Marilù

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Alcune barche restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via, altre arrugginiscono in porto senza aver mai acceso il motore, il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Poi c’è Marilù una barca salpata da un porto che non conosciamo, diretta a un porto che ignoriamo, sembra una piccola barca qualunque ma in lei dimora un invito rivolto a tutti quelli che hanno la fortuna di incrociarla: navigate senza paura nel mare della vita!
Cristian

Velo

Quando Giorgio riceve la telefonata del domestico è al pc. Sta compilando la scheda di un paziente in dimissione e sbaglia alcuni dati. Una lacrima svirgola dall’occhio sinistro e si fa strada sul volto, mentre la barba resta incolta e ignorante del dolore che prova Giorgio alla notizia che la madre è in fin di vita. Raccoglie dei documenti dal cassetto e corre in Amministrazione per chiedere un permesso, subito accordato. Il filo di fumo non ha fretta di lasciare il pianeta. Sale con lentezza verso la confusione alle molecole d’aria. Quel paio di jeans non raccontano tutto di Silvia. Lui continua a guardarla camminare col culo timido, di chi accoglie clienti clandestinamente, in casa, per pagarsi le bollette e gli studi fuori corso. E’ un paradiso provvisorio che offre senza partecipare. Fa svuotare i clienti della propria rabbia e neanche li abbraccia. Si chiude in bagno e si lava con tale violenza da strappare lembi di pelle limpida e sporca. Le banconote sul comodino sono messaggi di non amore lasciati in silenzio. Briciole di rabbia e abitudine al nulla che attornia le cose. Giorgio ha sentito il profumo di Silvia nella scia del passaggio. Una camicetta dal bottone malandrino gli ha lasciato vedere un lembo di reggiseno nero. Ha avuto un flash: la domestica del palazzo. Lui bambino. Lei si piegava ad allacciargli le scarpe e lui affondava gli occhi in quel petto stretto nel pizzo nero. Le donne di Giorgio avevano avuto storie labirintiche. Essendo sentimentalmente precario, non approfondiva l’idea di fedeltà e costanza e cura. Restava custode di un vento casuale. Appoggiato ai movimenti del cuore senza tregua. Gli anni del liceo erano stati i più complicati. Le voci che giravano nel paese. Le amicizie prevalentemente maschili. I capelli non più corti. Le risatine al suo passaggio dal bar. I pantaloni stretti che lo fasciavano al cammino. Soltanto sua madre pianse in silenzio quando decise di andar via. La villa lo lacerava ancora nel profondo. I giochi proibiti che il padre gli aveva insegnato erano svaniti in pozze di dolore e sangue raffermo della memoria. Quella madre che ora attendeva nella pensilina del tempo il suo ultimo viaggio. Giorgio aveva saputo di Silvia da un collega della clinica. Ne aveva elencato le performances come si trattasse di una macchinetta a monetine: infili e ottieni il prodotto richiesto. Senza resto. “Quanto ti serve per una trasferta di due giorni?”. “Come, scusi?”. “Non mi va di perdere tempo. Osvaldo mi ha detto che potresti anche spostarti da casa”. “Mille e niente baci sulla bocca”. “Bene. Vuoi un anticipo?”. “Certo. La metà”. “Sono 4 e 50, possono bastare?”. “Bastano. Quando si parte?”. “Fra un’ora. Passo a prenderti. Vèstiti elegante”. “Cos’è, una festa con orgia finale?”. “Non proprio. Devo presentarti come mia fidanzata”. “Allora c’è un supplemento”. “Pure?! Ne parliamo dopo, dai. Mandami un messaggio con l’indirizzo”. “Osvaldo non te l’ha detto?”. “Mi ha spiegato la strada, ma si è confuso con le piazzette”. “Devo portare la bambina dai nonni e mi preparo. A dopo”. “Ciao”. La città ha vestiti di noia e silenzi ubriachi. Lampade di disordini malfermi. Sessanta minuti scivolano nell’olio del caso. La fretta fa un giro d’orologio e ritorna. Silvia è una finta serenità che gli siede accanto. Ha messo un profumo diverso dal mattino. O è una sensazione di volontà che la dipinge mutata. “Allora, questa festa? Dov’è? Dimmi”. “Mia madre sta morendo e voglio salutarla mostrandole che non sono da solo”. “E ti porti una puttana scadente? Ma che fantasia! Fermati all’angolo, devo prendere le sigarette”. Il fumo. Un ricordo quasi cancellato dalle labbra di Giorgio. “Se ti arriva la multa per eccesso di velocità, io non c’entro niente”. “Tranquilla. Ho voglia di arrivare presto”. “Io mi faccio una dormita. Svegliami quando arriviamo”. La solitudine, compagna preferita, aveva un vestito scuro fra il nero notte e il blu profondo. Raggomitolata sul sedile accanto al suo. Memorie di corpi intrecciati nella velocità del sesso condiviso. Pelle odorosa di tabacco. Sudore sfiorato dal vento. L’asfalto si nasconde sotto le ruote e scompare. L’ingresso della villa è aperto. I colori del tramonto ricamano colonne e capitelli. Un dolore rinnovato squarcia il petto di Giorgio. Le scale a doppia balaustra. Le finestre sul giardino. I suoni della nostalgia. Gli occhi di Gustavo incontrano per un millisecondo le pupille rancorose del figlio, che diventano dolciastre nell’abbraccio materno. La maschera dell’ossigeno filtra la voce e il sorriso, tenue. Intanto Gustavo, con un possente sorriso, si presenta a Silvia e fa da guida turistica nella propria dimora storica. Giorgio ricorda ogni oggetto della stanza che ora è un sudario in anticipo. Le cornici dei quadri, le tende alle finestre, le poltrone. Tutto lo inchioda al passato. Come un respiro che non nasce, una lama di luce che resta inespressa. Accorre il medico. Il suo sguardo si fa comunicatore del presagio che prende corpo. La stretta delle dita diventa assente. Il capo si sposta sulla sinistra. Morbido. Soffice. Giorgio è una pietra che fa passi nell’eco dei passi. Stanze vuote di vita. Cromìe impolverate. Foto sbiadite. Tira su col naso. Occhi rossi di contorno. Il legame unico con quei corridoi è svanito. Esce sulla scala a doppia balaustra per dare fiato al blocco dei sensi. Dietro le tende chiare della “Stanza degli arazzi” vede il padre dimenarsi dietro Silvia, stesa sul letto a mordere il cuscino. Vede se stesso. Stesso cuscino, lacrime da bambino. Un urlo agghiaccia il cielo del momento. Il sole si ferma a guardare, poi ricomincia a morire. Gustavo accorre all’urlo. Gli occhi si incontrano. Rabbia contro rabbia. Silenzio contro silenzio. Silvia esce dalla stanza coi capelli arruffati. Abbottona il vestito nella corsa. Giorgio prende un foglio dal taschino della giacca. Lo apre e lo sbatte in faccia al padre. Silvia riconosce il logo della clinica. Prende il foglio. Urla ingoiate dalle lacrime impastano nella mano quel foglio. “Cosa c’è scritto?” balbetta Gustavo. “Che la qui presente signorina ha fatto le analisi nel mio laboratorio ed ha appena scoperto di avere l’Aids. E anche tu, paparino caro”.

