Schegge bagnate

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E anche questo novembre sta scivolando via tra giorni di pioggia, lenzuola umide mosse dal vento, alberi nudi e foglie scricchiolanti, panchine solitarie e vuoti d’anima,  anche se quelli persistono ad ogni stagione.  Dai cumignoli dei camini si inerpica verso il cielo un fumo carico di ricordi,   che riporta in superficie da un lontano passato, immagini di caldarroste e di famiglia. Quando ero piccola, passavo molto tempo a casa di una delle mie zie preferite, e ricordo che lei usava per riscaldarsi il braciere, quello che noi in dialetto chiamiamo a “vrasera” e che si è scoperto più tardi essere nociva per la salute, ma mi fa ridere questa cosa, perchè viviamo in posti saturi di smog, non sappiamo cosa mangiamo e siamo bombardati da onde elettromagnetiche e da altre cose anche peggiori, e invece se la vanno a prendere con la vrasera, che adesso risulterebbe anche demodè oltre che nociva, ma nei miei ricordi occupa sempre un posto accogliente. Certi pezzi di passato rimangono talmente vividi nella mente, che sembra quasi di averli vissuti ieri. Però come sono strani i ricordi! Due delle mie amiche più care, che conosco da quando andavamo all’asilo mi dimostrano che quel che ci rimane dentro è soggettivo e condizionato da vari aspetti, infatti  quando ripercorriamo avvenimenti dell’infanzia, mi rendo conto che ognuna di noi si ricorda un pezzo diverso di quel periodo della nostra vita, e che molto probabilmente i ricordi persistono a seconda della nostra esperienza, della nostra sensibilità. Io per esempio mi ricordo che all’asilo col proiettore ci facevano vedere dei cartoni, in particolar modo ricordo quello della gallina dalle uova d’oro. Invece una delle mie amiche, si ricorda che ci facevano sparecchiare la tavola e riordinare. Io ricordo pure che al refettorio c’era una bimba che vomitava sempre e che suor Aurelia portava la segatura per raccogliere il vomito. Loro questo non lo ricordano. Ricordo anche che avevo sempre le ginocchia sbucciate e che tutte quelle recite che ci facevano fare con quei vestiti da Rossella O’ hara, non mi piacevano affatto, evidentemente il germoglio della dark era già in me.

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Mai tai immaginario

Oggi piove ed io indosso una t-shirt del Brasile che stona completamente col tempo che c’è fuori.
Desidero ardentemente un Mai tai. Lo so, non se ne parla di bere, ma avete presente quando già sentite in bocca il sapore forte del rum, che però non vi arriva subito, perchè la dolcezza dell’orzata mischiata all’asprezza del orange Curaçao, vi prepara alla carezza finale del lime, ed è solo in quel momento che il rum prende comodamente posto in voi. Vedo anche l’ombrellino fucsia col quale gioco mentre sorseggio il cocktail freddo. Ma non siamo in Polinesia e mancano ancora dieci giorni dalla fine delle RINUNCE. Ecco cosa ti fa l’astinenza dalle cose piacevoli. Mi fa avere delle allucinazioni visive, e gustative. E per non farmi mancare l’effetto tortura, ho anche preparato una crostata di crema e fragole, da portare in dono ad una persona a cui farò visita tra poco. Merito o no di passare ad un grado di buddità superiore?

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Rainy Tuesday

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Dopo la neve non poteva mancare la pioggia, un tempo adatto allo stato d’animo che ha messo le tende in me. Almo e Frida da tre giorni sono nella stessa posizione,completamente immobili, quindi: o sono entrati finalmente in letargo, o sono morti stecchiti! Ma come escono dal letargo? me le ritroverò entrambe un giorno che balleranno e canteranno YMCA dei village people? Non mi resta altro che aspettare che finisca l’inverno per saperlo, o attendere un loro impercettibile movimento. Son due giorni che tento di andare in farmacia, ma ogni volta c’è una fila lunga fino fuori la porta, allora desisto e penso che il mio mal di testa può aspettare, non so invece se  l’anima può aspettare ancora, ma è meglio non pensarci adesso. Lasciamo che i pensieri scivolino via insieme a questo martedì che sta finendo.

