il compagno di banco

Oggi sono  andata dalla mia erborista di fiducia, che col tempo è diventata anche una mia carissima amica. E’ entrata una cliente in negozio ed io ne ho approfittato per andare al supermercato che è situato esattamente nella porta a fianco. E’ quì, che di solito sono avvenute le migliori sedute di psicologia che abbia mai avuto, ma stavolta sono andata da sola e quindi non ci son state sedute di psicanalisi tra gli scaffali dei biscotti. Mentre stavo per entrare, ho intravisto il titolare del supermercato davanti alla porta che stava  chiacchierando con un ragazzo/uomo. Mi sono fiondata dentro e il tipo, che ovviamente non ho riconosciuto subito (avrete ormai capito che sono una rincoglionita senza speranza), ha urlato con grande entusiasmo il mio nome: MARILUUUU’!!!

Mi sono girata verso la voce e ho trovato ad accogliermi  due occhi che sembravano quelli di una lepre che è appena stata abbagliata dai fari di un auto su una strada ingoiata da una notte buia in un giorno d’inverno. Lo riconosco eccome adesso: è il mio compagno di banco delle medie! Ha 42 anni adesso, è un uomo, ma ha nello sguardo ha lo stesso fuoco che aveva quando l’ho conosciuto tanti anni fa.
Mi  ha abbracciata con entusiasmo e mi  ha chiesto: “Ma dove vivi adesso?”.  Io gli ho risposto che vivo esattamente in questo stesso paese e lui mi ha detto che vive nella stessa casa in cui viveva da ragazzo,  che ha lo stesso lavoro di prima e la stessa ragazza, (cose che io ignoravo totalmente, visto che non so che lavoro faccia ora e non lo sapevo nemmeno prima e non ero al corrente delle sue storie d’amore, ignoravo  stesse con qualcuno), ma lo vedo sorridente e questo mi riempie di gioia, perchè so che ha vissuto momenti molto duri, si è perso, come è accaduto a me. L’ho saputo da altre persone, per vie traverse, perchè ormai ci eravamo completamente persi di vista e perchè in un paese seppur piccolo, a volte non ci si incontra mai, per anni.
Mi tornano in mente una marea di episodi legati a lui! Alle medie funzionava in questo modo: se andavi bene a scuola, per premiarti ti separavano dalla tua compagna di banco, per piazzarti a fianco a qualche “caso difficile”, così lo definivano loro, i professori, i grandi! Ed io all’epoca, anche se è difficile da credere, andavo bene a scuola, e avevo come compagna di banco quella che è anche adesso una delle mie migliori amiche! E quindi sin dal primo anno son stata separata dalla mia compagna di banco, che è stata sostituita proprio da lepre abbagliata in strada buia. Questo fatto per me non fu per nulla traumatico, anzi, andavo d’amore e d’accordo col “caso difficile”. Ricordo che lui era una frana col flauto e che io lo aiutavo a leggere il pentagramma e a suonare la diamonica, perchè un’altra regola della scuola era: che se non sapevi suonare il flauto, dovevi suonare per forza la diamonica! Mi rassicurava la sua statura! io a confronto ero alta un metro e una banana. All’epoca lui era molto apprezzato dalle ragazzine, aveva il fascino del ragazzo scapestrato, oltre ad essere davvero bello. Una volta ruppe una porta a vetro con un pugno ed oltre a finire al pronto soccorso, fu anche sospeso da scuola ed io per non farlo rimanere indietro con le lezioni, studiavo con lui di pomeriggio e scrivevo al posto suo sui suoi quaderni, perchè lui non poteva scrivere con la mano fuori uso. Il piano geniale che avevano i professori all’epoca era quello che gli alunni più diligenti potessero magicamente e con un lavoro certosino instillare poco a poco del “buono” in quelli che loro pensavano potessero essere delle teste calde. Non hanno pensato che poteva succedere l’inverso o che magari i casi difficili erano “difficili” solo perchè loro non si sforzavano di trovare il modo giusto per comprenderli! Ringrazio A. per avermi insegnato ad aprire le porte senza usare le chiavi e per avermi spinto a lottare per far valere le mie idee e i miei diritti, per avermi fatto alzare la testa di fronte alle ingiustizie senza mai avere paura, quasi mai.

