Sonata in Do di Petto

Sono in ufficio, e mi sto ritagliando il mio piccolo spazio per oggi. Gli altri colleghi sono tutti euforici per scadenze varie di progetti, io vorrei solo essere il più lontano possibile da quì, magari su una montagna, da sola. Ieri penso di aver raggiunto l’apice dell’incazzatura. Almeno di questo periodo, perchè ho fatto di molto, ma molto peggio. A volte quando urlo durante qualche litigio, mi capita dopo di aver così male alla gola, da accorgermi solo in quel momento di quanto male ho fatto a me stessa a perdere le staffe e non solo a me ovviamente. Si litiga sempre con qualcuno, certo quel qualcuno potrei essere anche io, cosa che accade spesso. Solo che se litigo con me stessa, non urlo, rimango in silenzio o piango. Ieri ho dato un Do di petto, ma non solo ieri, mi capita a periodi, arrivano momenti in cui la mia buddhità evapora come se non fosse mai esistita. Non mi piaccio quando accade. Questa parte di me non mi piace affatto. Ho una lista chilometrica di cose che non mi piacciono di me ed elencarle tutte non cambierebbe la realtà dei fatti. Al posto della mia esibizione nella sonata in Do di petto, avrei preferito cantare l’ave Verum al duomo ed usare la mia voce per qualcosa di bello. Non mi sopporto quando perdo le staffe. In passato ho fatto delle cose di cui non vado fiera, guidata dalla rabbia, ma poi con gli anni ho iniziato a lasciar andare, a lasciar correre certe cose, a lasciarle completamente scivolare via, a non sbottare per una pressione o per un’ingiustizia o per un dolore. Ho incassato tanto in dolore e delusione, ma so anche che non è che abbiamo un serbatoio interiore che ci avverte che siamo pieni e che quindi altra merda non ne possiamo più ricevere, quella non ha limiti purtroppo, certa gente è nata proprio per generare merda e per gettarla nella vita degli altri. Io non sono un agnellino, ma cerco almeno di non maltrattare le persone gratuitamente, di non calpestarle, di non ferirle, di non usarle. In questi giorni ho parlato pochissimo. Come se avessi perso le parole, che si sono assottigliate fino a trasformarsi in muto silenzio. Quando divento così silenziosa, c’è sicuramente qualcosa che non va. C’è una parte di me impigliata da qualche parte e tutto il resto di me si muove nel quotidiano come sempre. Le persone pronte ad ascoltarci sono poche o anzi, forse nel mio caso non ce ne sono. Allora è meglio tacere.

Un silenzio che canta

Ringrazio il mio amico Alessandro per avermi donato questo suo racconto che condivido con voi. Buon lettura!

                                                   Un silenzio che canta

Tre, il numero che è sintesi di perfezione in numerose civiltà antiche. Tre, come le notti dei canti pasquali in tempi di Quaresima e non di quarantena. Da moltissimi decenni nel Salento si tiene viva la tradizione del “Santu Lazzaru” (nel sabato che precede la domenica della Palme), “Le Matinate” (nella notte del sabato di Pasqua) e “Le Ringraziate” (nel sabato successivo, che porta alla Domenica in albis). Quest’ultimo avvenimento sonoro è raro a causa della tonalità alta da raggiungere nel ringraziare la disponibilità ad accogliere in casa i viandanti notturni e rifocillarli, principalmente con uova depositate delicatamente nei panieri di vimini, fino al farsi dell’aurora.

Il “Santu Lazzaru” o “Lazzarenu“, nenia altalenante fra toni alti e bassi, che narra il tempo sospeso attendendo la luce deflagrante di un giorno nuovo, lascia spazio al canto acceso della Luce di rinascita: le “Matinate”, annuncio dell’inimmaginabile gioia per la fine del buio e ritorno alla solarità dello Spirito, scivolando poi nella cortesia di comunità. Questo nomadismo fra le strade, nell’anno 2020 d. C. (durante Coronavirus) è stato immaginario, pescando suoni e volti dalla memoria, connettendo musici e cantori dal salotto di casa attraverso gli schemi di smartphone, per legare la distanza del passato ai nodi del presente.

