Il Vocaboletano – #32 – Il rattuso

Shock Anafilattico

L’estate sta finendo ma il caldo perdura e bisogna star più leggeri possibile col vestiario. Ma fate attenzione a non incontrare gli sguardi di un rattuso!

Riconoscerlo è facile. È colui che osserva con fare malizioso e libidinoso e non si fa scappare nessuna ragazza che entra nel suo campo visivo. Non è un semplice voyeur: pur potendo anche tramutarsi in un guardone, il rattuso non è interessato a spiare le attività sessuali altrui. A lui basta anche una apertura tra due bottoni di una camicetta per lanciare il suo sguardo telescopico da camaleonte e “godere della vista”.

Molto spesso al termine rattuso viene accostato l’aggettivo vecchio, perché molto spesso i rattusi sono uomini dai 50 in su che gettano un occhio sulle ragazze giovani. Non è inusitato però dare del rattuso anche a chi frequenta una ragazza più giovane, ad esempio un 30enne con una 18enne, sottolineando…

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Il Vocaboletano – #10 -‘Nziria

Siamo già arrivati al decimo appuntamento col nostro corso di napoletano! E spero vivamente stiate facendo tutti dei progressi e che vi stiate esercitando ogni giorno, perchè son certa che questo corso possa tornarvi utile in qualsiasi situazione di vita quotidiana, magari anche inaspettata, anche perchè non dovete sfoggiare la vostra conoscenza del napoletano solo se vi trovate in campania, ma potete usufruirne anche altrove, per esempio nel villaggio di Kandovan nella zona orientale dell’Azerbaijan, insomma il mio consiglio è: “sparatevi le pose” in ogni dove!

La parola che ho scelto per voi questa settimana è ‘Nziria.

Chi di voi non ha mai preso una ‘nziria per qualcosa o per qualcuno? soprattutto quando eravate bambini?

Possiamo tradurre ‘nziria con la parola “capriccio”, anche se dobbiamo dare le giuste sfumature a questo vocabolo ed ora le analizzeremo tutte. Questo termine, dunque, vuole indicare testardaggine, cocciutaggine, ostinazione nel volere qualcosa e si usa in riferimento soprattutto ai bambini, o a persone immature, a chiunque faccia storie per nulla, nel qual caso: e pigliat’ a ‘nziria.
Le origini di questa parola sono da ricercare nel latino “insidiae“, derivazione di insidēre ossia: star sopra, star fermo su (e quindi impuntarsi), composto di “in” e “sidere”, ovvero stare seduto (sulle proprie posizioni).

Indica, soprattutto nei bambini, un particolare e tipico stato d’animo manifestato con atteggiamento ostinato, lamentele e capricci prolungati, pianti insistenti e apparentemente immotivati. Si dice “piglià ‘a ‘nziria“, “tené ‘a ‘nziria“.
Molte volte si manifesta nei neonati quando si avvicinina l’ora del sonno, in cui iniziano a piagnucolare insistentemente e questa si chiama: ‘nziria ‘e suonno, che si placa solo con il riposo.

Altre ipotesi circa l’origine del termine vedrebbero la sua derivazione dall’unione di “in” ed “ira”, quindi “andare in ira” = ‘nziria’. Qualcuno sostiene anche una discendenza dal greco “sun-eris” col significato di “dissidio”. Ma l’idea più probabile sembra essere quella che vede la discendenza semantica dal latino.
Altri modi di definire la ‘nziria sono zirria o zirra e colui che ne è affetto è ‘nziriuso o zirruso.

In riferimento agli adulti, ‘nziria indica una situazione in cui dal capriccio iniziale, si passa ad uno stato d’animo irrequieto e frenetico, come se nulla riuscisse a darti pace, si batte sempre sullo stesso punto, si protesta, si brontola,si mettono in atto una serie di moine incessanti per riuscire nell’intento desiderato, una sorta di cocciutaggine spinta fino all’estremo, un’insoddisfazione che non trova via di uscita, una provocazione continua, un desiderio intenso ma inopportuno. Un atteggiamento che infastidisce, e talvolta sfinisce, non solo la persona che mette in atto il “capriccio” ma anche chi gli sta intorno.
Vi lascio con una canzone degli Almamegretta che si intitola proprio ‘nziria.
Così potrete sentire il Raiz come pronuncia questo vocabolo.
Nel ritornello lui canta:

“te ress pure ll’anema si sta ‘nziria ‘ncuorp putisse aquieta’
ma nun mor maje, chesta ‘nziria nun mor maje, cresce semp chiù assaje
ma nun mor maje…”

Vi do appuntamento al prossimo mercoledì dando la voce al gottosocio Gintoki.

