Il mantra di Biobà

Stamattina Biobà era proprio contento di rivedermi, saranno state due settimane che son stata assente e lui non mi ha risparmiato la cazziata di rito, con tanto di sorriso abbronzato, non da estate al mare, ma da lavoro.  Oggi il suo mantra recitava: vinit a verè ‘e parcoc ndo vin, ‘e parcoc ndo vin biobà!  e quì è necessaria una traduzione,  e vi chiedo scusa per la terribile performance della sottoscritta, ormai lo scuorno ha totalmente invaso ogni millimetro di me, vi assicuro che Biobà è molto più convincente di me, ma purtroppo oggi dovete accontentarvi della mia interpretazione. La traduzione esatta è: venite a vedere le pesche, di cui lui specifica le percoche, che sarebbero una qualità di pesche a pasta gialla, che di solito d’estate vengono tagliate a fette e messe nel vino rosso e in tal modo prendono il sapore del vino e diventano top100, almeno per me è cosi. Tornando al suo mantra, Biobà dicendo: venite a vedere le percoche nel vino, non vuole intendere che vi sta per vendere una brocca di vino rosso piena zeppa di pesche, ma vuole comunicarvi che quelle che vi offre oggi sono proprio le pesche gialle adatte al vino!  Se non siete campani, aimè farete fatica a comprendere il biobaletano, che è un idioma personalizzato dal fruttivendolo ambulante più simpatico che io conosca. Sono di parte? Un pochino sì, sarà che mi porta le banane acerbe che tanto mi piacciono, o che mi racconta sempre strani aneddoti della sua vita, o che sdrammatizza situazioni ed eventi della vita, difficili da digerire per qualsiasi altro. Ho pensato anche che la prossima volta che verrà, cercherò di registrare il suo mantra, che cambia sempre, a seconda della frutta o della verdura che ha a disposizione sull’ape car. Lui elenca al megafono i prodotti che ha portato in quell’occasione, ovviamente in dialetto, ne nomina due, al massimo tra alla volta ed usa un tono cantalenante, li ripete talmente tante volte che arrivi al punto che anche se non avevi intenzione di comprare nulla, ti viene la voglia di uscire a dare un’occhiata alla frutta che ha portato. Spesso mi fa provare la frutta, quando mi vede indecisa, magicamente spunta un coltello che è impilato sotto una cassetta e non so come fa a ricordarsi sempre quale cassetta sia, e mi taglia uno spicchio di mela o un’arancia e me li porge per farmeli assaggiare. Non so come la vedete voi, ma a me questo gesto mi fa sempre sorridere e pensare che ci vorrebbe un Biobà per ognuno di noi.

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Buddha Toy

Prima di tutto incomincio col chiedere scusa a tutti i buddisti che leggeranno questo post, a mia discolpa posso solo dire che all’epoca dei fatti ero  solo una bambina,  (lo so, non è una giustificazione) e solo ora mi rendo conto che da bambina facevo già cose “strane”, oltre ad essere una lanciatrice di sassi, avevo  come compagno di giochi proprio Buddha (ma non sapevo neanche lontanamente fosse lui) ed insieme a lui avevo anche  un’amica immaginaria, di cui vi parlerò in un altro post. So che state dubitando della mia sanità mentale, e avete ragione a dubitarne,  poichè faccio parte dei cosiddetti insani, quindi è giusto ripercorrere insieme le tappe della stranezza che mi ha sempre contraddistinto. Vi presento uno dei miei giochi preferiti di quando ero piccola:

