Louder than love

Avete presente quando vi risuona nella testa e sulla bocca una canzone? E ve la portate avanti per qualche giorno, come se lei avesse scelto di farvi compagnia insinuandosi in voi senza chiedervi il permesso e voi glielo lasciate fare, la accogliete e le date forza.
La canzone che ho in testa in questi giorni è Hunger strike dei Temple of the dog.

E ricordo esattamente il momento in cui acquistai il cd contenente questo brano, ero a Roma in gita scolastica con la mia classe del liceo e al posto di comprare un souvenir, mi fiondai in un negozio di dischi che era per me ENORME, abituata ai bugigattoli dove di solito compro cd. Ero talmente entusiasta di questo acquisto, che non vedevo l’ora di tornare a casa per poterlo ascoltare nella penombra della mia stanza. Oggi verso l’ora di pranzo, un mio amico mi dice: è morto Chris Cornell.
Io sono rimasta basita. Lo so, muoiono continuamente persone, persone a cui noi teniamo e altre di cui non sappiamo nemmeno il nome, ma io questo nome lo conosco bene, perchè ho amato per anni la sua musica, la sua voce e quindi questa notizia è arrivata come una doccia fredda. Ho detto una parolaccia, farfugliato più che altro, perchè intanto le parole di hunger strike continuavano a risuonarmi dentro.
Fuori c’è il sole ma vi assicuro che questa giornata ha preso una brutta piega, non solo per questo evento, ma per altre cose intorno degne di nota. Cerco di non pensarci mentre un altro pezzo della mia vita si stacca, per non tornare più.
Buon viaggio Chris!

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The child inside

Stadio Olimpico, Roma.
la mia prima volta in questo stadio.
Quando sto per entrare mi sembra di sentire tutte le urla, i cori dei tifosi alle partite, dei fan degli innumerevoli concerti che si son tenuti lì.
E’ già un’emozione solo varcare quei cancelli.
Tutti quelli che entrano corrono a prendere i posti sotto il palco, io me la prendo con comodo, ne ho visti troppi di concerti schiacciata alla transenne. Mi sistemo sul prato centralmente, tanto da avere il palco di fronte e mi siedo per terra, perché c’è da aspettare.
Intanto lo stadio si riempie a poco a poco.
Suonano i Motel Connection, ma io nemmeno li sento, aspetto solo che inizi il concerto, mentre tutti gli altri ballano e si preparano per il vero spettacolo.
Il sole sta andando via e il caldo è quasi sopportabile.
Quando mi alzo e mi guardo intorno, vedo lo stadio pieno, sia negli spalti che nel prato, rimango sbalordita.
Ora si sta esibendo Matthew Dear e l’attesa si fa ancora più trepidante.
Subito dopo le 21 arrivano sul palco i Depeche Mode. Il pubblico è in delirio, iniziano con Welcome to my world, poi Angel..
Dave Gahan si toglie la giacca e rimane in gilet.
E’ in formissima, balla come un matto, fa pirouette, ha gli occhi truccati e un sorriso che ti manda k.o.!
E’ carismatico da morire.
Quando canta Walking in my shoes, lo stadio vibra.
Poi Precious, Black celebration.
Policy of Truth, Should be higher.
Brividi a seguono brividi, non mi sembra di essere nemmeno più lì, la tipa a fianco a me, sembra una molla, salta e si muove a destra e a sinistra come una molla, ogni tanto rulla una sigaretta e poi comincia di nuovo a molleggiare.
Le emozioni si accumulano, si dilatano: quando un gruppo con le sue canzoni, hanno fatto da colonna sonora alla tua vita, non può essere altro che così.
E’ il momento di Barrell of Gun, meravigliosa!
Poi Dave Gahan esce e lascia il testimone a Martin Gore che canta The child inside, a questo punto ho come la sensazione che l’intero stadio trattenga il respiro, si è creata un’atmosfera surreale, tutti sono abbracciati a se stessi, a quella voce, a quelle emozioni che generano quelle note. La tipa a fianco a me è immobile, ha gli occhi lucidi, come me.
Poi Gore esegue Shake the disease e ancora si trema.
Arriva Heaven, seguita da Soothe my soul.
A Pain that I’m used to, A question of time, Secret to the end.
Lo stadio esplode..arriva Enjoy the silence, tutto il pubblico canta all’unisono l’intera canzone, dando vita ad un effetto sonoro da paura!
Poi arriva Personal Jesus e tutti cantano e ballano energicamente.
ancora Goodbye, poi Somebody, Halo.
E quando arriva Just can’t get enough si è giunti al massimo del delirio.
Intanto Gahan si è tolto anche il gilet e si muove sinuoso ad ogni pezzo.
I feel you e cresce ancora l’intensità emotiva.
Si giunge al termine del concerto con Never let me down again
e la tensione in circolo si placa.
Sono ubriaca di sensazioni e di emozioni.
Inizio a respirare di nuovo.
Piano piano lo stadio si svuota, sono tutti esausti, ma felici.
Sudati, stravolti, con gli occhi colmi di gioia.
Che serata ragazzi! ce ne vorrebbe almeno una al mese per poter ricaricare l’anima!

p.s. è pazzesco anche che ogni anno io e Fabry andiamo a vedere lo stesso gruppo, però lui a Milano e io e a Roma.
Chissà che un giorno non riusciamo ad andarci insieme ad un concerto!