Pensano di me

 

Lei: “Ma lo sai che non pensavo proprio che fossi cosi?”

Io: “Così come?”

Silenzio si fa spazio tra noi, giusto il tempo per farle trovare le parole giuste da dirmi.

Lei: “Sinceramente pensavo che eri un pò stronza.”

Io: “ah, solo un poco? Comunque pensavo peggio.”

E lei ha iniziato a ridere, ed io con lei.

 

 

 

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Diario di un’aspirante suicida

Il tempo metereologico di oggi è lo specchio perfetto di quel che sento. Luce senza luce, freddo autunnale, terra bagnata da pioggia passata, le foglie sugli alberi ondeggiano sapendo che tra non molto gli toccherà morire, per poi rinascere ancora, sempre che qualche buon intenzionato non abbia abbattuto l’albero che le accoglieva o non abbia deciso, per qualche ignota ragione, di recidere i rami dove un tempo  le foglie danzavano. L’albero di noci è lì, che mi guarda e mi rimprovera, perchè lui sa.

Muto spettatore della mia vita, rimane lì immobile negli anni, mi vede crescere, andare via e tornare, mi vede sbagliare, piangere e morire, mi vede affannarmi per un pezzetto di vita serena, solo un piccolo pezzo, mi basterebbe, se non fosse che c’è qualcosa che non riesco ancora a comprendere, io sento che c’è qualcosa che non funziona. E mi sento a disagio.  E sì, che ancora sbaglio a soffermarmi su queste cose, e sì, che imparo e dimentico, inciampo e zoppico e mi fermo nel mio altroquando, e mi perdo. Ma è proprio così importante ritrovarsi? Per poi fare cosa? Per poi andare dove? Per poi stare in quale maledetto o benedetto modo?

Non so rispondere, se qualcuno si soffermasse a guardarmi in questo periodo, scorgerebbe qualche indizio inquietante, forse. Ma nessuno si sofferma, lo faccio ora io.

Sto leggendo i diari di due donne che si son suicidate. Punto zero.

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Autunno d’ anima

Ho gli occhi aperti ma non sono sveglia del tutto, le farfalle di legno appese al soffitto sprigionano un suono che si accorda perfettamente al mio stato d’animo attuale, questo accade quando c’è un filo di vento che le fa danzare e che allo stesso tempo fa ondeggiare l’acchiappasogni facendolo suonare a sua volta, e in questo caso il suono è tintinnante, sembra quasi dirmi: hey svegliati! è pomeriggio, è vita, da qualche parte è vita!

Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario, mi trovo imbarazzata, sorpresa, ferita, per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare nè so fare domande. Le parole di Pasolini ritornano ciclicamente a descrivere un pò di me, mentre scalza, faccio la gincana tra i disastri interiori e l’incombere umorale che si frantuma, per poi prendere di nuovo forma e forza e travolgermi ancora una volta. Non mi difendo. Perchè sarebbe un difendermi da me stessa. Non mi riconosco. Non riconosco questo tempo e neanche questa vita. Forse dovrei solo placarmi. Un attimo, arrendermi al fatto che nulla andrà meglio di come è ora. Non sono felice, ma questo non è un problema, non sono serena e questo può diventare un problema. Non ho voglia di parlare, se non, con poche persone, di cosa poi? La rabbia si sbriciola, il dolore diventa cemento, un pò come quello che chiamano cuore, il mio di sicuro non so più dove sia, cosa sia. Ma tutto questo ha un senso? Credo di no. L’ultima volta che ho visto il mio doc, era inverno, ricordo che indossavo una gonna scozzese gialla e nera e che quando mi ha parlato di Consapevolezza, ho iniziato a piangere a dirotto, mentre lui è rimasto lì, in silenzio, come per dare spazio anche alle mie lacrime, per non disturbarle con parole, altre parole, ormai inutili e superflue. Quando ho lasciato quella stanza, sapevo dentro di me che non ci sarei più andata. E così è stato. A ripensarci ora mi rendo conto che affronto male le cose, soprattutto quelle che mi fanno male. Arrivo tardi a tutto, ad ogni verità. Si può dire che non capisco mai nulla davvero, non mi accorgo che le persone mi mentono, non mi accorgo che mi stanno facendo a pezzi, non so esattamente quando è il momento di dire basta e di tagliare rapporti, con gente,  col passato, con la testa, coi ricordi, con tutto. Sarebbe bello poter aprire gli occhi e vedere che le cose forse possono cambiare. Che da qualche parte un posto anche per una scombinata come me, possa esserci. Un posto in cui sostare, un posto senza dolore.

Chissà invece lui cosa stava pensando quando mi ha guardata così, con quegli occhi immensi.