Alessandro Errico

P.s. vorrei ringraziare Alessandro per arricchire questo postaccio con i suoi intensi racconti, grazie Ale!

Trilobiti 209# Camminando

Da ogni viaggio sono tornato con il ricordo di qualcuno più che di qualcosa.
Ho una conoscenza dei luoghi attraverso i racconti di uomini e donne incontrati lungo il cammino, e con gli occhi della memoria rivedo più facilmente le espressioni dei loro volti anziché la bellezza di tanti paesaggi. E molti di loro sono diventati amici con cui non ho perso il contatto, al punto che il motivo di altre partenze è stato tornare a rivederli per continuare a mantenere vive le passioni che ci accomunano: l’insopprimibile bisogno di contrastare il cinismo, l’intolleranza, il sopruso, l’arroganza dei vincitori di sempre.
Alcuni hanno combattuto e stanno ancora combattendo con le armi tutto questo, tanti altri lo fanno oggi con la parola scritta, con la musica, con il semplice (ma a volte costosissimo) rifiuto del silenzio. Raccogliere in questo libro le testimonianze è un piccolo contributo a non dimenticare che tutti i privilegi di questa fettina di mondo sono ottenuti in cambio di insostenibili ingiustizie imposte al resto, agli abitanti di almeno tre quarti del pianeta. L’oblio è sempre una colpa, perché la mancanza di memoria permette all’orrore di perpetuarsi. Un libro è certo poca cosa, ma può aiutare a sentirsi meno soli.