Protagonista è stata l’assenza, fra marciapiedi e lampioni balbettanti. I cimbalini dei tamburelli stati le foglie tintinnanti di alberi solitari sull’asfalto. Fisarmoniche senz’aria hanno rubato il tempo a chitarre senza corde. Galleggiando nell’attesa che passi l’attesa, in cerca della cura alla chiusura obbligatoria. I campi punti da steli sottili di grano – che saranno pane – fanno venire la voglia di perdersi nell’abbraccio ad ogni singola spiga, come fosse un mare totale che tutto ingoia e poi scompare. E’ affiorata lenta la pelle del tamburo da sfiorare col tatto vibratile cadenzato di un ritmo grave, nell’apnea della speranza che vive la parola dei cantori. Fino a liberarsi nel finale sismico, unico deragliamento concesso all’atmosfera ombrosa degli episodi evangelici fluttuanti tra sangue e tradimento, amore definitivo e potere della paura, umori del popolo e tremolìo del cielo. Scoppio di luminescenza totalizzante. Nelle ore degli abbracci vietati dalla legge – come negli incubi siderali – e dei baci proibiti per decreto (tranne quello di Giuda), l’immagine dei corpi strappati alla vita in un calvario che assedia il respiro, è tornata in ogni singolo fotogramma dei cammini sonori fatti in precedenza. La nota che tace sotto la luna aspetta la fioritura di nuove primavere. La vita in catacombe, più o meno comode, permette la massima libertà nel terreno virtuale e promette punizioni nel mondo vero. Un popolo di formiche scaverebbe tunnel impensabili per dare un senso di luminescenza al proprio sopravvivere. Un graffio di sostanza. Una forma di resurrezione. Le processioni scandite dalla lentezza si sono trasformate in file davanti al tempio contemporaneo della materia : il supermercato, con gli scaffali al posto delle stazioni, sconsacrando la vita verticale nella mercificazione estesa. La religione del consumare non concede tregua, travolge ogni cosa, accarezzando. Dagli apostoli chiusi in casa per paura, agli apostoli della paura, cavalcata e brandita come strumento controllo. Nel gioco del caos, la Dea Nemesi può avere una mano di carte vincente e mettere i diffusori di allarme nel bersaglio della sorte, accompagnando tale rappresentazione a risa di scherno da parte degli stessi spettatori plaudenti del passato recente.

 L’incerto crepuscolo della stagione frantuma le vocali dal soffitto del mondo al suolo, circondati dallo stesso volo. Non ci resta che radicare nella moltitudine la virtù di una bellezza mai nascosta e che nei giorni anomali che stiamo vivendo rischia di sgretolarsi. Da qualche parte, nel ricordo, una luna di madreperla fa la guardia all’armonia, coi crateri del perdono vigilanti su qualche distratta stonatura. Arriverà il finale di marea montante e festanti come tarantelle della Pasqua, tripudio luminoso del Mistero ed estuario di meraviglia condivisa.

Alla fine di questa inconsuetudine, su suggerimento dei secoli, un grande falò farà fiamma dei dolori, sotto il vento delle nostre dimenticanze. Un lampo di dubbio troverà strada nei nostri passi : vedremo il mondo con gli stessi occhi?

                                                                                                                                                                                                                                                                                                     Alessandro Errico

Ti mando un vocale di dieci minuti Soltanto per dirti quanto sono felice

Più di una persona mi ha fatto notare, (alcuni con tono infastidito sotto un finto sorriso), che i miei messaggi audio su whatsapp sono troppo lunghi. Io non sapevo ci fossero dei limiti di parole, ma evidentemente ci sono. Ne prendo atto. Sicuramente mi sono interrogata sul fatto che non sono dotata del dono della sintesi. E’ vero, quando parlo, mi perdo. Parlo troppo. Dovrei imparare a dire, usando poche parole, come si fa ora nei test a scuola: usare al massimo 70 parole. Negli audio ne dovrei usare al massimo 6: Ciucciati il calzino di lana merinos! Oppure sarebbe addirittura meglio: TACERE. Anche questa modalità scolastica attuale di usare un max di tot parole per dire la propria opinione mi fa venire l’orticaria.  Ma che problemi hanno le persone se uno si dilunga su un argomento? Altro appunto che faccio a me stessa: è che forse il contenuto dei miei audio è NOIOSO o magari INCOMPRENSIBILE. Ecco, era meglio prima quando non parlavo affatto. Il mio doc non sarebbe daccordo su questa mia ultima affermazione, ma lui viene pagato per ascoltare, gli amici no, possono dirti che ti dilunghi troppo e tu puoi mandarli affanculo quando sono loro a dire cose che non condividi. Quindi prima venivo rimproverata del fatto che ero chiusa e che non raccontavo nulla, ora invece sono un fiume in piena e devo trovare gli argini per non farmi travolgere ma soprattutto per non dare noia ai miei poveri interlocutori.  In questi anni ho imparato una cosa di me: io non ho il senso della misura! Per questo alcune persone mi hanno detto, anzi chiesto: Puoi mantenere un profilo più basso? Ma che diavolo significa questa cosa?

