Il Vocaboletano – 22# – O’ mastuggiorgio

Il termine di oggi è 0’Mastuggiorgio.
Questo vocabolo può avere una doppia valenza: può definire un uomo intraprendente e determinato, capace di prendere le redini di una situazione difficile, ma può anche riferirsi ad un uomo violento e pronto ad ottenere ciò che vuole ad ogni costo. L’origine etimologica può risalire alla parola greca mastigophoròs, e cioè il portatore di frusta. ”Mastuggiorgio” indica l’infermiere di manicomio o più genericamente il sorvegliante dei pazzi. Un’altra derivazione della parola,non del tutto improbabile,è spiegata nella figura di Mastro Giorgio Cattaneo, un castigamatti, che nel Seicento pretese di curare le malattie nervose con le percosse, infatti si narra che tale mastuggiorgio lavorava presso l’Ospedale degli Incurabili a Napoli, il suo metodo correttivo consisteva nello sfinire fisicamente i pazienti, legandoli ad una pesantissima ruota e costringendoli a girare ripetutamente intorno ad un pozzo, accompagnandoli con bastonate e alla fine di tale tortura i malati dovevano bere cento uova fresche e dopo ciò, sarebbero definitivamente guariti, ovviamente se fossero mai riusciti a sopravvivere a questo metodo di correzione.
Vi lascio le parole di una poesia di Salvatore Di Giacomo, il quale fu ispirato per questa poesia, proprio dalla figura del mastuggiorgio.

“Si è Rosa ca mme vò“

“Nzerrateme,nzerrateme addò stanno

tant’ate,comm’ a me,guardate e nchiuse,

addò passano ‘a vita,sbarianno,

pazze cuiete e pazze furiusse.

Nchiuditeme pe’ sempe ‘int’a sti mmura,

è o mastuggiorgio mettiteme allato.”

Si racconta poi che dopo tanto girare, i pazzi riuscivano a rinsavire solo per un attimo, il tempo necessario per riuscire a buttare Mastuggiorgio nello stesso pozzo intorno al quale loro erano stati costretti a girare.
In Napoletano si usa ancor oggi dare il nome di Mastogiorgio a coloro che si occupano della cura e della custodia dei pazzi, e “l’aspetta Mastuggiorgio“ si dice delle persone che dimostrano chiari segni di follia.
Spero di non avervi tediato.
Lascio la parola al gatto-socio e vi do appuntamento al prossimo mercoledì.
buonanotte a tutti!

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Il Vocaboletano -20#- Pucundrìa

Buonasera linguisti! Siamo già arrivati alla ventesima parola di vocaboletano! Non potevo non farvi conoscere questo nuovo termine che è: a’ pucundrìa! per la traccia audio cliccate quì.
Veniamo al significato! Son certa che state pensando che il significato sia IPOCONDRIA, poichè la pronuncia è quasi simile al nostro termine ipocondria, ma in realtà vuol dire tutt’altra cosa.
Se si dice di qualcuno che “ten’ a’ pucundrìa”, vuol dire che sta soffrendo di una forte nostalgia, che è affatto da un senso di malinconia, che non può essere neanche definito tale, un misto di tristezza, che non è solo tristezza, di noia, di insoddisfazione, di mal di vivere, di solitudine, metteteci dentro tutti questi aspetti e viene fuori ‘a pucundrìa.
Io stessa l’ho provata molte volte, uno stato d’animo senza contorni, ma molto, molto profondo.
Pino Daniele ha scritto una canzone sulla pucundrìa.

Appocundria me scoppia / ogne minuto mpietto /pecché passanno forte / haje sconcecato ‘o lietto /appocundria ‘e chi è sazio / e dice ca è diuno /appocundria ‘e nisciuno… / Appocundria ‘e nisciuno.” Per sentire l’audio cliccate quì.
Qualcuno per spiegare questo vocabolo, lo ha accostato alla Saudade portoghese o alla Sehnsucht tedesca, ma a’ pucundrìa, rimane pucundrìa, e forse a spiegarla le si vogliono disegnare quei contorni che in realtà non ha, e proprio non avendoli la fanno essere quella che è: pucundrìa e basta!

