Ho preso nuvole in affitto, due nuvole monolocali…

Siamo arrivati al terzo capitolo dello spazio curato da Gianluca. Ieri lui stesso mi ha chiesto se per caso il post che ha scritto oggi fosse troppo lungo. Io gli ho risposto, che non esiste misura per esprimersi e che se si ha qualcosa da dire, è giusto che lo si faccia con tre righe come con dieci pagine, anche perchè l’importante è esprimere una parte di sè, del proprio pensiero, del proprio essere e a chi interessa conoscerlo davvero, leggerà.
Buona lettura!

Approfitto nuovamente di questo spazio concessomi dalla dolce e gentile Signorina Crisalide per parlare brevemente di un cantautore italiano contemporaneo non abbastanza conosciuto che amo particolarmente e reputo un grandissimo, uno dei migliori…e, sicuramente, uno dei più onesti per come fa canzoni e per come le vive: Federico Salvatore. Hey, hey, hey, cosa sono quelle facce strane che state facendo??! Avete capito bene si, non siate perplessi: Federico Salvatore, quello che a metà degli anni ’90 stava sempre da Maurizio Costanzo con la chitarra al seguito e cantava canzoni goliardiche, simpatiche, comiche…quello di “Azz…” e “Azz vacanze”; quello che lo invitavano in moltissime trasmissioni per strimpellare le sue canzonette divertenti e che alla radio facevano ascoltare diverse volte al giorno. Si, proprio lui, Federico Salvatore, quello che comunque sapeva scrivere e cantare canzoni giocose ma intelligenti, altro che i pagliacci che vediamo nelle attuali trasmissioni televisive, con contratti milionari, pagati per far divertire il popolino…e poi neanche ci riescono perché assolutamente privi di talento e senso dell’umorismo. E hanno pure l’indecenza di prendersi sul serio…
Federico, se solo avesse continuato ad apparire in tv e a vendersi, ora sarebbe miliardario e avrebbe soppiantato tutti questi presunti artisti della comicità; avremmo atteso con gioia il momento in cui il presentatore di turno della trasmissione di turno gli avrebbe lasciato la scena per 10 minuti…e alla fine della sua divertente esibizione ci saremmo comunque scoperti più ricchi, perché le “canzonette” di Federico sapevano fare quello che la comicità (quella vera e intelligente) deve saper fare: ridere e riflettere, ridere e pensare.

Avevo quattordici anni nel 1995 e consumavo la cassetta a furia di sentire le sue divertenti canzoni contenute nell’album “Azz…”. Poi son passati gli anni e lentamente, come capita con molte cose della vita, ho quasi dimenticato le sue canzonette…sino a che un giorno di circa quattro anni fa ho incontrato un ex compagno di scuole superiori il quale, ad ogni cena di classe, al momento degli amari, imbracciava la chitarra e suonava qualche pezzo di Federico…ed allora, per una normale associazione di idee, m’è tornato in mente Federico Salvatore e mi sono chiesto: ma che cazzo di fine ha fatto??!
L’ultimo ricordo che avevo di lui era legato ad un festival di Sanremo del 1996 al quale partecipò. In molti aspettavano la sua esibizione con curiosità, pensando “chissà che s’è inventato stavolta quel mattacchione napoletano…”; e Federico li spiazzò tutti (me compreso al tempo) presentandosi con un brano intitolato “Sulla porta”: una canzone che trattava, con dieci anni di anticipo su Povia, il tema dell’omosessualità. Ho nominato Povia solo per fare un paragone legato alla tempistica, ma sotto tutti gli altri aspetti il paragone è assolutamente inappropriato, perché quella di Povia è una canzonetta rispetto a quella che Federico cantò ed interpretò a Sanremo nel 1996, col cuore che sembrava dovergli uscire dalla gola: da pelle d’oca. Ovviamente, si qualificò fra gli ultimi e passò quasi inosservato..anzi, alcuni addetti ai lavori si risentirono della sua inaspettata bravura…iniziarono ad essere diffidenti…intuirono forse che Federico poteva diventare, come diventò, un cantautore scomodo.
Dicevo, dopo aver incontrato il mio ex compagno di scuola, sono rientrato in casa ed il primo gesto è stato quello di accendere il pc e cercare sue notizie, capire cosa fosse successo…ed è stato immediato amore!!!!
Federico Salvatore, senza rinnegare mai il suo passato e mantenendo sempre una vena di intelligente umorismo, ha cambiato rotta: s’è messo a scrivere e cantare canzoni impegnate; ma la vera notizia non è questa: la vera notizia è che molte delle sue canzoni sono dei capolavori!
Allora, come mai non è più apparso in tv (solo un apparizione invitato da un grande uomo come lui, Gianfranco Funari, in Apocalypse Show, nel 2009), e come mai le radio non trasmettono le sue meravigliose canzoni??! Beh, la risposta è molto semplice: perché Federico ha scelto di essere se stesso, di dire e cantare ciò che pensa…e questa sua decisione dà fastidio a troppa gente che sta in alto. Si, Federico Salvatore è un personaggio non gradito alle tv, alle radio e nei salotti popolati da “invertebrati artisti”.
Federico ha deciso di essere sé stesso, ha fatto quello che ogni essere umano, per potersi definire tale, dovrebbe fare: difendere la sua dignità, essere un uomo (un artista nel suo caso) libero! Federico ha scelto (e qui uso le sue stesse parole) di “essere un po’ meno odiens, ma forse un tantino più sapiens.”