Pioggia e silenzio

I’m half the man I used to be (This feeling as the dawn it fades to gray)

Fuori vento e pioggia. I pensieri sono all’asciutto e al riparo, anche se so, non durerà per molto.
Ieri un ragazzo era fermo per strada, immobile come una statua con il capo chino a guardare per terra, sotto la pioggia battente.
Tutti camminavano velocemente senza guardare niente e nessuno, senza vederlo.
Cosa sentiva dentro se non sentiva la pioggia fuori? Io cercavo di raggiungere la stazione a piedi nel caos di una città che diventa ancora più ingestibile quando piove.
E mi son fermata davanti a quel ragazzo, quasi a sfidare quel suo silenzio, quasi a volerlo scavare e prendere tra le mani.
Non so perché l’ho fatto, l’ho riparato con l’ombrello e lui ha alzato la testa. Occhi impenetrabili si sono spalancati sui miei.
Gli ho sorriso. L’unica cosa che avrei voluto passargli è un po’ di calore, ma chissà di cosa aveva davvero bisogno.
Gli porgo l’ombrello, lui anche mi sorride, con un sorriso a metà tra lo stupore e il bo?
Lo accetta.
Io vado via sotto la pioggia e non la sento.

Qual è l’ora giusta per piangere?

Fuori piove ed io sto piangendo.
Credo che non si dovrebbe piangere alle 15:39, ma rincucciarsi nel buio della sera per liberare le lacrime.
Esiste un momento giusto per piangere? Come la luce giusta per fare una foto o dipingere un quadro?
Oggi va così, un argine ha ceduto.
Tutto il resto scivola via insieme alla pioggia di questo pomeriggio.
E una parte di me mi ricorda che comunque vada, e ultimamente va abbastanza di merda, bè comunque vada, bisogna rialzarsi e andare avanti, zoppicante e imprecando, ma sempre decisa a trovare una strada per non rimanere impantanata in questo brutto periodo, che mi sembra stia durando un po’ troppo.
Una volta i Litfiba cantavano: sogni in tasca e pugni fuori.
Ultimamente indirizzo male la mia rabbia, quando mi indigno, mi sembra inutile e mi sento pure peggio e i sogni dove diavolo sono finiti?
Post triste aimè..
speriamo che migliori almeno il cielo dentro di me per stasera.

Ashes in winter light

Una gatta gravida miagola tra i bagagli e i bus alla fermata, si guarda intorno spaesata e mi fa ripensare alla notte scorsa, ai miagolii continui sotto al mio balcone, alla pioggia battente che non accenna a diminuire, a Samì che è scattato come un razzo all’inseguimento di una famiglia di gatti e si è andato ad inzozzare nell’orto che sembra Woodstock in questi giorni.
L’imperatore non c’era, avrà avuto sogni premonitori che lo hanno allontanato dai suoi impegni consueti? I suoi occhi oceano mi guardano anche quando non c’è.
La testa appoggiata al vetro del finestrino, mentre Napoli si allontana e diventa un insieme di luci che sembrano fiammelle appoggiate su un letto ornato di lenzuola nere.
Le case nel semibuio non hanno pareti, tetti, finestre, appaiono tutte uguali, sembrano tutte posticce, come la scenografia di un teatro, le strutture si annullano e si confondono, si sbriciolano, un po’ come accade alla volontà, alle paure, ai pensieri taglienti, alle preoccupazioni quotidiane, agli uomini.
C’è una strana stanchezza in giro. Sorrisi forzati, poca leggerezza.
O sono io a sentirmi così e a vedere quel che mi circonda in questo modo?
Non la si può chiamare tristezza, o forse sì.
Sapete cosa penso? che la maggior parte della gente ha paura di essere triste.
Come se fosse una malattia inguaribile o addirittura infettiva.
Io non la temo, a volte mi lascio avvolgere da lei, perché so che poi avrò la forza di allontanarmici. Almeno spero. Poi però penso che è un vero spreco farsi fottere dalla tristezza anche solo per un giorno, perché in realtà non sappiamo quanta vita abbiamo davanti.
Adesso sto sorridendo, perché è tutto un’eterna contraddizione, quando tiro fuori quel che ho dentro, mi sento meglio, che siano cieli neri o campi assolati, il risultato è sempre lo stesso. Fino a qui tutto bene.
Vorrei sapere come state voi?
Ognuno di voi che ha letto questo post, tu..proprio tu che stai leggendo adesso i deliri di questi matta, come stai?
Dolce notte…