Il Vocaboletano – 8 -# o’ Panaro

Siamo arrivati all’ottavo appuntamento con la nostra rubrica dialettale, il termine che ho scelto per voi questa settimana è:  o’ panaro. Dal latino panarium, ossia paniere,  cesta di pane.  Il panaro classico è quello di vimini intrecciato.

cesto

E voi vi starete per caso chiedendo: ma quante volte una persona comune usa un panaro nell’arco di una giornata o di una settimana? Domanda lecita, e la risposta che posso darvi io, è che se vivete in campagna come me, allora lo usate quasi quotidianamente per raccogliere verdura o frutta dall’orto, ma se vivete anche in città, nello specifico a Napoli, nel centro storico, vi assicuro che un panaro può salvarvi la vita, o almeno può risparmiarvi un’enorme fatica ogni giorno. I cosiddetti panari cittadini di oggi si sono giustamente adattati ai tempi, si sono evoluti, sono diventati di plastica resistente e sono di ogni colore possibile. Questo vocabolo mi è caro, perché quando vivevo a Napoli, il panaro era un fedele compagno di ogni abitazione, legato da una cordicella alla ringhiera dei balconi, dal primo piano in su, al secondo, al terzo e su su, fino ad arrivare ai piani più alti, nei palazzi dove non c’è l’ascensore ed ogni scalino vale per tre,  il panaro diventa  indispensabile,  un piccolo montacarichi per la spesa e le necessità quotidiane. In passato le massaie “acalavano”, ossia facevano scendere il panaro con dentro i soldi richiesti per la merce acquistata, e i venditori ambulanti mettevano nel panaro i prodotti acquistati.  Un modo di dire popolare, che io uso molto spesso è: Avimmo perduto a Filippo e o’ panaro la cui traduzione letterale può essere sintetizzata in “Abbiamo perso Filippo e la cesta”. Con questa espressione,  si vuole indicare una situazione di incertezza in cui, il troppo indugio, comporta una perdita di entrambe le scelte a disposizione, comportando così, oltre al danno, anche la beffa. L’espressione si fa risalire ad un’antica farsa pulcinellesca che racconta che un nobile di nome Pancrazio, dopo aver affidato una cesta piena di cibo e leccornie al suo servo Filippo, si dirige verso casa aspettando l’arrivo dell’uomo. Una volta in possesso della prelibata cesta però, il malfido servo Filippo, in compagnia dei suoi amici, se ne andò a spasso per la città divorando tutte le prelibatezze contenute nella sporta. Una volta dilapidata ogni pietanza Filippo, intimorito dalle possibili reazioni del padrone, si diede alla fuga, lasciando il padrone tradito e affranto a crogiolarsi nel dolore di aver perso oltre al servo, un’intera cesta di cibo. Quindi se stai indugiando tra due possibili scelte e nel frattempo le perdi entrambe, puoi tranquillamente dire:” ho perso a Filippo e o’ panaro”.

Panaro però ha anche un’altra accezione nel nostro dialetto, ed è il fondoschiena,  il lato b,  0’culo!

Quindi se qualcuno ti dice: che bell’ panaro ca tien! ti ha appena detto che hai un bel lato B.

Se invece hai appena vinto un ambo sulla ruota di Napoli, allora “tien proprio nu panaro gruosse assaje”, ossia hai avuto una gran fortuna, per dirla un pò più elegantemente!

E per finire: un panaro piccolo è detto “panariello”, come il comico toscano, ma il panariello nello specificio è il cestino che contiene i numeri della tombola!

panariello

Lascio il testimone al gattosocio Gintoki, sperando di non avervi annoiati.

Buonanotte a tutti!