Di cosa parla Federico nelle sue canzoni? Di tutto, di attualità, di rapporti umani, di soprusi, di sé, d’amore…insomma, come ogni cantautore definibile impegnato i suoi testi sono di un certo spessore.
Federico Salvatore è un cantante scomodo. Ai padroni danno fastidio le sue invettive, il suo modo di presentare la realtà con quel sarcasmo e quella sincerità che riesce ad umiliarli e spogliarli di tutti i loro orpelli. Federico non è un quasi poeta come De André (per usare l’esempio più eccellente), ma è un paroliere che colpisce dritto il cuore della questione. Federico chiama le cose per quello che sono, se necessario non si vergogna di fare i nomi, come ad esempio in “C’era nel vicolo”(c’è il viagra che fa un erezione e una Lega che fa divisione/ Nonna Papera coi panettoni per i Natali di Berlusconi,/ un tg sempre pieno di guai e Super Pippo che torna alla Rai,/ c’è D’Alema e la Banda Bassotti tutti a cena da Giulio Andreotti), o nella bellissima “Il presepe del 2000” (Ci sono due Magi che intonano salmi/ l’oro è il petrolio, l’incenso le armi,/ non porta mirra il terzo, si affianca/ con un vassoio di polvere bianca./ Sulla montagna a sfiorare le stelle/ si alzano in cielo due torri gemelle/ per il castello ricordo di Erode/ lasciato a Bin Laden suo ultimo erede. /C’è il pescatore che pesca sirene/ e paga in dollari perle cubane/ e il cacciatore che cerca una preda/ fra i giovani acerbi di una discoteca./ Sul ponticello che affaccia sul fiume/ Babbo Natale stilista in costume / riempie la slitta di volpi e visoni/ e vende le renne per farne giacconi.)
Federico non ha forse l’eleganza di De Gregori, ma la forza delle sue parole toglie il fiato e non lascia scampo. Non fa sconti a nessuno, neanche a sé stesso e alla Napoli che ama con la profondità e la passione che i napoletani veri hanno per la loro stupenda città. Federico canta di Napoli le bellezze come le hanno cantate i grandi Napoletani prima di lui (Totò, De Filippo, Troisi, De Simone, ecc.) ; e come questi sa essere duro, quando occorre, con i suoi concittadini, invitandoli ad alzare la testa e a riscattarsi, perché Napoli e tutto il sud debbono tornare ad essere il grande popolo che hanno dimenticato di essere: “se io fossi San Gennaro non sarei così leggero/ con i miei napoletani io mi incazzerei davvero/ come l’oste che fa il conto dopo tanto fallimento/ senza troppi complimenti sarei cinico e violento […[ E’ perciò che mi accaloro coi politici nascosti / perché solamente loro sono i veri camorristi/ a cui Napoli da sempre ha pagato la tangente/ e qualcuno l’ha incassata con il sangue della gente./ E per certi culi grossi il traguardo è la poltrona/ e per noi poveri fessi basta solo un Maradona,/ e il miracolo richiesto di quel sangue rosso chiaro/ lo sa solo Gesù Cristo che quel sangue e’ sangue amaro” Canta così in “Se io fossi San Gennaro”, una delle più belle canzoni mai scritte su Napoli, col cuore o col cervello.