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Diario: domenica 30 luglio

In questi giorni la connessione fa schifissimo, ogni volta che devo caricare una foto mi viene l’orticaria. L’altra mattina mentre ero in scooter e mi recavo al lavoro (chiamiamolo lavoro!) percorrendo sempre la stessa strada, ad un certo punto dopo una curva, mi sono imbattuta in una luce rossa. Non era un ufo, o almeno in quel momento non avevo ben messo a fuoco la situazione. Ma mi son fermata ed ho guardato attentamente cosa fosse. Era un semaforo, almeno così sembrava, ma un semaforo anomalo per me. Visto che ero la prima persona della fila e che dietro di me si erano incolonnate non so quante auto, ho pensato: se questo non è un semaforo tra poco inizieranno a clacsonare come i pazzi. Attendo che la luce cambi. Intanto il tempo passava lentamente e la luce era fissa sul rosso. Ad un certo punto è diventata verde ed io ho sfrecciato velocissimamente e ho visto più avanti, dopo la curva, che stavano effettuando dei lavori sulla strada. Mettere un cartello di lavoro in corso no? Questo per dirvi che io sono strana. Ma ancora non la sapevate? cioè a me quel carrellino con le ruote con sopra quella sorta di colonnina e quella luce rossa, mi era sembrato tutt’altro che un semaforo. Ieri mentre ero seduta sotto il portico a scrivere, ad un certo punto ho visto in lontananza un mio vicino anziano che scendeva da un auto, solo che al posto di fermarsi a casa sua, si è incamminato verso di me, che abito tre case oltre la sua. All’inizio pensavo che volesse sgranchirsi le gambe e fare due passi prima di rientrare, ma poi con la sua andatura barcollante e il suo fedelissimo bastone si è fermato proprio davanti al mio cancello e mi ha fatto segno con la mano di avvicinarmi, lo sentivo anche parlare, ma non capivo cosa stesse dicendo. Appena mi sono accostata a lui, gli ho chiesto: “E’ andato a fare un giro e rientra? E lui: “Non ho le chiavi, puoi aprirmi la porta?” Inizialmente non comprendevo questa sua frase, poi ho capito che non si ricordava dove abitasse. Allora gli ho chiesto di aspettarmi lì, e lui si è seduto su un muretto, mentre io sono andata a casa sua a suonare il citofono. E’ uscita la moglie e gli ho raccontato l’accaduto e lei con molta tranquillità mi ha detto: adesso vengo a prenderlo, lo scusi. A me è venuto da pensare: ma perchè dovrei scusarlo? perchè non si ricorda dove abita? In quel momento mi sono dovuta trattenere, (a furia di darmi pizzicotti sulla pancia per non sbottare, finirò per avere una cartina geografica al posto della pancia!) comunque avrei voluto dirle: ma perchè lo fate uscire da solo? No, perchè quest’uomo esce ogni sacrosanto giorno da solo e va vagando in ogni dove e poco tempo fa lo hanno ritrovato in ospedale che non si ricordava neanche come si chiamava, perchè dopo ore che era scomparso, i familiari hanno iniziato a fare il giro degli ospedali. Il vecchietto durante il suo giro quotidiano era caduto ed aveva anche iniziato a piovere e lui era riverso in una cunetta sotto la pioggia e fortunatamente qualcuno lo ha visto e ha chiamato l’ambulanza, portandolo in ospedale, ma lui non si ricordava chi fosse. Da quell’episodio i suoi familiari gli hanno messo al collo una placchetta con su scritto indirizzo e numero di telefono, tipo i cani praticamente. Nel caso si perdesse. Allora io mi chiedo: ma sarebbe cosi complicato per questa gente accompagnarlo a fare le sue passeggiate e non lasciarlo solo? Io credo che tra non molto sarà uno di quegli anziani che vanno ad allungare la lista degli scomparsi a Chi l’ha visto?, oppure ancora peggio, che gli succederà qualcosa durante uno di quei suoi vagabondaggi. Fine dello sfogo. Tempo fa incontrai lo stesso vecchietto alla fine della strada del mio quartiere seduto su una panchina, io stavo rientrando a piedi e lui mi chiamò e mi regalò una rosa rossa.

Sfogatoio, it’s me!

Esiste un’applicazione (una app. tanto per fare i tipi al passo coi tempi) su tutti gli smartphone, che si chiama: Sfogatoio.
Se guardate bene nel playstore del vostro cellulare, la trovate anche sotto la voce Marilù.
Non a caso, quando usufruirete di questa applicazione, avrete a disposizione due opzioni:

– una è quella telefonica, c’è il simbolo della cornetta del telefono, basta che clicchiate su quel simbolo e subito sentirete la mia voce rassicurante pronta ad accogliere i vostri sfoghi.

