Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Dovunque tu vada ti sarà richiesto di fare cose che ritieni sbagliate.
E’ una condizione costante della vita quella di essere costretti a violare
la propria identità.

Tratto da Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K.Dick

Trilobiti #252

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Questione di identità

Sulla carta d’identità dovrebbero mettere altre informazioni utili, tipo aneddoti della propria vita, fatti importanti che determinano esattamente chi sei e che possano aprire spiragli per raccontarti, per farti conoscere,  perchè se io mi metto una parrucca bionda e delle lentine viola e mi trucco come il cantante dei Kiss e metto tacchi stratosferisci, posso tranquillamente alterare il mio aspetto, ossia quello statico sguardo che campeggia su quel documento di identità. Mi chiedo allora se una foto (molto spesso che ci ritrae anche malamente)  e 4 dati che possono tranquillamente essere modificati da vari accorgimenti, possano davvero identificare una persona e dirti: sì, sei proprio tu!

il puzzle identitario

Ecco l’articolo di oggi a cura di Daniele ossia il Musicante di Brema.

Il puzzle identitario

All’uomo non è indifferente il luogo dove spende la propria esistenza, abitare è per lui il verbo dal significato più affine a quell’altro verbo, così austero e misterioso, Essere. L’uomo abita, un abitatore di spazi. Ogni spazio è una campata di cielo e una fuga di sguardi, un’apertura inventata dall’orizzonte suo custode, una volta per tutte o forse ogni volta diversa. Abitare un luogo è imparare a pensare e a pensarsi in rapporto alla geografia del dove, all’ordine dello spazio che lì si dispiega, in relazione alla luce che in quella contrada il giorno conosce. Esser nati tra colli tranquilli, o tra valichi montani, o sulle spiagge del mare senza fine, sono tutte domande diverse che chiedono fin dall’inizio a ciascuno di rispondere con la sua stessa esistenza.
Ma l’uomo non abita solo gli spazi e i luoghi che la natura disegna, anzi, egli, forse, abita soprattutto quegli spazi ideali che sono le parole. E’ infatti nel cerchio del dire che le cose, prendendo la parola, si fanno incontro agli uomini e si lasciano da loro comprendere, si raccontano. Quando si pone la propria esistenza nel luogo del dire, nello spazio della parola, si incontrano le cose in modo diverso, non più come mute e indeterminate cose in sé, chiuse nel mistero del loro silenzio inviolato, ma come cose per me, voci che prendono ad abitare con me la mia esistenza.
Oggi questa topografia degli spazi e delle parole sta subendo dei cambiamenti profondi dovuti alla globalizzazione e pone nuove questioni urgenti e imprescindibili. Cambia le geografia, cambia la cultura, cambia l’economia e l’identità subisce delle mutazioni, si ridefinisce, fluttua nell’ibrido.
Questa riflessione prende spunto dalla tradizione greca della “legge dell’ospitalità”, in quanto momento emblematico che, nella figura dell’hospes, contempla insieme il soggetto portatore dell’identità e dell’appartenenza – il padrone di casa (ancora oggi la parola “ospite” indica sia chi dà sia chi riceve ospitalità) –, lo straniero e il nemico. Estraneità, ospitalità e ostilità, già marca la differenza nella considerazione del “nemico”, che si è andata consumando rispetto al mondo greco e che oggi caratterizza l’approccio teorico e politico all’estraneità: «Ciò che resta (rispetto al nemico della concezione greca) è una forma limitata di inimicizia legale, che si rivolge contro i nemici della democrazia, della legge, della libertà e infine contro i nemici dell’umanità. Con il richiamo all’umanità non ci liberiamo dell’estraneità, giacché spesso è un’istanza particolare quella che pretende di parlare “per tutti noi” e di combattere per tutti noi senza richiedere la nostra approvazione. L’umanità vivente è a più voci, un’umanità unanime non è altro che una idea fissa che non ha alcun effetto. Così il globalismo del “mondo libero” rimane un focolaio di ostilità, al di là degli interessi che si celano al suo interno. Esso viene messo in discussione da un’estraneità che resiste all’integrazione.