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Questa statua di pietra fu regalata ai miei genitori quando si sposarono, ignoro le ragioni  per le quali fu scelto proprio Buddha da uno degli invitati al matrimonio, forse come un buon augurio di spiritualità e di rettitudine alla coppia che si apprestava a mettere su famiglia. Fatto sta, che i miei genitori sono ferventi cattolici e hanno posto questa statua in giardino ed  è lì che io ho fatto diventare questo uomo (la cui identità all’epoca mi era del tutto sconosciuta, non a caso lo chiamai Babushka), lo feci diventare un mio gioco. Attualmente spunta tra i libri su una delle mensole della mia libreria ed è lindo e pulito, ma in quel periodo era diventato una sorta di cavia, come una bambola da vestire e truccare, allora lo adornavo con coroncine di fiori, orecchini pendenti, parrucche fatte da petali e fili di erba, gli facevo impacchi di terra bagnata che solidificandosi lo facevano diventare marrone scuro, un vero moro,  e poi per ripulirlo gli facevo docce con la pompa da giardino, gli costruivo vestiti e copricapo di ogni genere e con qualsiasi materiale a disposizione, gli dipingevo le unghie dei piedi e delle mani di ogni colore possibile e immaginabile e gli parlavo, come se parlassi ad un amico che mi ascoltava in silenzio e che sopportava tutti i miei esperimenti senza protestare e senza alzarsi da quel trono che lo accoglieva comodamente e dal quale mi aspettavo che un giorno si sarebbe alzato per prendermi a calci in culo. Solo anni dopo ho scoperto che il mio Babushka era in realtà Buddha e che aveva fondato una dottrina etico-filosofica che poi si è trasformata in una religione, la quarta per numero di credenti al mondo, dopo il Cristianesimo, l’Islam e l’Induismo, le stime riguardanti la popolazione di fede buddhista possono variare anche significativamente a seconda della ‘Via’ specifica a cui si aderisce: le stime più accettate vanno dai 350 ai 550 milioni di praticanti

Immaginate il mio stupore a distanza di anni da quel tempo dell’infanzia, quando ho scoperto la reale identità del mio fidato amico Babushka!  Avevo un amico non famoso, ma famosissimo e lo ignoravo beatamente. E lo so, son sempre la solita lentona, ci arrivo davvero sempre in ritardo alle grandi verità. Ma meglio tardi che mai, e scusami Babushka, se ancora adesso fatico a chiamarti Buddha.

Dubbio

“Se non lui, chi?, si chiese il Dubbio.
A chi altri poteva andare a raccontare quello che era
successo, quello che aveva visto, quello che…
Lui solo.
Ma dormiva, la finestra di casa sua era buia.
Per forza, così a occhio saranno state le tre,
tre e mezza.
Tuttavia il Dubbio sentì che non poteva fare altrimenti.
Scrutò per bene la fila di campanelli.
Poi presa la mira, calcò l’indice destro sul bottone
e udì in sottofondo il dlin dlon del citofono
che avrebbe svegliato il dottor Lonati.”

Tratto da Viva più che mai di Andrea Vitali
Trilobiti #255

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Dei call center e di altri demoni