– la seconda opzione è quella della mia presenza fisica, ma sappiate che questa comporta un pò di tempo in più, rispetto all’opzione telefonica. Non vi aspettate di vedermi materializzata davanti a voi se cliccate sul simbolo di una sagoma femminile che indossa una t-shirt dei sonic youth! Il tasto da cliccare è proprio quello però, lo avete trovato? Ecco, quando lo avrete visualizzato e ci avrete cliccato sopra, vi comparirà esattamente la posizione in cui io sono in quel preciso momento, con tanto di mappa satellitare e indirizzo, e se non siete pratici della zona, c’è street view che vi guiderà esattamente verso il luogo in cui io sono in quel momento. Una volta che mi avrete intercettata, ricordatevi che molto probabilmente non avrò la t-shirt dei sonic youth, poichè non sono come Dylan dog che ha una giacca nera e una camicia rossa in serie e indossa solo quelle. Quindi prestate bene attenzione a tutto il resto, ma vi assicuro che mi riconoscerete, perchè nel momento in cui avrete cliccato su quel tasto, io avrò ricevuto la vostra richiesta di attenzione e mi sarò posta in modalità di accoglienza.

Dopo aver spiegato i passi principali, adesso elenchiamo le funzioni esatte di questa app.
Se siete insicuri, stanchi, tristi, se siete attanagliati da dubbi, paure, se avete l’urgenza di essere compresi da qualcuno, se desiderate di essere accettati per quello che siete veramente, e non per quello che gli altri si aspettano voi siate, allora troverete me, ossia Marilù, la sagoma con la maglietta dei sonic youth di cui parlavo sopra.
I tipi di sfogo possono essere di vario genere, ne elenco alcuni, giusto per farvi capire se in futuro vorrete scaricare questa app. ma ricordate che qualunque sia il motivo per farvi cliccare quel pulsante, io non mi tirerò indietro.
Quel che sono pronta ad accogliere sono:
le frustrazioni, le indecisioni, la necessità di ricevere consiglio inerente a qualsiasi argomento, che sia un esame universitario, un ritardo del ciclo mestruale, un marito o una moglie che non vi danno più le giuste attenzioni, il desiderio impellente di tradire il vostro o la vostra compagna, i conseguenti sensi di colpa, approfondimenti sul preromanticismo inglese, la vostra ex che non riuscite a dimenticare, il vostro rapporto di coppia che è ormai finito, ma continuate a trascinarvelo dietro come una zavorra, perchè non avete il coraggio di affrontare le conseguenze della fine di un rapporto, l’assenza di dialogo col vostro partner, la paura di essere un fallimento, di aver fatto una serie infinita di errori che vi ha portato a vivere una vita che non sentite affatto, il non sapere cosa fare in una determinata situazione, qualunque sia la situazione, anche la più improponibile, la più trascendentale, la più inimmaginabile, diventerà semplice se la racconterete a me.
Vi ho per caso convinti?
Questo post è il risultato di un determinato periodo di tempo, in cui mi sono resa conto che sono io lo Sfogatoio, di gente che conosco da anni, di persone che incontro per caso sul treno, per strada, in fila alla posta, alla fermata del bus e così via…
Se esistono altri sfogatoi come me, allora contattatemi. Un raduno di sfogatoi potrebbe rimettere in sesto i miei pensieri cattivi nei confronti dell’umanità e soprattutto potrebbe farmi guadagnare un posto nel giardino di Gibran.

Dell’insonnia, del vento e dei Pronto senza risposta

Quelli che ti telefonano da numero sconosciuto e poi riagganciano, non li capisco proprio.
Il mio primo “Pronto”, ha sempre un tono positivo/curioso, al secondo “Pronto”, ho già il sospetto che l’interlocutore abbia qualche problema di linea, o nello specifico con la sottoscritta, e si potrebbe trattare di una sorta di mancanza , o di verifica del fatto che nonostante io sia morta, risponde ancora la mia voce al telefono, o è solo un folle di turno che ha fatto un numero a caso, ed evidentemente la sequenza dei miei numeri gli piace proprio tanto. Al terzo “Pronto”, il tono della mia voce è totalmente cambiato, sono spazientita, e anche irritata, perchè se mi devi dire qualcosa, vorrei che me la dicessi, anche se ho la sensazione che non si tratta di cose piacevoli. Se invece vuoi solo sentire me, che dico solo quell’instancabile mantra che è una successione infinita di “Pronto”, allora davvero mi sfugge il senso di questa cosa. Ma chissà quante cose sfuggono alla mia comprensione ogni giorno e quante volte farei meglio a vestirmi di leggerezza e fregarmene di tante cose. Oggi mentre soffiava un pò di vento, ho pensato che il vento non è solo. Non so il perchè di questo mio pensiero, ma ho sempre creduto che il vento si sentisse solo. Invece oggi ho avuto una sorta di illuminazione a riguardo. Ho pensato che lui sfiora un sacco di cose, le scuote, le sconquassa, le scompiglia, le accarezza, le fa cadere, le sposta, e son persone, prati, case, cose diverse, e lui non le sceglie, non c’è discriminazione nel suo passaggio, son tutti uguali per lui. Siamo tutti allo stesso livello.
E la cosa più bella è che lui non è solo, come io ho sempre creduto in passato. Se l’insonnia mi fa questo effetto, forse sarà meglio che inizi a pensare seriamente a farmi flebo di camomilla e melissa.