Inverno sull’orlo

Questo sale nascosto fra le dita.
Ogni volta che la polvere dei sogni si apre sulle strade del mare,
la città delle campane si smaterializza e squarcia la cornice.
Nuvole di carta svenano i cuscini della specie.
Fino a tornare antimateria.

Alessandro Errico

Duro al banco e pareciate al colpo

Lui che remava fra Zante e Malamoco
mani piagate e lo sguardo distante
lei che sfioriva con poco per poco
persi i profumi del mar di levante

Ricorda quei sorrisi e frasi argute
voci lievi scivolano sulle onde
brusche parole -non sono mai mute-
travolgono i giudizi sulle bionde

E quello che dice è quasi sussurro
un filo di fumo smarrito nel vento
un antico prete vestito d’azzurro
lasciato solo a morire in convento
.

“duro al banco e pareciate al colpo” era un avvertimento dato ai rematori delle galere veneziane nel 16° secolo, per prepararli all’urto dello speronamento di un’altra nave.

duro al banco = rimani saldo al banco (di voga)

pareciate al colpo = preparati all’urto

Oggi è rimasto come modo per dire “tieni botta, non mollare”

G.M.Z.

Dell’estate, degli zoster e di Beckett

Il caldo di questi giorni non solo è sfiancante, ma mi fa vedere anche gli altri sotto una luce diversa. La gente in ogni dove, si lamenta del caldo. Lo faccio anche io, ma io l’ho sempre fatto, anche d’inverno, dico sempre che non voglio che arrivi l’estate. Quindi anche se vado controcorrente (perchè guai a dire ad alta voce che odi l’estate), un minimo di coerenza ce l’ ho, anche se a questo punto, non è che serva ad una cippa. Lo so, dovrei trasferirmi in un paese freddo e invece vivo al sud, cazzarola e mi sento pure dire da alcuni, ma che bello vivi vicino al mare? Sì, ma io al mare non ci vado, ma non per il mare, ma per la gente (quella ormai non la sopporto da nessuna parte, figuriamoci in un fazzoletto di sabbia) e soprattutto, perchè non sopporto il sole.  E il tipo nella sua bottega da restauratore, mi ha guardata stupito: ma come? ti vedo accaldata anche se sei venuta in scooter?  E bè, se devi metterti il casco, direi che è molto peggio andare in scooter che in auto, non mi capitava da anni che le gocce di sudore mi finivano negli occhi oscurandomi la vista, con la loro salinità, grazie al casco. Ho anche pensato di non indossarlo affatto e di beccarmi qualsiasi multa o testa rotta che possa arrivare da questo. Ma si può? Poi c’è questa rabbia che si insinua tra la gente e vedi che basta un nonnulla per far uscire lo zoster che è in ognuno di noi.  Eppure qualcuno ancora dice che l’estate è bella! Ma bello cosa? se non fai un cazzo dalla mattina alla sera e non devi lavorare forse puoi azzardarti a pronunciare questa frase. Altrimenti tra zanzare, le cui punture sembrano delle pustole della peste bubbonica, e l’insofferenza che si prova a non dormire di notte o a dormire male, perchè si boccheggia, e poi il giorno dopo, devi pure lavorare ed essere lucido, mettici pure che devi cambiarti non so quante volte in un giorno e che dopo aver fatto la doccia nel mentre che ti asciughi i capelli, sei già di nuovo zuppo e dovresti rifarti la doccia! Vogliamo trovare delle note positive? Che la gente non c’è. Che sicuramente ci sono svuotamenti di città e di paesuoli come il mio, e questo è un bene. Non sopporto più la maggior parte della gente. E soprattutto gli automobilisti. Ci sono auto ovunque. Questo sapete cosa vuol dire? che il grado di civiltà è andato a farsi fottere alla grande. La gente non fa manco due passi a piedi e per quanto riguarda i mezzi di trasporto. Vabbè, posso ben dire che funzionano meglio in Fantasilandia!  Sicuro! waiting for Godot è stato scritto anche perchè Beckett aveva previsto tutto questo. E io prevedo grandi peggioramenti nei prossimi anni, semmai ci sarò per vederli.

 

Trilobiti 206# “…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare…”

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“…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare…”

…è dandogli le spalle che ho conosciuto il mare,
sentendo e assaporando sulla schiena
le bestemmie dei pesci e di ogni
azzurra creatura;

…ed è non guardandolo in viso
che ho soverchiato l’amore
per poi sottomettermi all’ansia
di non rivederlo tornare…

Di nuovo ti do le mie spalle
per farne tuo specchio, oh mare,
ma dimmi, dimmi soltanto
da che pensieri vengon le tue rughe,
quali quesiti vengono a portare
(quali stanchezze) nei detriti, nei pesci
morti di vecchiaia sulla riva…

Tu sai che il peggior vizio
si chiama “prima volta”
e vizio alle tue onde non concedi:
soltanto un perpetuo cadere
sull’orlo d’un sognato trabocco…

Dandoti le spalle, mare, ti respiro,
chiudendo nei miei occhi il tuo rumore,
fissando le case oltre la spiaggia…

e come l’anziano signore
sospende in cortile il lavoro,
toglie dal capo il berretto
al passaggio del feretro in strada,

così, d’improvviso,
sospendo la mia vita,
mi denudo, mi volto, ti guardo,
e or che ti conosco,

come in una morte vicina e non sentita
mi tuffo riverente nella tua azzurra apparenza.

tratto da Sulla riva del foglio di D’Annibali Gianluca