Di novembre e dei ricordi

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Il sole gioca a nascondino dietro strati di nuvole confuse. Un ragazzo si lamenta con una ragazza  e le dice che Michele è anaffettivo, due uomini parlano della ricostruzione della vagina di una donna che conoscono entrambi, tutto questo mentre io continuo a camminare.  Il mio sguardo si incrocia con quello di una ragazza che ha il cappotto aperto e sotto indossa una maglietta sottile, non porta il  reggiseno e i suoi capezzoli turgidi per il freddo svettano in avanti sfidando il signor Inverno che è arrivato all’improvviso a spogliare alberi e a consegnare ricordi.  Il passaggio a livello si sta chiudendo e non ho voglia di correre per non aspettare che si riapra. Allora mi fermo ed attendo respirando profondamente nella sciarpa rossa che ho al collo, osservo quel che mi passa dentro come se non fosse in me, ma da qualche altra parte, fuori in un altroquando. Il filo dei pensieri si allunga verso sentieri lontani, si dilata e di spezza in schegge frastagliate e una di queste si conficca nella pelle del sentire.  Mi capita a volte di ricordare esattamente un profumo, una frase sussurrata, una sensazione sulla pelle, uno sguardo tra la folla, poi tutto viene risucchiato dal tempo, da altro vivere e  così fluisce via, ma poi ecco che ritorna, come un’onda improvvisa, quando meno te lo aspetti, arriva quel ricordo e magari non sei pronto a risentirlo, ma arriva lo stesso. Non ti da un preavviso, non bussa alla porta dandoti la possibilità di farlo entrare o di lasciarlo fuori. Arriva e basta. Mentre aspetto che le sbarre si rialzino,  ferma al passaggio a livello sento la tua mano sulla mia mentre ripongo gli scacchi nella scatola e i tuoi occhi che si appoggiano sul mio dentro.  Era novembre anche allora, un altro novembre di un’altra vita, sto con le gambe incrociate sul tuo divano nero e fucsia e tu stai fumando una sigaretta, hai ancora i dreads e quella camicia a scacchi verde e nera, io ho ancora un cuore, ma non so di averlo, non come ora che so di averlo perso. Mi ridesta il fischio del treno che sta passando, si è riaperto il passaggio a livello. Inizio a camminare ed infilo le mani nelle tasche del cappotto,  perchè sento che il freddo è entrato anche dentro di me.

Schegge bagnate

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E anche questo novembre sta scivolando via tra giorni di pioggia, lenzuola umide mosse dal vento, alberi nudi e foglie scricchiolanti, panchine solitarie e vuoti d’anima,  anche se quelli persistono ad ogni stagione.  Dai cumignoli dei camini si inerpica verso il cielo un fumo carico di ricordi,   che riporta in superficie da un lontano passato, immagini di caldarroste e di famiglia. Quando ero piccola, passavo molto tempo a casa di una delle mie zie preferite, e ricordo che lei usava per riscaldarsi il braciere, quello che noi in dialetto chiamiamo a “vrasera” e che si è scoperto più tardi essere nociva per la salute, ma mi fa ridere questa cosa, perchè viviamo in posti saturi di smog, non sappiamo cosa mangiamo e siamo bombardati da onde elettromagnetiche e da altre cose anche peggiori, e invece se la vanno a prendere con la vrasera, che adesso risulterebbe anche demodè oltre che nociva, ma nei miei ricordi occupa sempre un posto accogliente. Certi pezzi di passato rimangono talmente vividi nella mente, che sembra quasi di averli vissuti ieri. Però come sono strani i ricordi! Due delle mie amiche più care, che conosco da quando andavamo all’asilo mi dimostrano che quel che ci rimane dentro è soggettivo e condizionato da vari aspetti, infatti  quando ripercorriamo avvenimenti dell’infanzia, mi rendo conto che ognuna di noi si ricorda un pezzo diverso di quel periodo della nostra vita, e che molto probabilmente i ricordi persistono a seconda della nostra esperienza, della nostra sensibilità. Io per esempio mi ricordo che all’asilo col proiettore ci facevano vedere dei cartoni, in particolar modo ricordo quello della gallina dalle uova d’oro. Invece una delle mie amiche, si ricorda che ci facevano sparecchiare la tavola e riordinare. Io ricordo pure che al refettorio c’era una bimba che vomitava sempre e che suor Aurelia portava la segatura per raccogliere il vomito. Loro questo non lo ricordano. Ricordo anche che avevo sempre le ginocchia sbucciate e che tutte quelle recite che ci facevano fare con quei vestiti da Rossella O’ hara, non mi piacevano affatto, evidentemente il germoglio della dark era già in me.