Mentre ero alle prese con la preparazione del pranzo: c’erano ben due tegami sui fornelli, ha squillato il telefono fisso.
Ed ovviamente era un’operatrice di un call center, e la tipa inizia a parlare a mitraglietta, ma io davvero faccio fatica a capire dove vuole andare a parare stavolta, di solito dopo due frasi viene fuori il fatidico nome, ma ora di che prodotto si tratta? Di una compagnia telefonica che mi offre una linea adsl superveloce? anzi no, si tratta della fibra ottica, ormai l’adsl è già diventato demodè. Oppure si tratta dei prodotti erboristici dei frati benedettini di non so quale monte sperduto? delle cassate siciliane? delle mozzarelle di bufala? del pesce surgelato? di un weekend di vacanza dopo aver giustamente partecipato ad una presentazione di materassi ortopedici? Ma no, nulla di tutto questo! La ragazza, gentilissima, mi fa una serie di domande su cosa cucino, su che tipo d’olio uso, su cosa condisco con quest’olio, su che sapore abbia questo olio, su dove lo compro, se pizzica in gola, sul suo colore, la consistenza,(ed io penso: adesso mi chiede anche se lo riciclo o lo getto nel water!”, ma mentre le domande si susseguono ed io rispondo a tutto, ma proprio a tutto, inizio a capire..che di OLIO si tratta. Sono lenta, lo so, capisco sempre un attimo dopo,  ma poi piano piano ci arrivo pure io. E so anche di essere stata scelta come migliore ascoltatrice di operatori di call center dell’anno, e adesso mi hanno chiamata per comunicarmi che presto mi regaleranno un mese di soggiorno in una capanna in Patagonia, dove finalmente nessuno mi potrà più telefonare, dove finalmente potrò godermi il silenzio e potrò disintossicarmi dallo stress causato dagli operatori dei call center. So che questo ambito premio è mio, e me lo sono strameritato,  perchè non chiudo mai il telefono in faccia agli operatori, anche se sono sgarbati, li faccio parlare lungamente, mi faccio spiegare cose di cui non mi frega una cippa, ma questo è un particolare da non prendere in considerazione, mi rendo conto di essere semplicemente EDUCATA, ma aggiungerei anche una cogliona, se proprio devo dirla tutta. E me lo merito davvero, dopo migliaia di telefonate e di gentilezza profusa verso innumerevoli sconosciuti che mi hanno parlato dei più disparati prodotti, con i loro accenti sempre diversi, i loro toni pseudo-convincenti, immagino che anche loro il più delle volte, se non proprio sempre, si stavano chiedendo: ma che cazzo sto dicendo?
Ritornando alla dolce Alina, che io immagino bionda, con lunghi capelli lisci raccolti dietro la nuca e dagli occhi risucchiati da un terso cielo di maggio, ecco che inaspettatamente inizia a parlarmi della sua vita. Ed io che ero seduta sul bracciolo del divano, non riuscivo proprio a fare a meno di ascoltarla, anche se pensavo: brava, continua a stare lì impalata mentre  si stanno carbonizzando i due spicchi d’aglio nell’olio, così adesso potrai anche spiegarle che odore ha l’aglio bruciato nell’olio che sei solita usare!

Ma lei mi racconta che ha 26 anni e che è già sposata, e lo sottolinea, come se fosse una cosa impossibile da credere, e continua dicendomi che ha già una figlia di 3 anni, e ride. Perchè ride?  questo lo sa soltanto lei.
Ed io penso: complimenti! ma perchè me lo stai dicendo? E lei incalza e oltretutto continua a chiamarmi Maria, ma io son certa di averle detto che mi chiamo Marilù, ma sorvoliamo, anche se ogni due frasi, se ne esce con: “Signora Maria”, ed io inizio a sentirmi a disagio. ma chi diavolo è questa signora Maria? e poi inizia a dirmi quanto le manca la sua famiglia che vive altrove, dall’accento immagino in un paese dell’est, e che sua madre si chiama proprio come me, ossia come la falsa me, visto che non so chi sia questa signora Maria. E mi chiede se mi piace il mio paese ed io le dico di no, per niente! E lei non se lo aspetta e mi chiede se ci sono monumenti da visitare,ed io mi metto a ridere e le dico: no Alina, ti assicuro che non c’è nulla da visitare quì, uno sgarrupo totale!

Al culmine della conversazione mi rendo conto che ormai l’aglio è andato, e che se non voglio che prenda fuoco l’intera cucina, devo proprio dire  ad Alina che il premio può spedirmelo per posta, anche se mi perderò i suoi fantastici occhi color cielo di maggio terso, ma non si può proprio avere tutto dalla vita, no?

il furetto scomparso

Parte prima:

