Sono morta e lo so.

Oggi non mi capisco, ho uno di quegli stati d’animo che danno fastidio principalmente a me, ma forse anche alle persone che mi sfiorano, e nel momento in cui ne sento l’odore, so già che è tardi. Che è arrivato e che non posso fare altro che arrendermi ad esso. Piegarmi.
Non capisco le persone. Credevo di aver capito qualcosa, ma ogni giorno la vita mi ricorda che non ho capito un cazzo di niente.
E se devo dirla tutta,non me la passo tanto bene. Ma mi ripeto: fai finta che va tutto bene.
Ma che senso ha tutto questo? Per chi? Per cosa?
Visto che bene non va ed è già tanto tempo che è così. Posso dirvi il giorno esatto in cui sono morta. Posso dirvi l’ora, che luce c’era intorno a me, le persone che ho intravisto un attimo prima di schiantare. Me lo ricordo bene il giorno in cui sono morta. E non riesco a scrollarmi da dentro nessuna sfumatura di quel giorno.
Ricordo ogni particolare di quella giornata, nei minimi dettagli. E ricordo che quando avevo 16 anni in una delle tante conversazioni col mio padre spirituale, lui di punto in bianco mi chiese: hai mai ucciso qualcuno? Ed io stavo guardando fuori dalla finestra, guardavo nel cortile un gruppo di ragazzi che giocava a palla a volo e a queste parole, mi ridestai di colpo e gli risposi: credo di no.
E lui mi guardò con sguardo serio e mi disse: puoi uccidere qualcuno anche nell’anima, non si uccide solo eliminando il corpo.
All’epoca queste parole rimasero ferme lì, in quell’aula del terzo piano, appoggiate a quel banco baciato dal sole e a quella ragazza che ancora non sapeva cosa sarebbe accaduto dopo e che a distanza di tempo, quelle parole avrebbero avuto un senso, sarebbero diventate carne. La mia. E che si può uccidere sì. Ma si può anche essere uccisi. Da un insospettabile.
Ma può succedere ve lo assicuro. E quando succede non si può fare nulla, se non accettare di non esserci più e di essere diventati qualcos altro, qualcun altro.
Forse.

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