Il Vocaboletano – #16 – Antrasatta

Ed eccoci arrivati al sedicesimo appuntamento con il nostro Vocaboletano, se avete mancato gli altri 15 vocaboli, andate a recuperarli nei mio blog o in quello del gatto-socio Gintoki ,che sta facendo questo viaggio insieme a me e spero anche a voi, nel nostro vivace e creativo dialetto napoletano-campano, sempre in evoluzione.
Il termine di questo mercoledì è ANTRASATTA, che più che un termine, è un’espressione, vi starete chiedendo cosa vuol dire?
Il significato è uno ed uno solo. Vuol dire ALL’IMPROVVISO.
Per quanto riguarda le sue origini, si fanno risalire alla locuzione latina:
INTER RES ACTA, con la quale si vogliono indicare “le azioni fatte tra altri avvenimenti”, nei quali vi si introduce quasi di soppiatto, ossia all’improvviso.
Per quanto riguarda la pronuncia del termine, ecco la traccia audio di Antrasatta.

Quindi se qualcuno arriva improvvisamente, potrete dire: “è arrivato antrasatta”
Se qualcosa accade tutt’a un tratto, improvvisamente, potrete tranquillamente usare questa espressione.
Qualcuno ha fatto risalire il termine dal francese ENTR’ACTE, (antract) Intermedio, tempo ” tra un atto e l’altro d’un dramma, … Impedimento, ostacolo.
Quando qualcosa avviene antrasatta, vuol dire che arriva quasi a sorpresa,
si inserisce di forza e inaspettatamente nel tempo dell’azione, quasi a modificare la continuità del divenire.
Concludo con un proverbio napoletano in cui troviamo questo vocabolo:
A chi te parla e nun te tene mente, aspettate antrasatta ‘o tradimento.
Chi ti parla senza guardarti spesso è un traditore.
Spero di non essere capitata antrasatta nella vostra serata e di non aver interrotto nulla, se non per lasciarvi un altro pizzico di vocaboletano.
Buona serata a tutti, lascio la parola al gattosocio e vi do appuntamento al prossimo mercoledì.

Il Vocaboletano – #12 – ‘Ntufà

Mi scuso con tutti per il ritardo con cui ho pubblicato il capitolo dialettale, ma son successe un pò di cose che mi hanno fatto perdere sia la concezione del tempo che la giusta concentrazione.

Siamo al dodicesimo capitolo del nostro viaggio in questo idioma tanto amato in tutto il mondo. Sto esagerando forse? Ma no! Ci son canzoni, film, opere teatrali, poesie, libri che testimoniano l’amore per questo dialetto ed io e gintoki stiamo cercando di rendervi attivamente protagonisti di questo dialetto.
Allora non perdiamoci in chiacchiere, ma passiamo alla parola di questa settimana che è: ‘NTUFA’.
La cui pronuncia esatta è:

‘ntufà/ ‘ntufarsi

Vi metto quì di seguito lo stralcio che ho preso dal mio vocabolario di napoletano.

ntufà.jpg

Si pensa quindi che il verbo riflessivo ‘ntufarsi provenga proprio dal sostantivo tufo.
In effetti se una persona si è ‘ntufata, vuol dire che è talmente di cattivo umore, che si è in pratica appesantita come una pietra di tufo.
E solitamente se una persona è taciturna e si evince il suo stato d’animo buio, arrabbiato, di estrema chiusura, poichè traspare dal suo atteggiamento, di solito si dice così:
Oggi “mi par’ proprio nu tufo ‘mbuss! Ossia oggi mi sembri proprio una pietra di tufo bagnata, tanto per sottolineare la pesantezza dell’umore del soggetto indicato, non solo è pesante come un tufo, ma lo è ancora di più, poichè la pietra di tufo è anche bagnata e quindi più pesante.

