Vocaboletano #29 a’ Pipita

Buonasera a tutti! Mentre la maggior parte di voi in questo momento è in vacanza, io e Gintoki abbiamo deciso di non abbandonarvi, ma di continuare con il Vocaboletano e di non farlo andare in vacanza, anche perchè è proprio  durante un viaggio o mentre siete rilassati in qualche località esotica che potrete sfoggiare la vostra conoscenza del nuovo idioma. La parola di stasera è come avete letto dal titolo: a’ pipita. La pronuncia è esattamente identica a come si scrive. E cosa vuol dire? Innanzitutto toglietevi dalla testa che abbia a che fare col nomignolo dato ad Higuaìn. Questa è tutta un’altra storia.

pipita s. f. [lat. *pipīta, alteraz. pop. di pituīta «muco, catarro; ascesso» (v. pituita)]. – Malattia degli uccelli (nota spec. nei polli): consiste in una formazione abnorme, simile a una pseudomembrana, costituita da un ispessimento dell’epitelio corneo che riveste il dorso della lingua e che compare soprattutto per effetto del disseccamento quando l’animale respira a becco aperto (può essere facilmente tolta). E che attinenza ha tutto questo con il dialetto? Dalle mie parti se una persona è taciturna, si dice: non parla e non pipita! Infatti come nei polli la pipita fa sì che il pollo non possa emettere il suo verso, così quando una persona parla poco o non parla affatto, (quasi fossero malate di pipita) gli si chiede: hai la pipita?t’è venuta la pipita? 

Non so se voi che leggete siete taciturni o chiacchieroni, ma se non avete la pipita, ma invece siete affetti da PIPITUA, allora vuol dire che al contrario parlate talmente tanto, che è difficile quasi interrompervi. Quindi ricordatevi e state attenti a non confondere i due termini. Una “u” può condurvi in errore, e farvi dire addirittura il contrario di quello che volevate dire.

Io sono affetta da Pipitua, ma questo lo avevate già capito. E voi?  0scillate verso la Pipita o verso la Pipitua?

Sperando di non avervi confuso in alcun modo, vi auguro una splendida serata!

Il Vocaboletano – 27# – o’ scuorno

Quante volte vi è capitato di provare vergogna in una determinata situazione? Eccovi servita la parola di stasera: o’scuorno! Ossia la vergogna!
Ma da dove deriva questo termine? L’etimologia affonderebbe le sue radici nel greco. La parola “scuorno” infatti deriverebbe dal vocabolo ellenico αισχύνομαι che vuole dire appunto “vergognarsi”.
Altre ipotesi invece, come quella di un linguista, fanno derivare questa parola dal verbo scornare, che a sua volta deriva dal vocabolo “corno”, con L’aggiunta di una “s” iniziale che ha un valore privativo ed indica la perdita di qualcosa, nello specifico la perdita della durezza del corno, il cui quindi significato è
“senza corno o corna” cioè “scornato”. Per comprendere meglio il legame tra l’avere “scuorno” e l’essere scornati possiamo pensare ai cervi, a quando lottano per conquistare il cuore di un esemplare femmina e si scontrano utilizzando le proprie corna. Il cervo che per primo viene privato di una delle corna, esce sconfitto dallo scontro e si ritira allontanandosi dal luogo del combattimento e dal resto dei cervi. Non avendo più una delle due corna quel cervo sarà identificato da tutti gli altri suoi simili come colui che ha subìto una sconfitta, in quanto si è dimostrato più debole del vittorioso avversario. Così come l’animale senza parte delle sue corna perde il rispetto dei suoi simili e viene per questo esiliato, così l’uomo che si deve mettere “scuorno” è sottoposto alla gogna pubblica.
Altri modi di dire legati a questa parola sono i seguenti:
S’e’ messo ‘o scuorno ‘n faccia (ha reso pubblica la sua vergogna)
Che scuorno! (Che vergogna!)
Ma non ti miette scuorno? (Ma non ti vergogni?)
Fa ‘a scurnusa: fa la vergognosa, ossia è colei che prova vergogna, ma ovviamente esiste anche il maschile, scurnuso che si riferisce all’uomo che prova vergogna, o imbarazzo.
Vi confesso che anche io mi sono messa scuorno a fare gli audio dei vocaboli napoletani e dei modi di dire, ma per diffondere l’idioma terronico ho superato lo scuorno e mi sono fatta sentire!
P.s. Grazie Gintoki per aver sopperito alla mia mancanza dello scorso mercoledì.
Buona serata a tutti!