tratto da Camminando – incontri di un viandante di Pino Cacucci

Trilobiti 200# Viaggio al termine della notte

celine

Il Trilobita numero 200 è tratto dal libro da cui mi sono ispirata per dare il nome a questo blog.
Quando qualche settimana fa sono andata al cinema a vedere la Grande Bellezza e all’inizio del film, son state citate esattamente queste parole, allora ho capito, che era il momento giusto per condividerle con voi.
Auguri alla rubrica Trilobiti! che continuerà, anche se non, con cadenza quotidiana, ma con i bioritmi della sottoscritta, che cambiano al mutare dei colori dell’anima e dell’umore.
Un Grazie immenso va a chi mi ha seguita fin quì e soprattutto ai libri e quindi agli scrittori che hanno generato questi Trilobiti.

Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.

Tratto da Viaggio al termine della notte di Céline

Pensieri di viaggio

La luna di stasera era misteriosa e cupa, contornata da nuvole, ma sempre vicina al mio sentire nella sua luce avvolgente.
Stamattina la tipa che si è seduta accanto a me sul bus, mi ha raccontato mezza vita. Io sono rimasta perplessa, l’ascoltavo e ogni tanto dicevo, qualche parola, ma lei mi ha completamente invasa con la sua insoddisfazione nei confronti della vita che conduce.
Ma si può fare così? Vomitare addosso ad una perfetta sconosciuta: ossia me, tutte le cose che non funzionano nella propria vita?
mah..sono senza parole.
Capisco che la gente è al limite, ha bisogno di sfogarsi, ma è giusto farlo con un’estranea? Non mi fraintendete, io sono la prima a cui piace parlare con la gente, confrontarsi, conoscere, ma questo non era il caso di stamattina.
Lì c’ero io che stavo col mio libro in mano, di cui non ho potuto leggere una pagina, e la tipa logorroica-stressata che ha parlato solo LEI per un’ora intera.
Vabbè, a parte questo e una pioggia battente che non ha dato tregua, nel viaggio di ritorno ho assaporato quella luna dell’inizio del post, che sembra abbia addolcito ogni crepa esistente in questa giornata riflessiva, mentre l’ipod passava i brani in funzione casuale, ho beccato HOTEL CALIFORNIA degli Eagles.
Mamma mia quante emozioni legate a questa canzone, ne conosco ogni singola parola del testo e l’ho ascoltata milioni di volte nell’arco della mia vita, nelle più svariate situazioni, anche le più improbabili, è stata la colonna sonora di “Passione” nel bagno di un agriturismo.
Ogni volta che l’ascolto, mi fa sempre immaginare i luoghi, gli odori, le sensazioni di cui parla e tutto prende forma in un modo talmente realistico da farmi davvero emozionare.
Ora ha smesso di piovere e io sono sotto il mio piumone blu…penso che non sento il clima natalizio e che mi sto sforzando di fare una sacco di cose e quasi mi fa paura la calma che ho dentro in questo periodo, perchè so, che sotto di essa si cela la solita amica-nemica Inquietudine.
Non può andare sempre tutto bene, ma si aggira quel magone che mi fa presagire momenti difficili.
E chi non ne vive oggigiorno?
E’ che tutto sembra andare da una parte che non riconosco, semplicemente io non so dove sono e neanche come sto.
Ma ha forse importanza che io lo sappia?
Mi porto a nanna questa domanda, come sempre me ne faccio troppe, ma non sarei Marilù se non fosse così.
Dolce notte a chi legge..spero che anche voi abbiate visto la mia stessa luna.