Traccia audio per farvi udire l’esatta pronuncia:
https://drive.google.com/file/d/0B3DEqXtt0pPZVXhZam1FWlJUVzg/view?usp=sharing

Altro modo di dire è anche: tufo di carretto, che in dialetto è “tufo e’ carretto!”
Questo modo di dire si riferisce ai tempi addietro, quando i muli o gli asini trasportavano dei carretti su strade molto pendenti, allora quando si fermavano per riposarsi, per non essere trascinati a valle con tutto il carico, solitamente si poneva una pietra di tufo per bloccare le ruote del carretto, quindi la pietra fungeva da freno, e da questa consuetudine è rimasta l’espressione: tufo di carretto, quindi se una persona viene definita tufo di carretto o tufo bagnato, vuol dire che è davvero pesante nell’atteggiamento di chiusura, tanto da sembrare una pietra.
traccia audio:

https://drive.google.com/file/d/0B3DEqXtt0pPZTGs0ZEs3Sk9Tbzg/view?usp=sharing

Altro significato che si è soliti dare al verbo ‘ntufarsi, è anche quello di essere molto pieni, dopo una grande abbuffata di cibo.
Quindi possiamo dire che le sfumature che ha questo verbo sono varie, una si riferisce ad uno stato d’animo e l’altra ad uno stato fisico.

Nella speranza che non vi siate ‘ntufati a causa di qualche evento o di qualche superabbuffata, vi auguro una buona serata e vi do appuntamento a mercoledì prossimo, dando la parola al gatto-socio.
Buona serata a tutti!

Il Vocaboletano – #11 – Ammuccarsi

Siamo arrivati all’undicesimo appuntamento di vocaboletano, oggi tocca al gatto-socio, che ci ha fatto una grandissima, gratissima sorpresa! A voi la lettura del post.

Shock Anafilattico

Se qualcuno vi dicesse che questa è l’ultima puntata del Vocaboletano e voi gli deste credito, beh, vi sareste ammuccati una bufala!

Il Vocaboletano portato avanti da me e crisalide invece cresce con nuovi termini e prosegue (le puntate precedenti sono disponibili qui), con una novità: oggi tento l’esperimento di inserire anche l’audio, per far comprendere meglio l’uso dei vocaboli.

Oggi parliamo di ammuccare (o ammoccare), molto più spesso utilizzato nella forma riflessiva ammuccarsi.

Non ha nulla a che fare con le mucche: viene dal latino ad+bucca, dove poi la d e la b sono diventate delle m. Ha lo stesso significato dell’italiano imboccare, ma nell’uso dialettale ha assunto un senso figurato, riferito al mettere in bocca le parole agli altri.

Bisogna fare però attenzione! Chi si ammucca qualsiasi cosa gli venga detta è considerato un ingenuo, un credulone. Ammuccarsi, infatti, significa prestar fede…

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Il Vocaboletano – #10 -‘Nziria

Siamo già arrivati al decimo appuntamento col nostro corso di napoletano! E spero vivamente stiate facendo tutti dei progressi e che vi stiate esercitando ogni giorno, perchè son certa che questo corso possa tornarvi utile in qualsiasi situazione di vita quotidiana, magari anche inaspettata, anche perchè non dovete sfoggiare la vostra conoscenza del napoletano solo se vi trovate in campania, ma potete usufruirne anche altrove, per esempio nel villaggio di Kandovan nella zona orientale dell’Azerbaijan, insomma il mio consiglio è: “sparatevi le pose” in ogni dove!

La parola che ho scelto per voi questa settimana è ‘Nziria.

Chi di voi non ha mai preso una ‘nziria per qualcosa o per qualcuno? soprattutto quando eravate bambini?

Possiamo tradurre ‘nziria con la parola “capriccio”, anche se dobbiamo dare le giuste sfumature a questo vocabolo ed ora le analizzeremo tutte. Questo termine, dunque, vuole indicare testardaggine, cocciutaggine, ostinazione nel volere qualcosa e si usa in riferimento soprattutto ai bambini, o a persone immature, a chiunque faccia storie per nulla, nel qual caso: e pigliat’ a ‘nziria.
Le origini di questa parola sono da ricercare nel latino “insidiae“, derivazione di insidēre ossia: star sopra, star fermo su (e quindi impuntarsi), composto di “in” e “sidere”, ovvero stare seduto (sulle proprie posizioni).