L’Occidente ha sempre avuto bisogno dell’altro per determinare e definire la propria identità, che deve restare pertanto un concetto relazionale. E, lungo la sua intera storia, fino a oggi, l’Occidente è andato a cercare l’altro sempre fuori dai suoi confini: dall’Odissea in poi, la nostra storia è stata caratterizzata esemplarmente da esploratori e missionari. Ecco dunque che giungiamo al contesto della globalizzazione, dove sta accadendo quella svolta rispetto al passato nella concezione dell’estraneità: in una maniera senza precedenti con queste proporzioni, è adesso l’altro, l’estraneo che viene in Occidente. Oggi con l’estraneo dobbiamo condividere il nostro spazio proprio. A saltare, a diventare poroso, a negoziare costantemente la sua posizione è il confine tradizionale tra “proprio” ed “estraneo”, già all’interno, dentro le nostre città. Facciamo quotidianamente esperienza non più soltanto della differenza tra il proprio e l’estraneo, bensì anche dell’estraneità del proprio, del proprio spazio e della propria casa, che spiega e giustifica pertanto il riferimento sempre più diffuso alla tradizione greca dell’ospitalità. Ogni luogo è, al contempo, familiare ed estraneo, qui e “altrove”: l’estraneità si dà, dunque, anche topograficamente.
Il sorgere di spazi intermedi all’interno delle aree culturali europee e occidentali che caratterizzano la moderna società multiculturale, non nascono solo nelle città di confine, ma anche (se non soprattutto) in altre aree urbane in cui vengono a contatto culture diverse e in cui si moltiplicano le “soglie” della comunicazione interculturale. In questo caso non si parla più di – o non solo – interculturalità, ma di transculturalità, giacché non si cerca di mettere in comunicazione due o più culture, ma l’identità dell’ibrido si colloca esattamente in questo “fra”, si riconosce nella sua natura composita che è – anche – di carattere corporeo. È un essere “altro” non rispetto a una forma di “proprio”, ma è essere propriamente diverso dalle due (o più) identità “demarcate” dal confine. L’estraneo è e deve restare ostile, lo spazio del suo in-contro è e deve restare inappropriabile; ne va della nostra casa, dove noi stessi siamo ospiti e, pertanto, tenuti a rendere – al di fuori dell’ordine di un’economia dello scambio – ospitalità: Ostilità vuol dire più che mancata comprensione o mancato riconoscimento. Ostilità sta per ostilità rimossa e ospitalità negata.
Ma la globalizzazione produce come effetto non solo una ridefinizione topografica, ma anche una crisi delle identità di tipo socio-culturale; essa deriva dal fatto che vengono a mancare le antiche certezze di Stato-nazione, famiglia, lavoro e l’individuo non ha più garanzie di appartenenza. Inoltre da media ed esperti vari arriva sempre di più un incitamento generale al disimpegno, a non pensare a contratti solidi, anzi a vedere come negativa ogni forma di legame che si proietti poco più avanti del quotidiano.
Ecco allora che trovare un’ identità, un’appartenenza diventa sempre più difficile e altrettanto più necessario. La forte tensione tra la presunta adesione a comunità sempre più virtuali, dove le rubriche dei cellulari vorrebbero sostituire il giro degli amici e il senso di solidarietà dell’individuo ridotto a consumatore e oggetto di consumo acuisce il bisogno di definire chi siamo. Così facendo smaschera la finzione che l’identità sia un dato anagrafico e “naturale”, quando invece è sempre un processo di costruzione, lungo, elaborato e mai finito. L’identità è un grappolo di problemi piuttosto che una questione unica e ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare tra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora. Alcuni, per indicarne la frammentarietà e l’articolazione, parlano di identità puzzle, ma il paragone non è calzante perché un puzzle parte da una soluzione definita. Hai un determinato numero di pezzi e un’immagine conosciuta da comporre. Nel costruire un’identità, invece, gli individui non sanno quali e quanti pezzi hanno e neppure dove possono arrivare, quale figura ne uscirà. Questa realtà sempre più mobile e fluida finisce per trasmettere incertezze e paure.

Trilobiti 116# Hai un nome perchè non sai chi sei

– Per favore. Come ti chiami? – domandò al gatto.
– Senti, io mi chiamo Coraline. Okay?
Il gatto sbadigliò lentamente e con attenzione, rivelando una bocca e una lingua di un rosa sorprendente.
– I gatti non hanno nome – disse.
– No?
– No – disse il gatto. – Voi persone avete il nome. E questo perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo, perciò il nome non ci serve.

Tratto da Coraline di Neil Gaiman