Inverno sull’orlo

Questo sale nascosto fra le dita.
Ogni volta che la polvere dei sogni si apre sulle strade del mare,
la città delle campane si smaterializza e squarcia la cornice.
Nuvole di carta svenano i cuscini della specie.
Fino a tornare antimateria.

Alessandro Errico

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Io sono nessuno

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Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!

Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare — come una rana
che gracida il tuo nome — tutto giugno —
ad un pantano in estasi di lei!

Emily Dickinson

Duro al banco e pareciate al colpo

Lui che remava fra Zante e Malamoco
mani piagate e lo sguardo distante
lei che sfioriva con poco per poco
persi i profumi del mar di levante

Ricorda quei sorrisi e frasi argute
voci lievi scivolano sulle onde
brusche parole -non sono mai mute-
travolgono i giudizi sulle bionde

E quello che dice è quasi sussurro
un filo di fumo smarrito nel vento
un antico prete vestito d’azzurro
lasciato solo a morire in convento
.

“duro al banco e pareciate al colpo” era un avvertimento dato ai rematori delle galere veneziane nel 16° secolo, per prepararli all’urto dello speronamento di un’altra nave.

duro al banco = rimani saldo al banco (di voga)

pareciate al colpo = preparati all’urto

Oggi è rimasto come modo per dire “tieni botta, non mollare”

G.M.Z.

Io non faccio che mettere a profitto la cattiveria che m’insegnate voi, e sarà difficile far meglio dei maestri

“Io non faccio che mettere a profitto la cattiveria che m’insegnate voi,
e sarà difficile far meglio dei maestri.”*

Nascosto il costo d’antico baratto
-e come Shylock esigo il mio pegno-
nessun Bellario a tentare riscatto
d’una vicenda che lascia il suo segno

solo una libbra è questo il mio prezzo
dovevi capirlo ma invece hai pensato
-eccone un altro che non vede un cazzo:
un pianto una storia e lui resta accecato-

una libbra che prendo senza rimorso
-senza smarrirmi in notti africane-
ma non la tengo come rimborso:
l’ho già promessa in pasto al mio cane
.

*L’incipit è tratto dal “monologo di Shylock” – Il Mercante di Venezia, atto 3º scena 1ª – William Shakespeare

G.M.Z.

p.s. grazie Mario per aver condiviso con me e ora non solo con me, anche questa parte di te.

Come potremmo dimenticare

Come potremmo dimenticare quegli antichi miti
che stanno all’origine di tutti i popoli, i miti dei draghi
che nell’attimo estremo si tramutano in principesse?
Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse
che attendono solo di vederci una volta belli e coraggiosi.
Forse tutto l’orrore non è in fondo altro che l’inerme,
che ci chiede aiuto.
E allora tu non devi spaventarti se davanti a te sorge una tristezza,
grande quanto non ne hai mai vedute prima;
se una inquietudine, come luce e ombra di nuvole,
scivola sulle tue mani e su tutto il tuo agire.
Devi pensare che qualcosa accade in te,
che la vita non ti ha dimenticato,
che ti tiene in mano e non ti lascerà cadere.

Poems (58): “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke

Trilobiti #256

p.s. questa è per te e per chi la sente. Io ormai non credo più a nulla e a nessuno, ma spero sempre che per gli altri ci sia un mondo migliore, una vita migliore, un pò di luce. Non è che ho abbandonato i Trilobiti, ma non leggo più e se non leggo, ho poco da condividere di altre voci, però oggi mentre riordinavo un pò di scartoffie, mi sono imbattuta in un foglio su cui c’era scritta proprio questa poesia, e l’avevo ricopiata io, chissà in quale altra vita e per quale strana ragione. Ma visto che nulla accade per caso, ho pensato di appoggiarla quì, nel caso qualcuno di voi volesse inciamparci dentro.