Indica, soprattutto nei bambini, un particolare e tipico stato d’animo manifestato con atteggiamento ostinato, lamentele e capricci prolungati, pianti insistenti e apparentemente immotivati. Si dice “piglià ‘a ‘nziria“, “tené ‘a ‘nziria“.
Molte volte si manifesta nei neonati quando si avvicinina l’ora del sonno, in cui iniziano a piagnucolare insistentemente e questa si chiama: ‘nziria ‘e suonno, che si placa solo con il riposo.

Altre ipotesi circa l’origine del termine vedrebbero la sua derivazione dall’unione di “in” ed “ira”, quindi “andare in ira” = ‘nziria’. Qualcuno sostiene anche una discendenza dal greco “sun-eris” col significato di “dissidio”. Ma l’idea più probabile sembra essere quella che vede la discendenza semantica dal latino.
Altri modi di definire la ‘nziria sono zirria o zirra e colui che ne è affetto è ‘nziriuso o zirruso.

In riferimento agli adulti, ‘nziria indica una situazione in cui dal capriccio iniziale, si passa ad uno stato d’animo irrequieto e frenetico, come se nulla riuscisse a darti pace, si batte sempre sullo stesso punto, si protesta, si brontola,si mettono in atto una serie di moine incessanti per riuscire nell’intento desiderato, una sorta di cocciutaggine spinta fino all’estremo, un’insoddisfazione che non trova via di uscita, una provocazione continua, un desiderio intenso ma inopportuno. Un atteggiamento che infastidisce, e talvolta sfinisce, non solo la persona che mette in atto il “capriccio” ma anche chi gli sta intorno.
Vi lascio con una canzone degli Almamegretta che si intitola proprio ‘nziria.
Così potrete sentire il Raiz come pronuncia questo vocabolo.
Nel ritornello lui canta:

“te ress pure ll’anema si sta ‘nziria ‘ncuorp putisse aquieta’
ma nun mor maje, chesta ‘nziria nun mor maje, cresce semp chiù assaje
ma nun mor maje…”

Vi do appuntamento al prossimo mercoledì dando la voce al gottosocio Gintoki.

Il Vocaboletano -#6-Pànteco

Buonasera a tutti, eccoci arrivati al sesto appuntamento col corso di napoletano a cura della sottoscritta e del gattosocio Gintoki, so che vi state dando da fare e che la vostra pronuncia sta migliorando di giorno in giorno, ma la strada da percorrere è ancora lunga, quindi armatevi di pazienza e prendete confidenza con la nuova parola di questa settimana che è PANTECO.

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Quando ti dicono: mi è preso o’ pànteco, vuol dire che hai avuto una sofferenza enorme per qualcosa, un malessere, ma anche uno spavento che ti ha quasi provocato un dolore fisico. Se andiamo ad analizzare il verbo:

spantecare, o ancora meglio spantecà : vuol dire soffrire, macerare nel dolore, stare sulle spine, spasimare, smaniare. Lo spanteco è soprattutto d’amore. Si usa spesso per indicare il male d’amore dovuto all’altro che si nega. “Me staje facenn’ spantecà!” Non molto usato per il dolore fisico, ma più per un dolore a livello interiore, sentimentale. E da questo ne deriva anche lo Spantecamiento, ossia lo struggimento nei confronti sempre di questo sentimento negato.

  Il verbo deriva dal Pantecà con cui si indica anche il perdere i sensi, svenire, dal latino ex-pantecare o panticàre formato da ex (da, fuori da) + panticare (dal latino pantex, pancia) ed esprime una sensazione che viene dal ventre. Infatti lo spànteco parte come una sensazione di malessere che parte dal tratto intestinale. Si trovano corrispondenze nel provenzale pantajiar e nel catalano pantexar.

Quindi ricapitoliamo: se mi spavento enormemente per qualcosa, mi è preso un pànteco.

Se mi innamoro o desidero ardentemente qualcuno che non mi si lascia agguantare, allora questo qualcuno mi sta facendo spantecare o anche spantecà, provocandomi uno spantecamiento o spanteco.

Nella speranza che non vi stiate spantecando per nessuno e che non vi sia preso un pànteco nelle ultime 24 ore, vi auguro una dolce notte e lascio il testimone al mio gattosocio Gintoki, dandovi appuntamento al prossimo mercoledì.