Il Vocaboletano – #24 – Paliatone

Il vocabolo di cui vi parlo stasera, mi è molto caro.
Anche perchè in questo periodo farei un bel paliatone a parecchie persone e son sicura che a meno che non abbiate abbracciato la dottrina di Gandhi, allora la penserete esattamente come me a tal riguardo, ci son momenti in cui le parole son davvero poca cosa, e allora rimangono bene poche alternative, e scatta quindi il paliatone.
I ricordi dell’infanzia legati a questo vocabolo, risalgono a tutte quelle volte in cui io facevo, o ero intenta a fare qualche danno e mia madre dopo avermi richiamato varie volte invano, allora urlava: “Marilù, se non la smetti ti faccio un paliatone che non ti credi e non ti pensi!” ossia, se non la smetti, dopo i vari richiami, prenderai le botte, botte di tal portata che neanche puoi immaginare.
Questa minaccia bastava a farmi bloccare immediatamente, qualsiasi cosa stessi facendo, la minaccia del paliatone ha sempre funzionato con me, o quasi sempre.
Ma analizziamo il termine PALIATONE, il cui significato è bastonatura, gran quantitativo di botte. È un accrescitivo di paliata, che deriva dal verbo paliare, ossia bastonare, legnare. La parola napoletana deriva a sua volta dal verbo spagnolo “apalear” che vuol dire, appunto, battere.
In una scena del film “Totò e i re di Roma” di Steno e Monicelli, il termine paliatone viene usato dallo stesso Totò per porre ad Alberto Sordi (nella veste di un antipaticissimo insegnante esaminatore) la specifica domanda: “E allora mi saprebbe dire che significhi la parola paliatone?”.
Nel film, il saccente maestro non sa rispondere e Totò gli spiega il significato del termine dandogli una dimostrazione pratica, che rende molto di più di mille parole.
Dato che comunque la pronuncia di paliatone è esattamente la stessa di come viene scritta la parola, vi risparmio per questa settimana la pronuncia audio e lascio a Totò la possibilità di darvi una spiegazione esemplare del termine <a href="http://“>paliatone.
Buona serata a tutti!

Il Vocaboletano – 22# – O’ mastuggiorgio

Il termine di oggi è 0’Mastuggiorgio.
Questo vocabolo può avere una doppia valenza: può definire un uomo intraprendente e determinato, capace di prendere le redini di una situazione difficile, ma può anche riferirsi ad un uomo violento e pronto ad ottenere ciò che vuole ad ogni costo. L’origine etimologica può risalire alla parola greca mastigophoròs, e cioè il portatore di frusta. ”Mastuggiorgio” indica l’infermiere di manicomio o più genericamente il sorvegliante dei pazzi. Un’altra derivazione della parola,non del tutto improbabile,è spiegata nella figura di Mastro Giorgio Cattaneo, un castigamatti, che nel Seicento pretese di curare le malattie nervose con le percosse, infatti si narra che tale mastuggiorgio lavorava presso l’Ospedale degli Incurabili a Napoli, il suo metodo correttivo consisteva nello sfinire fisicamente i pazienti, legandoli ad una pesantissima ruota e costringendoli a girare ripetutamente intorno ad un pozzo, accompagnandoli con bastonate e alla fine di tale tortura i malati dovevano bere cento uova fresche e dopo ciò, sarebbero definitivamente guariti, ovviamente se fossero mai riusciti a sopravvivere a questo metodo di correzione.
Vi lascio le parole di una poesia di Salvatore Di Giacomo, il quale fu ispirato per questa poesia, proprio dalla figura del mastuggiorgio.