Il Vocaboletano – 22# – O’ mastuggiorgio

Il termine di oggi è 0’Mastuggiorgio.
Questo vocabolo può avere una doppia valenza: può definire un uomo intraprendente e determinato, capace di prendere le redini di una situazione difficile, ma può anche riferirsi ad un uomo violento e pronto ad ottenere ciò che vuole ad ogni costo. L’origine etimologica può risalire alla parola greca mastigophoròs, e cioè il portatore di frusta. ”Mastuggiorgio” indica l’infermiere di manicomio o più genericamente il sorvegliante dei pazzi. Un’altra derivazione della parola,non del tutto improbabile,è spiegata nella figura di Mastro Giorgio Cattaneo, un castigamatti, che nel Seicento pretese di curare le malattie nervose con le percosse, infatti si narra che tale mastuggiorgio lavorava presso l’Ospedale degli Incurabili a Napoli, il suo metodo correttivo consisteva nello sfinire fisicamente i pazienti, legandoli ad una pesantissima ruota e costringendoli a girare ripetutamente intorno ad un pozzo, accompagnandoli con bastonate e alla fine di tale tortura i malati dovevano bere cento uova fresche e dopo ciò, sarebbero definitivamente guariti, ovviamente se fossero mai riusciti a sopravvivere a questo metodo di correzione.
Vi lascio le parole di una poesia di Salvatore Di Giacomo, il quale fu ispirato per questa poesia, proprio dalla figura del mastuggiorgio.

“Si è Rosa ca mme vò“

“Nzerrateme,nzerrateme addò stanno

tant’ate,comm’ a me,guardate e nchiuse,

addò passano ‘a vita,sbarianno,

pazze cuiete e pazze furiusse.

Nchiuditeme pe’ sempe ‘int’a sti mmura,

è o mastuggiorgio mettiteme allato.”

Si racconta poi che dopo tanto girare, i pazzi riuscivano a rinsavire solo per un attimo, il tempo necessario per riuscire a buttare Mastuggiorgio nello stesso pozzo intorno al quale loro erano stati costretti a girare.
In Napoletano si usa ancor oggi dare il nome di Mastogiorgio a coloro che si occupano della cura e della custodia dei pazzi, e “l’aspetta Mastuggiorgio“ si dice delle persone che dimostrano chiari segni di follia.
Spero di non avervi tediato.
Lascio la parola al gatto-socio e vi do appuntamento al prossimo mercoledì.
buonanotte a tutti!

Indomabile rivolta

Questo post è per Peppino Impastato, nel giorno dell’anniversario in cui è stato ucciso dalla mafia.
Era l’anno 1978. Metto quì di seguito alcune delle sue poesie e vi invito a leggere l’albo a fumetti intitolato Peppino Impastato, un giullare contro la mafia.
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Ripropongo quì la dedica che c’è sull’albo.
A Peppino Impastato e a tutte quelle persone coraggiose che si sono immolate per quella montagna di merda chiamata “mafia”.

Sulla strada bagnata di pioggia
si riflette con grigio bagliore
la luce di una lampada stanca:
e tutt’intorno è silenzio.

Il cuore batte con l’orologio,
il cervello pulsa nella strada:
amore e odio
pianto e riso.
Un’automobile confonde tutto:
vuoto assoluto.
Era di passaggio.

Nubi di fiato rappreso
s’addensano sugli occhi
in uno stanco scorrere
di ombre e di ricordi:
una festa,
un frusciare di gonne,
uno sguardo,
due occhi di rugiada,
un sorriso,
un nome di donna:
Amore
Non
Ne
Avremo.

Fresco era il mattino
e odoroso di crisantemi.
Ricordo soltanto il suo viso
violaceo e fisso nel vuoto,
il singhiozzo della campana
e una voce amica:
“è andato in paradiso
a giocare con gli angeli,
tornerà presto
e giocherà a lungo con te”.

E’ triste non avere fame
di sera all’osteria
e vedere nel fumo
dei fagioli caldi
il suo volto smarrito.

Passeggio per i campi
con il cuore sospeso
nel sole.
Il pensiero,
avvolto a spirale,
ricerca il cuore
della nebbia.

Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo,
nè il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.