Sonata in Do di Petto

Sono in ufficio, e mi sto ritagliando il mio piccolo spazio per oggi. Gli altri colleghi sono tutti euforici per scadenze varie di progetti, io vorrei solo essere il più lontano possibile da quì, magari su una montagna, da sola. Ieri penso di aver raggiunto l’apice dell’incazzatura. Almeno di questo periodo, perchè ho fatto di molto, ma molto peggio. A volte quando urlo durante qualche litigio, mi capita dopo di aver così male alla gola, da accorgermi solo in quel momento di quanto male ho fatto a me stessa a perdere le staffe e non solo a me ovviamente. Si litiga sempre con qualcuno, certo quel qualcuno potrei essere anche io, cosa che accade spesso. Solo che se litigo con me stessa, non urlo, rimango in silenzio o piango. Ieri ho dato un Do di petto, ma non solo ieri, mi capita a periodi, arrivano momenti in cui la mia buddhità evapora come se non fosse mai esistita. Non mi piaccio quando accade. Questa parte di me non mi piace affatto. Ho una lista chilometrica di cose che non mi piacciono di me ed elencarle tutte non cambierebbe la realtà dei fatti. Al posto della mia esibizione nella sonata in Do di petto, avrei preferito cantare l’ave Verum al duomo ed usare la mia voce per qualcosa di bello. Non mi sopporto quando perdo le staffe. In passato ho fatto delle cose di cui non vado fiera, guidata dalla rabbia, ma poi con gli anni ho iniziato a lasciar andare, a lasciar correre certe cose, a lasciarle completamente scivolare via, a non sbottare per una pressione o per un’ingiustizia o per un dolore. Ho incassato tanto in dolore e delusione, ma so anche che non è che abbiamo un serbatoio interiore che ci avverte che siamo pieni e che quindi altra merda non ne possiamo più ricevere, quella non ha limiti purtroppo, certa gente è nata proprio per generare merda e per gettarla nella vita degli altri. Io non sono un agnellino, ma cerco almeno di non maltrattare le persone gratuitamente, di non calpestarle, di non ferirle, di non usarle. In questi giorni ho parlato pochissimo. Come se avessi perso le parole, che si sono assottigliate fino a trasformarsi in muto silenzio. Quando divento così silenziosa, c’è sicuramente qualcosa che non va. C’è una parte di me impigliata da qualche parte e tutto il resto di me si muove nel quotidiano come sempre. Le persone pronte ad ascoltarci sono poche o anzi, forse nel mio caso non ce ne sono. Allora è meglio tacere.

Mattina di un sabato d’estate

Ci sono giorni in cui parto dal presupposto che non voglio arrabbiarmi. Allora anche se magari ho passato una notte a dir poco di merda, cerco di aggiustare il tiro con il resto. Mentre sono in bagno a lavarmi il viso con la coda dell’occhio intravedo Dalì che sta facendo pipì sul tappeto. E va bene, non importa, il tappeto si lava. Poi scendo di sotto e cerco di dare una svolta alla piega negativa che sta prendendo la giornata, facendo una colazione memorabile in un posto che io adoro. A volte d’estate faccio colazione sotto il chiosco in giardino. Quello era il chiosco dove da bambina giocavo con Buddha infliggendogli i peggiori travestimenti, ignorando chi fosse e me ne scuso ampiamente. Mi porto dietro un vassoio con una grande tazza di latte freddo, biscotti e caffè. Mentre faccio colazione, arriva Thor, il siberian husky di mia cugina Lucy e inizia a fissarmi con quei favolosi occhioni di ghiaccio nella speranza che gli molli qualche biscotto. Ovviamente lo faccio, ma nel frattempo arriva il piccolo invidiosetto di Dalì e inizia a lamentarsi, perchè anche lui recrimina un biscotto, anche se solitamente di mattina sgranocchia fette biscottate come se fosse una marmotta. E così la piega inizia a distendersi e facciamo amorevolmente colazione tutti e tre insieme, io, Thor e Dalì. Dopo poco arriva Biobà, lo sento col megafono avvicinarsi e decantare: ‘e perl ‘e zuccr, (perle di zucchero) ossia l’anguria, ‘e parcuoc pò vin, ossia le pesche da mettere nel vino rosso e così via…allora corro su a vestirmi, perche’ ovviamente sono ancora in pigiama, e vado a rendermi un minimo decente per poter fare la spesa alla fornitissima ape car di Biobà, se posso trovare una pecca al mio adorato Biobà, è la sua insistenza a farmi provare la frutta prima che io la compri, lo so che è un favore che mi fa, perchè vuole assicurarsi di accontentarmi, ma a volte mi sono appena svegliata e l’ultima cosa che voglio è mangiare una mela o un’arancia. Lui è sempre pronto col suo coltello per sbucciarti un frutto e porgertelo come se fossi alla corte di un re, solo che siamo davanti casa mia e il mio offritore di frutta preferito ha una testa di cavallo tatuata sul braccio.