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Come potremmo dimenticare

Come potremmo dimenticare quegli antichi miti
che stanno all’origine di tutti i popoli, i miti dei draghi
che nell’attimo estremo si tramutano in principesse?
Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse
che attendono solo di vederci una volta belli e coraggiosi.
Forse tutto l’orrore non è in fondo altro che l’inerme,
che ci chiede aiuto.
E allora tu non devi spaventarti se davanti a te sorge una tristezza,
grande quanto non ne hai mai vedute prima;
se una inquietudine, come luce e ombra di nuvole,
scivola sulle tue mani e su tutto il tuo agire.
Devi pensare che qualcosa accade in te,
che la vita non ti ha dimenticato,
che ti tiene in mano e non ti lascerà cadere.

Poems (58): “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke

Trilobiti #256

p.s. questa è per te e per chi la sente. Io ormai non credo più a nulla e a nessuno, ma spero sempre che per gli altri ci sia un mondo migliore, una vita migliore, un pò di luce. Non è che ho abbandonato i Trilobiti, ma non leggo più e se non leggo, ho poco da condividere di altre voci, però oggi mentre riordinavo un pò di scartoffie, mi sono imbattuta in un foglio su cui c’era scritta proprio questa poesia, e l’avevo ricopiata io, chissà in quale altra vita e per quale strana ragione. Ma visto che nulla accade per caso, ho pensato di appoggiarla quì, nel caso qualcuno di voi volesse inciamparci dentro.

Della felicità, delle troie e di altri pensieri

Ripercorrere certi sentieri in determinati momenti, non è proprio una genialata.
Tipo quando uno ti dice: ti ricordi quando facemmo questa determinata cosa? e come eravamo felici?
A me non viene in mente che eravamo felici, ma che eravamo giovani. E che avevamo altri pensieri in testa, altre desideri, altre speranze. Che poi non me lo ricordo quando son stata felice l’ultima volta, perchè forse dopo quella volta, il dolore ha inabissato tutto, anche la capacità di ricordare con chiarezza. Ora non è che voglio fare la lagna e lamentarmi delle cose che sono andate a puttane. Anche perchè non è che poi si risolve un cazzo a lamentarsi. No, voglio solo dire che a volte un vaffanculo diretto e ben assestato, bisogna pur dirlo a qualcuno, a qualcuno che se lo merita. Ma io non l’ho fatto! Che la diplomazia, l’educazione, il riguardo per certa gente, non sono meritati. Ma io lo capisco sempre troppo tardi, sempre quando gli altri hanno banchettato con quel che di te resta, al tavolo della tua morte. E sì, ma di che sto parlando? ah di nulla. A parte che sono stanca, piena di pensieri, ho le lamette nello stomaco e poi? E poi vorrei dire al tipo che non si è fermato allo stop e che per uno sputo di niente non mi ha scaraventata nella fontana in mezzo alla rotatoria, che quando mi ha dato della Troia, sicuramente non si è ricordato che chiama allo stesso modo anche la sua compagna durante i loro amplessi, e che lei accoglie con immensa gioia questo appellativo. Allora mi rivolgo a te,uomo o presunto tale, che non ti sei fermato allo stop: Non ti sembra quindi che dovresti fare un distinguo tra me, una perfetta sconosciuta e la tua amatissima compagna? Giusto per non offendere nessuno, soprattutto lei.
Ecco. Non aggiungo altro.