a una pseudomembrana, costituita da un ispessimento dell’epitelio corneo che riveste il dorso della lingua e che compare soprattutto per effetto del disseccamento quando l’animale respira a becco aperto (può essere facilmente tolta). E che attinenza ha tutto questo con il dialetto? Dalle mie parti se una persona è taciturna, si dice: non parla e non pipita! Infatti come nei polli la pipita fa sì che il pollo non possa emettere il suo verso, così quando una persona parla poco o non parla affatto, (quasi fossero malate di pipita) gli si chiede: hai la pipita?t’è venuta la pipita? 

Non so se voi che leggete siete taciturni o chiacchieroni, ma se non avete la pipita, ma invece siete affetti da PIPITUA, allora vuol dire che al contrario parlate talmente tanto, che è difficile quasi interrompervi. Quindi ricordatevi e state attenti a non confondere i due termini. Una “u” può condurvi in errore, e farvi dire addirittura il contrario di quello che volevate dire.

Io sono affetta da Pipitua, ma questo lo avevate già capito. E voi?  0scillate verso la Pipita o verso la Pipitua?

Sperando di non avervi confuso in alcun modo, vi auguro una splendida serata!

Il Vocaboletano – 27# – o’ scuorno

Quante volte vi è capitato di provare vergogna in una determinata situazione? Eccovi servita la parola di stasera: o’scuorno! Ossia la vergogna!
Ma da dove deriva questo termine? L’etimologia affonderebbe le sue radici nel greco. La parola “scuorno” infatti deriverebbe dal vocabolo ellenico αισχύνομαι che vuole dire appunto “vergognarsi”.
Altre ipotesi invece, come quella di un linguista, fanno derivare questa parola dal verbo scornare, che a sua volta deriva dal vocabolo “corno”, con L’aggiunta di una “s” iniziale che ha un valore privativo ed indica la perdita di qualcosa, nello specifico la perdita della durezza del corno, il cui quindi significato è
“senza corno o corna” cioè “scornato”. Per comprendere meglio il legame tra l’avere “scuorno” e l’essere scornati possiamo pensare ai cervi, a quando lottano per conquistare il cuore di un esemplare femmina e si scontrano utilizzando le proprie corna. Il cervo che per primo viene privato di una delle corna, esce sconfitto dallo scontro e si ritira allontanandosi dal luogo del combattimento e dal resto dei cervi. Non avendo più una delle due corna quel cervo sarà identificato da tutti gli altri suoi simili come colui che ha subìto una sconfitta, in quanto si è dimostrato più debole del vittorioso avversario. Così come l’animale senza parte delle sue corna perde il rispetto dei suoi simili e viene per questo esiliato, così l’uomo che si deve mettere “scuorno” è sottoposto alla gogna pubblica.
Altri modi di dire legati a questa parola sono i seguenti:
S’e’ messo ‘o scuorno ‘n faccia (ha reso pubblica la sua vergogna)
Che scuorno! (Che vergogna!)
Ma non ti miette scuorno? (Ma non ti vergogni?)
Fa ‘a scurnusa: fa la vergognosa, ossia è colei che prova vergogna, ma ovviamente esiste anche il maschile, scurnuso che si riferisce all’uomo che prova vergogna, o imbarazzo.
Vi confesso che anche io mi sono messa scuorno a fare gli audio dei vocaboli napoletani e dei modi di dire, ma per diffondere l’idioma terronico ho superato lo scuorno e mi sono fatta sentire!
P.s. Grazie Gintoki per aver sopperito alla mia mancanza dello scorso mercoledì.
Buona serata a tutti!

Il Vocaboletano – #24 – Paliatone

Il vocabolo di cui vi parlo stasera, mi è molto caro.
Anche perchè in questo periodo farei un bel paliatone a parecchie persone e son sicura che a meno che non abbiate abbracciato la dottrina di Gandhi, allora la penserete esattamente come me a tal riguardo, ci son momenti in cui le parole son davvero poca cosa, e allora rimangono bene poche alternative, e scatta quindi il paliatone.
I ricordi dell’infanzia legati a questo vocabolo, risalgono a tutte quelle volte in cui io facevo, o ero intenta a fare qualche danno e mia madre dopo avermi richiamato varie volte invano, allora urlava: “Marilù, se non la smetti ti faccio un paliatone che non ti credi e non ti pensi!” ossia, se non la smetti, dopo i vari richiami, prenderai le botte, botte di tal portata che neanche puoi immaginare.
Questa minaccia bastava a farmi bloccare immediatamente, qualsiasi cosa stessi facendo, la minaccia del paliatone ha sempre funzionato con me, o quasi sempre.
Ma analizziamo il termine PALIATONE, il cui significato è bastonatura, gran quantitativo di botte. È un accrescitivo di paliata, che deriva dal verbo paliare, ossia bastonare, legnare. La parola napoletana deriva a sua volta dal verbo spagnolo “apalear” che vuol dire, appunto, battere.
In una scena del film “Totò e i re di Roma” di Steno e Monicelli, il termine paliatone viene usato dallo stesso Totò per porre ad Alberto Sordi (nella veste di un antipaticissimo insegnante esaminatore) la specifica domanda: “E allora mi saprebbe dire che significhi la parola paliatone?”.
Nel film, il saccente maestro non sa rispondere e Totò gli spiega il significato del termine dandogli una dimostrazione pratica, che rende molto di più di mille parole.
Dato che comunque la pronuncia di paliatone è esattamente la stessa di come viene scritta la parola, vi risparmio per questa settimana la pronuncia audio e lascio a Totò la possibilità di darvi una spiegazione esemplare del termine <a href="http://“>paliatone.
Buona serata a tutti!