Oggi una mia carissima amica compie 43 anni, vorrei farle gli auguri anche quì, anche se non legge il blog, perchè non sa che scrivo su un blog. Vorrei dirle che le voglio bene e che anche se non ci vediamo spesso, rimane sempre una delle sorelle che non ho mai avuto. Ti stringo sull’anima M.V.

Nel caso voleste approfondimenti sulla mia infanzia con Buddha e sul mio fruttivendolo di fiducia, vi rimando sotto al post agli articoli in cui ne parlo. Buon sabato a tutti!

Un saluto all’uomo che mi regalò una rosa

Ieri è morto il mio vicino di casa. Colui che mi regalò quella rosa rossa un giorno che stavo passando davanti casa sua.

https://crisalide77.wordpress.com/2017/07/

Non lo vedevo da tanto, era ormai allettato da qualche anno. L’ho rivisto ieri, sul letto quando ormai c’era solo il suo corpo e l’anima era già volata via. Ho visto però sua moglie in questi anni e dall’espressione del suo viso capivo che le cose non stavano andando bene. Vivere nel quartiere dove sono nata mi porta a ricordare tanti aneddoti che mi legano alle famiglie dei miei vicini di casa. E poi ci lega tutti il periodo del terremoto del 1980, quando abbiamo vissuto nello stesso capannone per mesi. Quando ero piccola giocavo sempre nella strada davanti casa, ero quella bimba con le ginocchia sempre sbucciate, scorazzavo su una bici blu e rientravo solo quando le urla di mia madre si facevano insistenti. Ora non ci sono più bimbi che giocano nella strada, ci sono troppe auto. Il mio vicino era un tipo silenzioso ma aveva sempre un sorriso da donarti. Voglio ricordarlo con gli occhi sorridenti e quella rosa rossa in mano che mi regalò. Buon viaggio!