Io ci son rimasta malissimo. Perchè non ho mai pensato di essere una persona invadente, esplosiva, corrosiva, ma anzi, ho sempre pensato il contrario. Da ciò desumo che non mi conosco affatto, che ho una falsa percezione di me stessa e che d’ora in avanti non manderò più messaggi vocali, perchè sono una rompipalle e lo riconosco. Noto che molti mandano messaggi vocali spezzati. Ne mandi 15 di seguito per non mandarne uno lungo senza interruzioni, così però si può fare, a detta dei whatsappiani.  Da poco ho conosciuto un ragazzo che ha capovolto la teoria della lungaggine. Mi ha mandato degli audio che hanno superato i 20 minuti. Come posso non adorarlo? Vi lascio con un messaggio che mi ha mandato un mio amico qualche giorno fa.

msg

 

Ieri, un pò di me

Lo so che non dovrei sentirmi così. Così come? Fragile. Non che ci sia da vergognarsi per questo, no, affatto. Ma oggi mi sento con quella sensazione di mattone sullo sterno, come se avessi arginato per mesi quello che ho dentro, non per non affrontarlo, ma sperando potessero cambiare le cose intorno.  Che in qualche modo tu potessi tornare. C’è però che mi manchi sempre un pò di più e che lo sto dicendo a bassa voce, per non essere egoista con te che hai scelto di allontanarti.

Una volta proprio tu mi hai detto che siamo dei guerrieri, per le cose che ci son successe e che abbiamo affrontato, con difficoltà, con fatica, a volte con la paura di non farcela, a volta con la voglia di non farcela, uscendone con le ossa rotte e con le anime squarciate, ma ne siamo usciti dai nostri inferni. Forse. Forse sì. Tu sei un guerriero, ma forse io non lo sono, non mi sento una guerriera oggi. Ho fatto un percorso diverso per arrivare al lavoro, niente finestre in attesa di gatto, però poi mi son sentita in colpa, per non averlo cercato quel fantomatico gatto, e allora son tornata indietro e mi sono appostata lì di fronte. Le tende erano tirate e neanche dietro si scorgeva ombra di gatto. Starò diventando matta?

Parole non parole

Capita che inciampi nelle parole di qualcuno, a volte chi parla è un amico, a volte è un personaggio in un film e altre volte quelle parole vengono da uno scrittore, qualcosa che leggi distrattamente, ma che poi inizia a collocarsi piano, dentro di te. E quelle parole le comprendi davvero, non le leggi soltanto, le senti dentro, perchè ti stanno raccontando qualcosa che sai, che senti, qualcosa che già avevi dentro ma che non riconoscevi per quello che era, perchè è così che si confondono spesso le cose, al buio una bottiglia , può sembrarci una lampada. Così è stato con queste parole. Così è adesso.

«Io avevo voglia di stare da solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose».
Pasolini

L’incertezza di Loris

Conversazioni su whatsapp:

Io: ha spiegato qualcosa di nuovo la prof di inglese?

Vagua* : sì, Loris.

Io: Loris?

Vagua*: Non so come si chiama.

A questo punto mi sono rivolta a Murky*, un’altra delle ragazze che viene a lezione, compagna di classe Vagua.

Io: Cosa ha spiegato la prof?

Murky*: No, niente.

Io: ma Vagua* mi ha detto che ha spiegato un certo Loris.

Murky*: Lorens.

Io: vuoi dire Lawrence?

Dall’altra parte silenzio.

La mia indagine ha portato a Mr David Herbert Lawrence, ma domani quando incontrerò Murky*, saprò dirvi con certezza se si tratta di lui o di Loris Unknown.

Aggiornamento a domani.

 *Nome fittizi in conformità con la legge 5426/666 sulla privacy