Potrei citare moltissimi altri testi, dato che adoro, come si sarà ben capito, questo cantautore, ma credo di avervi già tediato abbastanza. Concludo dicendo che, come se non bastasse, nel suo ultimo album Federico ha incluso una canzone che credo abbia finito di “condannarlo” alla lontananza dai mass-media: “Il monumento”, una delle sue canzoni più riuscite, nella quale parla della tanto sbandierata e mai davvero realizzata Unità d’Italia, ovvero di un invasione barbara del sud da parte dell’esercito Piemontese costata almeno un milione di vite fra la popolazione (caduti per i quali non c’è alcun monumento che li ricordi), e di come il sud sia stato in pratica depredato di ogni sua ricchezza: un sud che magari prima era povero…ma poi è diventato misero. E fa comodo a molti che continui a restare così… Vabbè, questo comunque è un altro discorso. Canta Federico a proposito ne Il Monumento “…e così spalancai ogni porta e cancello/ al fratello d’Italia con le piume al cappello,/ e il fratello divenne il mio boia, ogni donna di casa una troia/ per la legge che spoglia Gesù per vestire i Savoia./ E io figlio del sud fui chiamato brigante/
e nessun Robin Hood mi salvò le mutande,/ e baciato solo dal vento, dal vapore di un bastimento,/ mamma America mi asciugò le ferite ed il pianto.

Federico Salvatore: un uomo vero e un grande artista; un “Passatista” come si definisce in una canzone che sembra prendere spunto dal “Il conformista” di Giorgio Gaber. (Io sono un Passatista/ mi piace poter dir c’era una volta.) Un uomo che cerca di continuare ad osservare il mondo con sincerità, distaccandosene e ponendosi delle domande che troppo spesso preferiamo fuggire per paura delle risposte (E mi domando, se l’informatica mi sta cambiando/ se viaggio in un computer navigando,/ se vedo un mondo/ che digita la vita programmando. […] E pensa ad una donna meno donna/ fra tette al silicone e zigomi di gomma, /e pensa ad un uomo sempre più insicuro/ che prende una pasticca per averlo sempre duro.

Ovviamente Federico Salvatore, come ogni artista degno di questo appellativo, non è solo invettiva, ma è anche profonda dolcezza che davvero sfiora la poesia…e vi lascio qui a testimoniarlo alcuni versi di “La lepre” (Questo amore che di notte mi copre/ quando il mondo ha già spento la luce/ l’ho affidato ad una piccola lepre/ che ho visto correre cosi veloce/ più veloce di tutte le insidie, /più veloce dei cani da caccia,/ dei fucili che sparano invidie,/ delle trappole senza una traccia./ Più veloce di ogni pensiero/ che sputa un dubbio sul nostro domani,/ se questo amore non ha un sentiero/ nei solchi stretti delle mie mani).

Io, beh, per finire (anche se scriverei per giorni interi), non posso fare altro che ringraziare Federico Salvatore per la sua scelta giovanile di abbandonare gli studi di giurisprudenza e dedicarsi alla musica…grazie per le “casse di Marlboro per vincere un polmone affumicano,/ mi sono regalato/ guanti da pugile per mettere a tappeto l’avvocato/ che non sono stato. (Nella piccola bottega della vita).

Ora vi lascio all’ascolto di una canzone, una esibizione live in cui, parlando prima e cantando poi, Federico Salvatore spiega chiaramente e in maniera decisamente più riassuntiva quello che io ho cercato di dire usando tutte queste forse inutili ma innamorate parole.