He’s got his ticket…

You oughta know

Appena arrivata in ufficio. Sono sola, la mia collega arriverà come al solito con oltre mezz’ora di ritardo ed io avrò il tempo per scrivere senza interruzioni. Ho intitolato questo post come la canzone che ho cantato a squarciagola stamattina in auto. Per me è terapeutica questa canzone. Finestrini chiusi, aria condizionata accesa e decibel a go go. Siamo nel 1995, avevo 18 anni e quell’ estate l’ho trascorsa in Inghilterra. Il college a Wimbledon, conigli e gatti che scorazzavano per casa, le serate/concerto al Camden Palace, quelle lungo il Tamigi a bere birre ghiacciate, le notti nel sacco a pelo a dormire nel parco, i bagni nella fontana in una piazza e le cazziate dei poliziotti, il viaggio in metro con i vestiti zuppi, i primi stage diving che abbia mai visto, le corse per non perdere le metro, i sandwich con le salse all’aglio, i pub che erano dei veri pub e sentivi l’odore del legno del bancone avvolgerti insieme alla schiuma della birra, i mercatini colorati, la musica del walkman, all’epoca non c’erano i cellulari ed io chiamavo a casa dalla cabina telefonica, avevo i capelli fucsia e in testa un basco a scacchi bianco e nero, ed ero innamorata di uno stronzo che mi avrebbe spezzato il cuore, ma io ancora non lo sapevo e godevo dei batticuore che mi provocava quell’innamoramento. Forse il primo vero amore se non consideriamo il timido con la vespa bourdeaux e ovviamente il ragazzo dark che veniva dal lago. Se ripercorro il testo della canzone ci ritrovo molto della mia vita. Ma questa è un’altra storia da rispolverare, forse in un altro momento o anche mai. Oggi ho parcheggiato la macchina al sole, quando tornerò a riprenderla lo sterzo si sarà liquefatto. Mentre percorrevo la strada per raggiungere l’ufficio ho dovuto dribblare non so quante merde di cane, da prenderne una ad una e da spiaccicare dritto in faccia ai proprietari dei cuccioli che non hanno colpa di avere dei padroni incivili. Ho incontrato la cartolaia che ho conosciuto appena mi son trasferita in questo nuovo ufficio e mi ha accolta con un sorriso al rossetto rubino che mi ha aperto il cuore. La prima volta che sono entrata nella sua cartoleria ero andata a comprare dei quaderni e lei mi ha raccontato che questa cartoleria è attiva dagli anni ’80 e che nei decenni si sono alternate generazioni di padri e figli, lei ha i capelli color d’argento ed un sorriso davvero accogliente. Le chiesi quel giorno se avesse carta da lettera. Mi ha detto che non pensava ci fossero persone che scrivono ancora le lettere su carta ed è rimasta stupita della mia richiesta, ovviamente ho comprato buste e fogli di ogni genere, visto che ormai non se ne trovano più. Ma che poi a chi devo scriverle ste lettere?

Intanto ovviamente la mia collega è arrivata e si è messa a parlare di erbe officinali e di arte.

Buon giovedì a chi è in onda!

Where is my mind?

E’ più di un anno che non scrivo. Non che non avessi nulla da raccontare, ma non riuscivo a farlo. A volte la vita corre veloce e nel correre si trascina via anche parti di te, in questo caso, di me. Però qualche volta faccio capolino in blog amici o come è capitato ieri, inciampo nelle parole di qualcuno di cui non avevo mai letto nulla prima ed ecco che ritorna la voglia di scrivere. Ed eccomi quì.

Son successe tante cose in questo anno, alcune dolorosissime, sono macigni che mi ancorano al suolo e mi tolgono il fiato, la voce. Ci sono dolori che non si possono descrivere a parole, sono lì, ti assediano, ti scavano dentro fino a svuotarti completamente, ti denudano e ti bloccano da qualche parte, dentro di te e senza accorgertene smetti di ricordare come ha avuto inizio, come hai fatto a fare delle cose mentre tutto accadeva e come hai gestito, affrontato giorni, mesi, ricacciando indietro le lacrime per non far pesare anche il tuo stato d’animo a chi già stava soffrendo.

Son successe anche cose belle in questo lungo tempo, inaspettate, intense, che mi hanno fatta ricordare che riesco ancora a provare quel che chiamano sentimenti, e che la brace si rianima e l’anima ritorna ad essere fiammeggiante. E’ passato un anno e sembrano esserne passati dieci. Durante questo anno ho perso amici, che mi auguro ritroverò in un’altra vita, ma so che non è così. Ho perso il sonno, ma questo non l’ho mai avuto. Ho ritrovato la musica, chiusa a doppia mandata nel sottoscala pieno di ragnatele, adesso piano piano si sta facendo strada per uscire dalla mia testa. Ho adottato Dalì, che è diventato parte integrante della mia vita, è famiglia. Ho vibrato nei tuoi abbracci ed ho pianto quando il treno mi ha portata lontana da te. Ho cambiato ufficio, per l’ennesima volta, altri scatoloni, altro trasloco, nuovi colleghi di lavoro. Ho letto pochissimo, ma ho una gran voglia consumare pagine e pagine di fumetti e di dissipare la pila della vergogna, come la chiama la mia ex alunna L.

Non so se riuscirò a raccontarvi tutto, ma vorrei provare a fare un piccolo passo alla volta. Per me già essere quì è un grande passo. Spero di ritrovarvi tutti.