Era più o meno questo periodo, ricordo che faceva freddo, parecchio. Era quindi un inverno di qualche anno fa, l’anno esatto lo ignoro.
Squilla il telefono e sento una voce con quella cadenza che tanto amo, quella del dialetto siciliano.
Dopo i primi convenevoli, arriviamo subito al dunque.
Quando non senti qualcuno da molto tempo, ti sta chiamando o perchè ha letto Alta fedeltà di Hornby,e tu fai parte della sua lista e del suo momento di comprensione dei rapporti fallimentari che ha avuto, con conseguente redenzione, oppure, (e questo è nostro caso), colui che ti chiama ha bisogno che tu gli faccia un favore.
E l’urgenza dal tono della sua voce, mi ha fatto pensare che dovevo disinnescare una bomba nel suo appartamento, mentre lui era rimasto chiuso nella stiva di una nave in mezzo al nulla.
Ma ovviamente la questione era molto più semplice.
“Marilù, in questo momento sono a Roma e avrei bisogno che qualcuno (nella fattispecie tu!) vada a prendere il mio furetto nel negozio di animali, dove l’ho lasciato a pensione per qualche giorno. Visto che devo scendere in Sicilia e viaggerò di notte, quando arriverò in Campania il negozio sarà già chiuso, per questo ti chiedo questo enorme favore e lo chiedo a te, anche perchè tu conosci Furby e sarei più tranquillo che fossi tu a tenerlo in mia assenza, si tratterà al massimo di qualche ora.
Ovviamente io gli dico di sì, non lo ritengo un grande favore. Anche se non son pratica di furetti, ma non è che mi abbia chiesto di imbalsamarlo.Cosa ci vorrà mai a fare una cosa simile? Bazzecole, mi dico, mentre ripenso alla sua affermazione:”..perchè tu conosci Furby”, ma io lo conosco davvero? Lo ha portato solo una volta a casa mia e ricordo che in quella occasione i furetti erano due, ma uno dei due nel frattempo ha raggiunto il nirvana dei furetti e quel giorno i due si rincorrevano per la casa e saltavano in ogni dove ed io non mi sentivo affatto a mio agio in quella situazione, non chiedetemi perchè, ma è stato così.
Chiamo a mia volta una mia amica, e le chiedo di farmi compagnia in questa spedizione di recuperofuretto. Lei passa a prendermi con la sua panda modello vecchio, color verde salamandra. Arrivate al negozio, mi accorgo di conoscere la proprietaria, e aggiungerei: purtroppo! e che l’ultima volta che l’ho vista eravamo in uno studio veterinario ed io le ho dato della cretina e forse  se in quel momento fossi stata il biblico Zaccaria, che perde la parola grazie ad un intervento divino, sarebbe stato perfetto, ma non fu affatto così, anzi, ricordo che le dissi: tagliatela tu una parte del corpo per venderti meglio!

Ecco come andarono le cose, ricordo lo sguardo torvo della mutilatrice di cani e la segretaria dello studio che le diceva:”forse è meglio che ripassi più tardi”,e lei che invece insisteva, fino allo sfinimento e oltretutto aveva anche scambiato il mio cane per uno shitzu, e questo vi fa capire quanto miss crudelia De mon ne capisca di razze canine! ma non tergiversiamo, ritorniamo ai fatti.

Mi son subito resa conto che dovevo fare la tipa pacifica e mantenere un certo contegno per amore di Furby e di tutti i furetti del mondo.
Lei infatti appena mi vede, si ricorda subito dell’affronto che le avevo fatto e mi dice: “ah sei tu l’amica di Antonio?!” E me lo dice con un tono che sembrava volesse dire: ma vedi un pò questo che gentaglia frequenta!

Io comunque alla sua domanda faccio un cenno di assenso con la testa  e le chiedo subito del furetto.
E lei: “devi prima darmi un documento di identità.”
Mi metto a ridere, perchè penso a quante persone possano rapire furetti, e quanto possa essere redditizio un contrabbando di furetti,  ma magari ne fanno monili con le unghie e coi  dentini aguzzi ed io sono ignara di tutto ciò.
Ma prima di darle una testata e di liberare tutti gli animali stipati nelle gabbiette, ho deciso di darle il documento d’identità, e la stronza, (perchè solo così si può chiamare una che voleva far tagliare la coda al cane prima di metterlo in vendita), dà un’occhiata veloce al documento e mi dice:” vado a prenderti la gabbia.”
La mia amica mi guarda con sguardo interrogativo, perchè capisce dal mio atteggiamento, che c’è qualcosa che non va e che se la tipa si azzarda a dirmi mezza parola, io potrei tranquillamente perdere la mia aplomb, e invece le sorrido  e le dico:”dopo ti spiego.”
La tipa arriva con una gabbia ENORME, talmente lunga che ovviamente non sarebbe entrata  in macchina. L’unica domanda che ha campeggiato nella mia testa è stata: ma che diavolo ci deve fare un furetto in tutto quello spazio? Non passa che un istante e tutto mi appare chiaro, ma è ovvio, no? deve partecipare alle prossime olimpiadi dei furetti e quindi ha bisogno di spazi enormi per potersi allenare adeguatamente, e per poter correre, per dondolarsi in un’amaca tra una corsa sui pattini e un’arrampicata su per gli anelli, deve poter  salire e scendere scalini,  incanalarsi in cunicoli tipo marines,  e giocare con ogni genere di giocattolo adatto ad un furetto e forse anche ad altre altre 100 specie di animali diversi da lui. Mi trovo di fronte ad un luna park per furetti! Per un solo furetto fortunato: Furby! Benvenuti a  Furbyland!