“Si è Rosa ca mme vò“

“Nzerrateme,nzerrateme addò stanno

tant’ate,comm’ a me,guardate e nchiuse,

addò passano ‘a vita,sbarianno,

pazze cuiete e pazze furiusse.

Nchiuditeme pe’ sempe ‘int’a sti mmura,

è o mastuggiorgio mettiteme allato.”

Si racconta poi che dopo tanto girare, i pazzi riuscivano a rinsavire solo per un attimo, il tempo necessario per riuscire a buttare Mastuggiorgio nello stesso pozzo intorno al quale loro erano stati costretti a girare.
In Napoletano si usa ancor oggi dare il nome di Mastogiorgio a coloro che si occupano della cura e della custodia dei pazzi, e “l’aspetta Mastuggiorgio“ si dice delle persone che dimostrano chiari segni di follia.
Spero di non avervi tediato.
Lascio la parola al gatto-socio e vi do appuntamento al prossimo mercoledì.
buonanotte a tutti!

Il Vocaboletano -20#- Pucundrìa

Buonasera linguisti! Siamo già arrivati alla ventesima parola di vocaboletano! Non potevo non farvi conoscere questo nuovo termine che è: a’ pucundrìa! per la traccia audio cliccate quì.
Veniamo al significato! Son certa che state pensando che il significato sia IPOCONDRIA, poichè la pronuncia è quasi simile al nostro termine ipocondria, ma in realtà vuol dire tutt’altra cosa.
Se si dice di qualcuno che “ten’ a’ pucundrìa”, vuol dire che sta soffrendo di una forte nostalgia, che è affatto da un senso di malinconia, che non può essere neanche definito tale, un misto di tristezza, che non è solo tristezza, di noia, di insoddisfazione, di mal di vivere, di solitudine, metteteci dentro tutti questi aspetti e viene fuori ‘a pucundrìa.
Io stessa l’ho provata molte volte, uno stato d’animo senza contorni, ma molto, molto profondo.
Pino Daniele ha scritto una canzone sulla pucundrìa.

Appocundria me scoppia / ogne minuto mpietto /pecché passanno forte / haje sconcecato ‘o lietto /appocundria ‘e chi è sazio / e dice ca è diuno /appocundria ‘e nisciuno… / Appocundria ‘e nisciuno.” Per sentire l’audio cliccate quì.
Qualcuno per spiegare questo vocabolo, lo ha accostato alla Saudade portoghese o alla Sehnsucht tedesca, ma a’ pucundrìa, rimane pucundrìa, e forse a spiegarla le si vogliono disegnare quei contorni che in realtà non ha, e proprio non avendoli la fanno essere quella che è: pucundrìa e basta!

Il Vocaboletano – #16 – Antrasatta

Ed eccoci arrivati al sedicesimo appuntamento con il nostro Vocaboletano, se avete mancato gli altri 15 vocaboli, andate a recuperarli nei mio blog o in quello del gatto-socio Gintoki ,che sta facendo questo viaggio insieme a me e spero anche a voi, nel nostro vivace e creativo dialetto napoletano-campano, sempre in evoluzione.
Il termine di questo mercoledì è ANTRASATTA, che più che un termine, è un’espressione, vi starete chiedendo cosa vuol dire?
Il significato è uno ed uno solo. Vuol dire ALL’IMPROVVISO.
Per quanto riguarda le sue origini, si fanno risalire alla locuzione latina:
INTER RES ACTA, con la quale si vogliono indicare “le azioni fatte tra altri avvenimenti”, nei quali vi si introduce quasi di soppiatto, ossia all’improvviso.
Per quanto riguarda la pronuncia del termine, ecco la traccia audio di Antrasatta.