43

Il 28 marzo ho compiuto 43 anni. In pieno corona virus. Tempo prima si parlava con due amiche su cosa fare per il compleanno. Si spaziava tra un viaggio tutte tre, (la meta era la Puglia), o semplicemente  una cena tra intimi, anche perchè non è che mi piacciano tanto le feste di compleanno, soprattutto se la festeggiata sono io. Mi piacciono invece le feste dei bambini, quel caos pacifico di decibel a go go,  dove li vedi giocare, divertirsi, pasticciare, rincorrersi, urlare, dove ci sono le candeline, le torte pannose, i festoni colorati, i palloncini, ma da grande ho sempre pensato che non è che bisogna aspettare il compleanno per stare insieme. Lo si fa quando si vuole, senza occasione, con una birra ghiacciata e tanta voglia di stare insieme. Comunque quel fatidico giorno è arrivato, oltretutto quest’anno cadeva di sabato, alle 20:00  io ero già in pigiama. La cosa buffa, è che tutti si sono ricordati di farmi gli auguri, o quasi tutti. Come se la quarantena avesse dato carburante alla memoria della gente. Mia cugina che abita nella casa a fianco alla mia, mi ha fatto una torta e mi ha regalato una borraccia termica, che sto usando ogni sacrosanto giorno da quando l’ho ricevuta, perchè io non ho mai smesso di andare a lavoro, quindi ogni giorno mi son portata in ufficio una tisana diversa, (e con me ho avuto la mia amica erborista)…anche se solo virtualmente. E così sono passate queste settimane. Ormai non ho memoria di quando è iniziato tutto questo, mi sembra di vivere sempre lo stesso giorno, e anche se lo stesso è diverso. Esco solo per andare a lavoro, la spesa ormai me la faccio portare a casa. Vado in ufficio con la macchina, (ma questo merita un approfondimento in un altro post), svolgo un lavoro che avrei tranquillamente potuto svolgere da casa, ma aimè, i miei datori di lavoro non sono della stesso avviso. La differenza tra prima e dopo è che non posso ricevere utenti, di persona, quindi li seguo telefonicamente o online. Non ho contatti quindi con la gente se non con la mia collega, (in questo ufficio siamo solo in due).  Ritornando ai miei 43 che ormai sono in circolo nel sangue e nelle ossa…Vorrei ringraziare in particolar modo colui che in quel giorno, mi ha cantanto buon compleanno accompagnandolo con la chitarra. E’ stato il più bel regalo potessi riceve quest’anno. Ma un grazie va anche a tutti quelli che nonostante la distanza fisica, si sono avvicinati col cuore. Vi ho sentiti tutti. E non so se andrà tutto bene sinceramente. Ci sono buone probabilità che non sia così per tutti, ma non ci voglio pensare. Un passo alla volta. E poi si vedrà…

Intanto buon martedì a tutti!

Marilù

Kaiten-sushi o Sti cazzi?

Ho sempre trovato triste il fatto di dover aprire quelle finestrelle trasparenti e prendere in tutta fretta un uramaki o un nigiri prima che il nastro trasportatore se li risucchiasse nel suo ingranaggio di catena di montaggio. Per questa ragione in tutti questi anni di ristoranti giapponesi, mi son sempre rifiutata di sedermi davanti a quel rullo e mangiare giapponese. Però visto che sono sempre in quella fase “lascia andare”, non me la sono sentita di fare una questione con mr rafting su quale posto scegliere per mangiare un boccone ed ho lasciato a lui la scelta, e devo dire che si è anche meravigliato del fatto che lo lasciassi scegliere senza battere ciglio.