to be continued…

 

Marialonga

Quando ero piccola, mia madre mi raccontava che se mi sporgevo troppo dal terrazzo, c’era questa donna lunghissima, dotata di poteri soprannaturali, capace di entrare in posti angusti, strettissimi, bui, e che mi avrebbe tirata giù con le sue braccia chilometriche, mi avrebbe agguantata e trascinata giù lungo i tubi di scolo.
E infatti quando andavo sulla terrazza a casa dei miei zii, c’era un tubo di scolo coperto da una pietra di marmo bianco.
Io spostavo la pietra e  appoggiavo le mie labbra su questo tubo e parlavo, anzi urlavo. E la mia voce veniva distorta dall’aria compressa e questo effetto mi faceva rabbrividire, perchè pensavo che a momenti si sarebbe allungata verso di me, Marialonga coi suoi artigli snodabili e mi avrebbe risucchiata nel tubo di scolo. Ed infatti io urlavo proprio il suo nome: Marialonga..Marialonga..sei lì? E più avevo paura, più la cercavo.
La cosa bella era che non solo ero terrorizzata da questa presenza malvagia che abitava le case dove abitualmente passavo il mio tempo, ma che nonostante ne avessi il terrore, andavo sempre a scoperchiare quella pietra di marmo, sperando di scorgere i capelli lunghissimi, che io immaginavo neri e bagnati, visto che viveva in un tubo di scolo, dovevano per forza essere bagnati ed immaginavo il luccichio dei suoi occhi neri come la notte che mi avrebbero paralizzata al primo sguardo e resa una sua schiava per tutto il resto della mia vita risucchiandomi l’anima.
Oggi mentre camminavo con passo svelto, perchè stavo morendo di freddo, son passata proprio davanti a questa casa dove da piccola andavo a giocare e mentre soffiava il vento gelido, mi è sembrato di sentire  la voce di Marialonga che vibrava nel  vento e che mi sfiorava il collo come fil di ferro.

 

Napoletano

Oggi mi succede di essere nominato scrittore italiano. Sovrappensiero e automaticamente correggo: scrittore in italiano. Perchè è lingua seconda, messa accanto e in sordina rispetto alla prima voce, il napoletano. L’italiano è una lingua raggiunta, la amo. Per l’altra non uso il verbo amare. Al napoletano voglio bene e lui pure a me ne vuole. Gli proteggo la siepe, non ci faccio entrare l’italiano, adesso è per me una riserva naturale. Gli voglio bene perchè mette forza di raddoppio alla parola ” ammore”, al posto del più delicato amore, e nel “dimmane” che dev’essere migliore del solito domani. Gli voglio bene perchè al contrario dell’indicativo “abbiamo”, toglie peso e presunzione al verbo avere, dicendo “avimm”. Mi piace che non esiste in napoletano la parola eroe e che “guappo” sia spesso una recita incruenta. Gli voglio bene perchè raddoppia “primma” e “doppo” e dà così più consistenza al prima e al dopo, al tempo passato e a quello venturo. Mentre il presente è un frattempo che si riduce a “mò”, sillaba di momento. E sono affezionato al suo verbo andare che è il più veloce del mondo, “i'”, più corto del già svelto “ire” latino. Perchè quando te ne devi andare, ” te n’ia i'”, subito.

Trilobiti 243# Tratto da Alzaia di Erri De Luca

 

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