Quindi se qualcuno arriva improvvisamente, potrete dire: “è arrivato antrasatta”
Se qualcosa accade tutt’a un tratto, improvvisamente, potrete tranquillamente usare questa espressione.
Qualcuno ha fatto risalire il termine dal francese ENTR’ACTE, (antract) Intermedio, tempo ” tra un atto e l’altro d’un dramma, … Impedimento, ostacolo.
Quando qualcosa avviene antrasatta, vuol dire che arriva quasi a sorpresa,
si inserisce di forza e inaspettatamente nel tempo dell’azione, quasi a modificare la continuità del divenire.
Concludo con un proverbio napoletano in cui troviamo questo vocabolo:
A chi te parla e nun te tene mente, aspettate antrasatta ‘o tradimento.
Chi ti parla senza guardarti spesso è un traditore.
Spero di non essere capitata antrasatta nella vostra serata e di non aver interrotto nulla, se non per lasciarvi un altro pizzico di vocaboletano.
Buona serata a tutti, lascio la parola al gattosocio e vi do appuntamento al prossimo mercoledì.

Il Vocaboletano – #12 – ‘Ntufà

Mi scuso con tutti per il ritardo con cui ho pubblicato il capitolo dialettale, ma son successe un pò di cose che mi hanno fatto perdere sia la concezione del tempo che la giusta concentrazione.

Siamo al dodicesimo capitolo del nostro viaggio in questo idioma tanto amato in tutto il mondo. Sto esagerando forse? Ma no! Ci son canzoni, film, opere teatrali, poesie, libri che testimoniano l’amore per questo dialetto ed io e gintoki stiamo cercando di rendervi attivamente protagonisti di questo dialetto.
Allora non perdiamoci in chiacchiere, ma passiamo alla parola di questa settimana che è: ‘NTUFA’.
La cui pronuncia esatta è:

‘ntufà/ ‘ntufarsi

Vi metto quì di seguito lo stralcio che ho preso dal mio vocabolario di napoletano.

ntufà.jpg

Si pensa quindi che il verbo riflessivo ‘ntufarsi provenga proprio dal sostantivo tufo.
In effetti se una persona si è ‘ntufata, vuol dire che è talmente di cattivo umore, che si è in pratica appesantita come una pietra di tufo.
E solitamente se una persona è taciturna e si evince il suo stato d’animo buio, arrabbiato, di estrema chiusura, poichè traspare dal suo atteggiamento, di solito si dice così:
Oggi “mi par’ proprio nu tufo ‘mbuss! Ossia oggi mi sembri proprio una pietra di tufo bagnata, tanto per sottolineare la pesantezza dell’umore del soggetto indicato, non solo è pesante come un tufo, ma lo è ancora di più, poichè la pietra di tufo è anche bagnata e quindi più pesante.

Traccia audio per farvi udire l’esatta pronuncia:
https://drive.google.com/file/d/0B3DEqXtt0pPZVXhZam1FWlJUVzg/view?usp=sharing

Altro modo di dire è anche: tufo di carretto, che in dialetto è “tufo e’ carretto!”
Questo modo di dire si riferisce ai tempi addietro, quando i muli o gli asini trasportavano dei carretti su strade molto pendenti, allora quando si fermavano per riposarsi, per non essere trascinati a valle con tutto il carico, solitamente si poneva una pietra di tufo per bloccare le ruote del carretto, quindi la pietra fungeva da freno, e da questa consuetudine è rimasta l’espressione: tufo di carretto, quindi se una persona viene definita tufo di carretto o tufo bagnato, vuol dire che è davvero pesante nell’atteggiamento di chiusura, tanto da sembrare una pietra.
traccia audio:

https://drive.google.com/file/d/0B3DEqXtt0pPZTGs0ZEs3Sk9Tbzg/view?usp=sharing

Altro significato che si è soliti dare al verbo ‘ntufarsi, è anche quello di essere molto pieni, dopo una grande abbuffata di cibo.
Quindi possiamo dire che le sfumature che ha questo verbo sono varie, una si riferisce ad uno stato d’animo e l’altra ad uno stato fisico.

Nella speranza che non vi siate ‘ntufati a causa di qualche evento o di qualche superabbuffata, vi auguro una buona serata e vi do appuntamento a mercoledì prossimo, dando la parola al gatto-socio.
Buona serata a tutti!