Ho indossato le mie fossette migliori, (quelle di cui parla così bene la Dickinson in una sua poesia),  prese in prestito da una versione di me che risale all’epoca del liceo, e mi sono armata delle migliori intenzioni per poter trascorrere una serata tranquilla. Appena entriamo nel ristorante, ci accoglie una cameriera, che io ingenuamente pensavo non dovesse esserci visto che alla fine ci si serve da soli. La sorridente ragazza ci ha indicato i posti liberi e ci ha chiesto cosa volessimo bere.  Appena mi sono seduta mi son resa conto che la persona con cui avrei cenato ce l’avrei avuta di fianco e non di fronte, in pratica avrei parlato tutta la serata con un nastro trasportatore che avrebbe trasformato ogni piatto in scorrimento in un’espressione facciale. Il mio rifiuto storico di andare in un posto così, si riferiva al fatto che a me non piace la fretta, non quando si mangia, non quando si fuma, o si sorseggia un bicchiere di vino, non quando si fa l’amore ( in questo caso si può fare uno strappo alla regola, dipende dalla situazione) ,  ma in pratica odio la fretta,  ed è per questo mi veniva l’orticaria al solo pensare di dover agguantare quella ciotola di ramen di fretta prima che potesse scomparire o essere afferrata da qualcun altro durante l’eterno girare del rullo-sushi, che dopo innumerevoli giri ha iniziato ad avere su di me l’effetto di un trip, un pò come la carta da parati di quel pub vicino al convento dove spesso andavo ai tempi del gruppo politico e dove vado a volte anche adesso con una mia amica dei tempi dell’esercito delle 12 scimmie. Alla fine della cena, ho accumulato una pila di piattini che la Loren di C’era una volta mi avrebbe fatto un baffo a confronto,  e mi son sentita piena-triste-inutile come se avessi appena scoperto che in realtà i Nirvana avessero avuto l’ispirazione per comporre Never mind mentre si facevano una ballata in una discoteca a suon di trombette techno. Morale della serata: Marilù stasera andiamo al kaiten-sushi? Veramente io proporrei di andare al ristorante Sti cazzi, è proprio dietro casa e mi dicono che si mangia da Dio!

Pensano di me

 

Lei: “Ma lo sai che non pensavo proprio che fossi cosi?”

Io: “Così come?”

Silenzio si fa spazio tra noi, giusto il tempo per farle trovare le parole giuste da dirmi.

Lei: “Sinceramente pensavo che eri un pò stronza.”

Io: “ah, solo un poco? Comunque pensavo peggio.”

E lei ha iniziato a ridere, ed io con lei.

 

 

 

Serve pensare?

Il ventilatore nel suo movimento vorticoso fa muovere i fogli sparpagliati sul letto, ho appena consegnato un lavoro e non ho voglia di riordinare.

L’estate non mi piace, ma forse non è un mistero per chi mi conosce davvero, ma c’è qualcuno che mi conosce davvero? Non credo. Siamo un campo troppo vasto per poter essere davvero conosciuti da qualcuno e la vita mi ha insegnato che in realtà conosciamo ben poco di chi ci sta vicino, di chi amiamo, forse conosciamo solo quello che ci assomiglia, quello che capiamo o quello che vogliamo cogliere dell’altro. Ma ci serve conoscere l’altro?  Il telefono squilla, ma non rispondo, non ho voglia di parlare, di rispondere a domande, di ascoltare. Ultimamente è diventato difficile offrire il servizio di sfogatoio agli altri, ho troppi demoni che si muovono dentro e non riesco a sentire neppure la mia voce.

Il titolo di questo post è una domanda che mi hai fatto tu, dopo che io ti avevo detto che ero pensierosa.

“Serve pensare?” ti sei messo d’accordo con Osho, perchè lo stesso giorno in cui tu mi hai fatto questa domanda, mi è arrivata in posta una riflessione di Osho, da cui estraggo queste parole :

“La vita e’ un mistero non accessibile a coloro
che vogliono sempre analizzare,selezionare.
E’ invece un mistero accessibile a coloro innocenti,
che sono disposti ad innamorarsene, e  danzare con lei.”

Ecco la risposta a tutto,  sono fottuta proprio fottuta! Non c’è proprio scampo per una come me. Io non ti ho saputo rispondere, ti ho solo scritto: “già.” che stava a significare: hai ragione, non serve pensare, ma io continuo a farlo sbagliando, again and again and again.
Ora è proprio A forest che mi risuona dentro, allora accendo lo stereo e metto su il cd dei Cure, e canto a squarciagola come se volessi che queste parole arrivassero a quella me che è morta e sepolta da anni. Questa canzone sa di inverno, sa di Giulio, dei baci rubati e mordicchiati, delle anime vibranti che eravamo io e lui. Sa di un inverno che non c’è più.