Reflex blinks: Rullo di tamburi

 

 

 

 Aspiranti monaci tendono inaspettati timpani

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REFLEX BLINK OCCURS IN RESPONSE TO AN EXTERNAL STIMULUS, SUCH AS CONTACT WITH THE CORNEA OR OBJECTS THAT APPEAR RAPIDLY IN FRONT OF THE EYE. A REFLEX BLINK IS NOT NECESSARILY A CONSCIOUS BLINK EITHER; HOWEVER IT DOES HAPPEN FASTER THAN A SPONTANEOUS BLINK.

Pics by Crisalide77 & Rospo

 

 

 

 

 

Indomabile rivolta

Questo post è per Peppino Impastato, nel giorno dell’anniversario in cui è stato ucciso dalla mafia.
Era l’anno 1978. Metto quì di seguito alcune delle sue poesie e vi invito a leggere l’albo a fumetti intitolato Peppino Impastato, un giullare contro la mafia.
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Ripropongo quì la dedica che c’è sull’albo.
A Peppino Impastato e a tutte quelle persone coraggiose che si sono immolate per quella montagna di merda chiamata “mafia”.

Sulla strada bagnata di pioggia
si riflette con grigio bagliore
la luce di una lampada stanca:
e tutt’intorno è silenzio.

Il cuore batte con l’orologio,
il cervello pulsa nella strada:
amore e odio
pianto e riso.
Un’automobile confonde tutto:
vuoto assoluto.
Era di passaggio.

Nubi di fiato rappreso
s’addensano sugli occhi
in uno stanco scorrere
di ombre e di ricordi:
una festa,
un frusciare di gonne,
uno sguardo,
due occhi di rugiada,
un sorriso,
un nome di donna:
Amore
Non
Ne
Avremo.

Fresco era il mattino
e odoroso di crisantemi.
Ricordo soltanto il suo viso
violaceo e fisso nel vuoto,
il singhiozzo della campana
e una voce amica:
“è andato in paradiso
a giocare con gli angeli,
tornerà presto
e giocherà a lungo con te”.

E’ triste non avere fame
di sera all’osteria
e vedere nel fumo
dei fagioli caldi
il suo volto smarrito.

Passeggio per i campi
con il cuore sospeso
nel sole.
Il pensiero,
avvolto a spirale,
ricerca il cuore
della nebbia.

Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo,
nè il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.

Buddha Toy

Prima di tutto incomincio col chiedere scusa a tutti i buddisti che leggeranno questo post, a mia discolpa posso solo dire che all’epoca dei fatti ero  solo una bambina,  (lo so, non è una giustificazione) e solo ora mi rendo conto che da bambina facevo già cose “strane”, oltre ad essere una lanciatrice di sassi, avevo  come compagno di giochi proprio Buddha (ma non sapevo neanche lontanamente fosse lui) ed insieme a lui avevo anche  un’amica immaginaria, di cui vi parlerò in un altro post. So che state dubitando della mia sanità mentale, e avete ragione a dubitarne,  poichè faccio parte dei cosiddetti insani, quindi è giusto ripercorrere insieme le tappe della stranezza che mi ha sempre contraddistinto. Vi presento uno dei miei giochi preferiti di quando ero piccola:

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Questa statua di pietra fu regalata ai miei genitori quando si sposarono, ignoro le ragioni  per le quali fu scelto proprio Buddha da uno degli invitati al matrimonio, forse come un buon augurio di spiritualità e di rettitudine alla coppia che si apprestava a mettere su famiglia. Fatto sta, che i miei genitori sono ferventi cattolici e hanno posto questa statua in giardino ed  è lì che io ho fatto diventare questo uomo (la cui identità all’epoca mi era del tutto sconosciuta, non a caso lo chiamai Babushka), lo feci diventare un mio gioco. Attualmente spunta tra i libri su una delle mensole della mia libreria ed è lindo e pulito, ma in quel periodo era diventato una sorta di cavia, come una bambola da vestire e truccare, allora lo adornavo con coroncine di fiori, orecchini pendenti, parrucche fatte da petali e fili di erba, gli facevo impacchi di terra bagnata che solidificandosi lo facevano diventare marrone scuro, un vero moro,  e poi per ripulirlo gli facevo docce con la pompa da giardino, gli costruivo vestiti e copricapo di ogni genere e con qualsiasi materiale a disposizione, gli dipingevo le unghie dei piedi e delle mani di ogni colore possibile e immaginabile e gli parlavo, come se parlassi ad un amico che mi ascoltava in silenzio e che sopportava tutti i miei esperimenti senza protestare e senza alzarsi da quel trono che lo accoglieva comodamente e dal quale mi aspettavo che un giorno si sarebbe alzato per prendermi a calci in culo. Solo anni dopo ho scoperto che il mio Babushka era in realtà Buddha e che aveva fondato una dottrina etico-filosofica che poi si è trasformata in una religione, la quarta per numero di credenti al mondo, dopo il Cristianesimo, l’Islam e l’Induismo, le stime riguardanti la popolazione di fede buddhista possono variare anche significativamente a seconda della ‘Via’ specifica a cui si aderisce: le stime più accettate vanno dai 350 ai 550 milioni di praticanti

Immaginate il mio stupore a distanza di anni da quel tempo dell’infanzia, quando ho scoperto la reale identità del mio fidato amico Babushka!  Avevo un amico non famoso, ma famosissimo e lo ignoravo beatamente. E lo so, son sempre la solita lentona, ci arrivo davvero sempre in ritardo alle grandi verità. Ma meglio tardi che mai, e scusami Babushka, se ancora adesso fatico a chiamarti Buddha.

Una ferita aperta sotto l’acqua ed il sole

Mi scuso innanzitutto per non aver potuto pubblicare le rubriche di Fabio e Daniele del lunedì e del mercoledì, ma il mio pc è andato in tilt e dalla settimana prossima, vedrò di rispettare le scadenze.
Siamo al quarto appuntamento con lo spazio curato da Gianluca, questo venerdì lascia parlare Lina Sastri nel finale di un film a lui caro..e non solo a lui.
Buona lettura e buon ascolto!
Lascio la parola a Gianluca…
Torno ad occupare questo spazio concessomi generosamente dalla Signorina Crisalide. Stavolta ho deciso di non tediarvi con lunghe tirate e discorsi lunghi come in almeno due dei miei post precedenti. Per la legge dell’equilibrio, stavolta lascerò da parte le mie parole e farò parlare la grandissima Lina Sastri, lasciando qui la scema a mio avviso più bella, commovente e significativa, di un film che porto scolpi dentro di me: Li Chiamarono Briganti… di Pasquale Squitieri. Un grandissimo, e ripeto, grandissimo film. Un capolavoro che è stato addirittura definito da alcuni critici “il Braveheart italiano”, ma che purtroppo, per ragioni politiche, venne immediatamente sospeso nelle sale di produzione (era il 1999) ed è tutt’ora di difficile reperibilità. Quella che qui vi lascio è la scena finale, con una sublime Lina Sastri. Per chi non avesse visto l’intero film, non so, decidete voi se vedere o no la scena finale…per gli altri, coloro che lEo hanno visto, beh, spero vorrete condividere con me l’emozione di questa scena letteralmente da pelle d’oca.