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Probabilmente altri da colui che oggi non sono

Introduzione:
Ogni venerdì, (salvo imprevisti), troverete nel mio blog uno spazio ritagliato per Gianluca, colui che ha http://gianlucadannibali.wordpress.com/
il blog più inattivo della storia di wordpress!
Dato che amo i suoi pensieri, le sue poesie e la sua scrittura, ho deciso di “costringerlo” con tecniche “molto persuasive” a fare nel mio blog quello che non fa nel suo: scrivere qualcosa. Buon primo post Gianluca!

Adesso parla lui:
Come iniziare l’occupazione di questo spazio a me riservato nel blog della signorina Crisalide? Beh, nella maniera più semplice e comune possibile: presentandomi. A dire il vero, quest’oggi avrei voluto scrivere tutt’altra cosa, lasciare qui un mio breve racconto (relativamente breve, se si vuol essere precisi), ma l’idea è stata saggiamente accantonata per ragioni che potremmo definire “di decenza”.
Allora, dicevo della presentazione. Si, vorrei presentarmi, ma non amo farlo in maniera soggettiva, col solito e un po’ spocchioso “sono tizio, faccio questo, mi occupo di quest’altro, ecc.” Credo che, giustamente, a nessuno importi nulla di chi sono o non sono; le presentazioni sono sempre troppo personali, esaltano il soggetto a discapito di ogni forma di oggettività più o meno cosciente e condivisibile. Voglio quindi presentarmi non per ciò che appaio, né per ciò che credo di essere, ma per la sola cosa che forse ci rende realmente gli uni inscindibili dagli altri: quel che pur non appartenendoci è più vicino alla nostra essenza di quanto lo siano i nostri pensieri.
Vabbè, tagliamo corto, non servono tutte sté pugnette, lo so bene…Le righe sopra mi hanno addirittura annoiato mentre le scrivevo; non voglio quindi neanche immaginare che ampollosa tortura sarà stata per voi averle appena lette.
Dicevo di giungere al punto, ed è meglio che mi sbrighi, ve lo assicuro, perché parlare di nulla è la mia maggiore vocazione: Mercuzio mi dovevo chiamare, altro che Gianluca. Ecco, appunto, persisto nello scrivere parole su parole cestinabili, o meglio, assolutamente e doverosamente da cestinare…e non ho ancora lasciato la voce a chi meglio di me stesso può introdurmi per quello che non sono… per quello che credo di vivere e vorrei pensare.
Vi lascio qui sotto, allora, uno dei testi ai quali sono più legato, uno dei brani più importanti della mia vita, senza il quale sarei stato, probabilmente, altri da colui che oggi non sono. A voi, sperando che la amerete: La Solitudine…di uno dei più grandi Artisti (mi vien da dire “il più grande”) del secolo scorso. Signori e signore: Léo Ferré.

LA SOLITUDINE

Io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un’altra solitudine.
Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri.
Aspetto dei mutanti; Biologicamente me la cavo con l’idea che mi sono fatto della biologia: piscio; eiaculo; piango. Innanzi tutto
noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero dei manufatti.
Io sono pronto a procurarvi gli stampi. Ma…

la solitudine…

Gli stampi sono di una materia, vi avverto. Sono stati fusi domani mattina.
Se voi non avete di questo giorno il senso relativo della vostra durata,
è inutile tramandare a voi stessi, è inutile guardare davanti a voi,
perché il davanti è il dietro, la notte è il giorno, ma…

la solitudine…

Innanzi tutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade,
sono imperturbabili così come il rosso o il verde dei semafori.
I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile
lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza
e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello.
E pertanto…

La solitudine…

La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo “felicità”, perché le parole che voi adoperate non sono più “parole”,
ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto.
Ma…

la solitudine…

Del Codice Civile ne parleremo più tardi. Per ora, io vorrei codificare l’incodificabile.
Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie.
Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto,
il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità.
La lucidità me la tengo nelle mutande.