Serve pensare?

Il ventilatore nel suo movimento vorticoso fa muovere i fogli sparpagliati sul letto, ho appena consegnato un lavoro e non ho voglia di riordinare.

L’estate non mi piace, ma forse non è un mistero per chi mi conosce davvero, ma c’è qualcuno che mi conosce davvero? Non credo. Siamo un campo troppo vasto per poter essere davvero conosciuti da qualcuno e la vita mi ha insegnato che in realtà conosciamo ben poco di chi ci sta vicino, di chi amiamo, forse conosciamo solo quello che ci assomiglia, quello che capiamo o quello che vogliamo cogliere dell’altro. Ma ci serve conoscere l’altro?  Il telefono squilla, ma non rispondo, non ho voglia di parlare, di rispondere a domande, di ascoltare. Ultimamente è diventato difficile offrire il servizio di sfogatoio agli altri, ho troppi demoni che si muovono dentro e non riesco a sentire neppure la mia voce.

Il titolo di questo post è una domanda che mi hai fatto tu, dopo che io ti avevo detto che ero pensierosa.

“Serve pensare?” ti sei messo d’accordo con Osho, perchè lo stesso giorno in cui tu mi hai fatto questa domanda, mi è arrivata in posta una riflessione di Osho, da cui estraggo queste parole :

“La vita e’ un mistero non accessibile a coloro
che vogliono sempre analizzare,selezionare.
E’ invece un mistero accessibile a coloro innocenti,
che sono disposti ad innamorarsene, e  danzare con lei.”

Ecco la risposta a tutto,  sono fottuta proprio fottuta! Non c’è proprio scampo per una come me. Io non ti ho saputo rispondere, ti ho solo scritto: “già.” che stava a significare: hai ragione, non serve pensare, ma io continuo a farlo sbagliando, again and again and again.
Ora è proprio A forest che mi risuona dentro, allora accendo lo stereo e metto su il cd dei Cure, e canto a squarciagola come se volessi che queste parole arrivassero a quella me che è morta e sepolta da anni. Questa canzone sa di inverno, sa di Giulio, dei baci rubati e mordicchiati, delle anime vibranti che eravamo io e lui. Sa di un inverno che non c’è più.

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Milk and Honey

 

Gold and silver is the autumn
Soft and tender are her skies
Yes and no are the answers
Written in my true love’s eyes

Autumn’s leaving and winter’s coming
I think that I’ll be moving along
I’ve got to leave her and find another
I’ve got to sing my heart’s true song

Round and round the burning circle
All the seasons: one, two, and three
Autumn leaves and then there winter
Spring is born and wanders free

Gold and silver burns my autumns
All too soon they’d fade and die
And then I’d know, there’d be no others
Milk and honey were their lies

Louder than love

Avete presente quando vi risuona nella testa e sulla bocca una canzone? E ve la portate avanti per qualche giorno, come se lei avesse scelto di farvi compagnia insinuandosi in voi senza chiedervi il permesso e voi glielo lasciate fare, la accogliete e le date forza.
La canzone che ho in testa in questi giorni è Hunger strike dei Temple of the dog.

E ricordo esattamente il momento in cui acquistai il cd contenente questo brano, ero a Roma in gita scolastica con la mia classe del liceo e al posto di comprare un souvenir, mi fiondai in un negozio di dischi che era per me ENORME, abituata ai bugigattoli dove di solito compro cd. Ero talmente entusiasta di questo acquisto, che non vedevo l’ora di tornare a casa per poterlo ascoltare nella penombra della mia stanza. Oggi verso l’ora di pranzo, un mio amico mi dice: è morto Chris Cornell.
Io sono rimasta basita. Lo so, muoiono continuamente persone, persone a cui noi teniamo e altre di cui non sappiamo nemmeno il nome, ma io questo nome lo conosco bene, perchè ho amato per anni la sua musica, la sua voce e quindi questa notizia è arrivata come una doccia fredda. Ho detto una parolaccia, farfugliato più che altro, perchè intanto le parole di hunger strike continuavano a risuonarmi dentro.
Fuori c’è il sole ma vi assicuro che questa giornata ha preso una brutta piega, non solo per questo evento, ma per altre cose intorno degne di nota. Cerco di non pensarci mentre un altro pezzo della mia vita si stacca, per non tornare più.
Buon viaggio Chris!

Biobà, i Pearl jam e le domande senza risposta

Stamattina Biobà, il fruttivendolo ambulante,  che viene solo i giorni pari della settimana, mentre mi porgeva una busta di carote mi ha guardata con attenzione, squadrata da capo a piedi,  e mi ha detto: Non ti vedo affatto bene, hai una brutta cera. Ma è successo qualcosa?

In effetti non ha usato esattamente queste parole, ma me lo ha detto nel nostro  dialetto, usando altri termini che nonostante il corso di vocabolateno, sarebbe complicato spiegarvi, ma il succo era più o meno questo. A quella sua domanda non ho saputo rispondere, gli avrei voluto dire un sacco di cose, ma sarebbe stato complicato intavolare davanti ad un’ape car piena zeppa di frutta e verdura, una conversazione che avrei avuto difficoltà a fare anche da uno strizzacervelli. Allora gli ho sorriso, ma immagino che il mio sorriso sia stato poco convincente, perchè lui ha incalzato dicendomi in tono di cazziata: vedi di riprenderti!

Se me lo ha detto anche uno che mi vede solo due volte a settimana per cinque minuti, allora sto proprio kaputt. C’è da dire che ho dormito pochissimo e che avevo i capelli come uno cespuglio di more, (dico avevo, perchè adesso mi sono presa la briga di legarli), che sono vestita di nero, ma questa non è una novità, io mi vesto quasi sempre solo di nero, e che l’unica nota colorata sono i pearl jam che spuntano sul davanti della maglietta, il tutto contrastato dal colore bianco della mia pelle.  Che dite iniziamo a contrastare Saturno facendomi una lampada abbronzante per togliermi questo aspetto da zombie? Non c’è bisogno che rispondiate a questa domanda, non lo farei mai. Mi tengo la pelle porcellanata e alzo il volume dello stereo. Questa è per voi.

Buona giornata a tutti!